Il bivio della Georgia è un bivio per l’Europa e l’Occidente (linkiesta.it)
Esteri
Democrazia sotto assedio
L’Ue non può considerare lo scivolamento illiberale del Paese caucasico come una questione locale: è un test cruciale per la credibilità stessa del progetto di allargamento e di promozione dei diritti e delle libertà fondamentali
Tra il 24 e il 30 giugno 2025 la democrazia georgiana ha subito un colpo durissimo. Quattro figure di spicco dell’opposizione filo-occidentale – Giorgi Vashadze, Mamuka Khazaradze, Badri Japaridze e Nika Gvaramia – sono state arrestate e condannate a pene detentive tra i sette e gli otto mesi per essersi rifiutate di comparire davanti alla controversa “Commissione Tsulukiani”.
Secondo le autorità, si è trattato di un atto dovuto nel rispetto della legge: questa è infatti una commissione parlamentare voluta da Sogno Georgiano e guidata da Tea Tsulukiani per indagare su presunti crimini della precedente amministrazione del Movimento Nazionale Unito (Unm) sotto Mikheil Saakashvili.
Molti leader dell’opposizione avevano rifiutato la convocazione, definendo illegittima la commissione e accusandola di persecuzione politica. Secondo l’opposizione, siamo invece di fronte a una repressione politica sistematica, avviata dal governo dopo le contestate elezioni del 2024 e l’interruzione delle trattative per l’adesione all’Unione europea, che rischia di cancellare ogni residuo di pluralismo.
Ma anche le reazioni internazionali dell’Unione europea e di diversi governi occidentali a questi arresti e condanne non si sono fatte attendere. Il Regno Unito ha convocato l’incaricato d’affari georgiano a Londra, definendo gli arresti l’ennesimo tentativo di soffocare le libertà fondamentali e preannunciando misure coordinate.
Il Parlamento Europeo e l’Assemblea del Consiglio d’Europa (Pace) hanno chiesto sanzioni personali contro i responsabili, inclusi membri del sistema giudiziario e figure apicali del partito di governo, Georgian Dream. Anche Stati Uniti, Norvegia e Paesi baltici hanno espresso preoccupazione per quello che considerano un chiaro deragliamento democratico.
Ed è per questo che le elezioni municipali previste per il prossimo 4 ottobre, sebbene circoscritte all’ambito locale, rappresentano oggi molto più di una scadenza amministrativa: sono un test cruciale per la tenuta democratica del Paese. La situazione di disequilibrio di potere interno è sancita con chiarezza dalla portata del controllo esercitato da Sogno Georgiano che, a diversi livelli, è tale da ridurre drasticamente gli spazi democratici: la magistratura, subordinata al controllo dell’esecutivo, emette sentenze politiche e la repressione si traduce in condanne e arresti che hanno come bersaglio diretto sia le piazze che le opposizioni politiche.
Queste ultime, divise e frammentate, sono chiamate a dimostrare capacità di leadership e unità, evitando che le rivalità interne o le divisioni strategiche si traducano in una perdita di consensi e di credibilità.
Da questo punto di vista, la figura di Salome Zourabichvili resta un punto di riferimento, soprattutto per i suoi legami internazionali e per il suo ruolo nella diplomazia europea, ma è chiaro che la sua capacità di influire sulla scena politica interna è limitata. La società civile e il movimento di piazza devono riuscire a esprimere una leadership che possa canalizzare l’energia di un consenso popolare crescente.
Le proteste quotidiane a Tbilisi e nelle principali città del Paese, che si svolgono sotto la costante minaccia di repressioni, hanno finora mancato di produrre una figura in grado di rappresentarle pienamente e di tradurre la protesta in una proposta politica strutturata e sostenibile. Il rischio è che questa dispersione di forze possa facilitare ulteriormente il consolidamento del potere da parte di Sogno Georgiano, rafforzando così un sistema che rapidamente sta prendendo la forma di una piena autocrazia.
In un quadro tanto difficile e frammentato, anche la posizione dell’Unione europea appare finora limitata e a tratti contraddittoria. La revoca dello status di Paese candidato, unica misura sanzionatoria concreta adottata da Bruxelles, ha un valore soprattutto politico e simbolico, ma rischia di perdere efficacia se non accompagnata da un’azione diplomatica più incisiva e da una richiesta ferma di garanzie democratiche.
Il rischio è che un atteggiamento di dialogo e negoziato, se non supportato da condizioni chiare e da un monitoraggio stringente, finisca per legittimare una deriva autoritaria in atto, accettando di fatto un gioco politico truccato che non vede la Georgia come unica protagonista, ma in cui si allungano le ombre del Cremlino, interessato a mantenere e rafforzare la sua influenza in una regione strategica.
In questo senso, la proposta di continuare con tavoli di dialogo col governo georgiano senza una reale volontà di cambiamento da parte di Sogno Georgiano, e senza una pressione internazionale concreta, rischia di depotenziare le leve di pressione e di spianare la strada a un consolidamento del potere sempre più autocratico. La crisi georgiana non è solo una questione interna, ma un test cruciale per l’Europa e per la credibilità stessa del progetto di allargamento e di promozione dei diritti e delle libertà fondamentali.
La democrazia georgiana, infatti, è stata per anni considerata un modello di transizione post-sovietica verso l’Occidente e le democrazie liberali: il suo rapido deterioramento è un segnale allarmante e le prossime elezioni, se non verranno garantite condizioni minime di trasparenza, libertà di stampa e indipendenza giudiziaria, rischiano di trasformarsi in una farsa utile solo a legittimare un potere già declinato in senso autoritario.
Il rischio concreto è che la Georgia diventi un caso scuola: un Paese apparentemente democratico che, sotto la copertura di elezioni e istituzioni formali, scivola in una deriva autoritaria mentre l’Occidente resta a guardare e il Cremlino osserva e approfitta. La destabilizzazione della Georgia – porta d’ingresso al Caucaso meridionale e snodo strategico tra Europa e Asia – non può che rafforzare l’influenza russa nella regione.
Se quel modello di transizione verso le democrazie europee e più genericamente occidentali e liberali crolla nel silenzio, anche la narrazione europea di sostegno ai diritti, alla libertà e allo stato di diritto perde credibilità. Se la repressione viene tollerata per calcolo o convenienza, allora il progetto europeo si riduce a vuota retorica.
La Georgia è a un bivio. Ma anche l’Europa.

ANSA
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