di Massimo Sideri
Ancora oggi, a distanza di 108 anni, stiamo tentando di dare una risposta, spesso senza avere compreso fino in fondo la domanda
Nasceva ieri Alan Turing (1912). Di lui si sanno ormai molte cose anche grazie al film The imitation game: il suo contributo fondamentale per decriptare, con il suo «proto-computer» autonomo, i messaggi nazisti della macchina Enigma.
Il suo fondamentale articolo pubblicato nel 1950 sulla rivista «Mind» in cui si poneva la domanda: «Le macchine possono pensare?». Ancora oggi, a distanza di 108 anni, stiamo tentando di dare una risposta, spesso senza avere compreso fino in fondo la domanda. Riprendendo il titolo del film dovremmo rispondere che le macchine non possono pensare.
Semmai possono «imitare», come nel test che da Turing prende il nome (avete presente quelle domande che vi fa Google per vedere se siete dei bot? Ne è una versione molto semplificata). Ma per una volta, varrebbe forse la pena tralasciare le macchine e concentrarsi sull’uomo. Che venne costretto al suicidio dalla stessa società che aveva salvato da Hitler, solo perché gay (subì la castrazione chimica) … leggi tutto
