di Giulia Delogu, Pasquale Palmieri
“Chi innesta è 52 volte più pio di
chi lascia correre!”
Questa frase appartiene al repertorio del sacerdote fiorentino Gaetano Veraci, operante nella chiesa di San Miniato. Fu pronunciata nel 1756 nell’Accademia degli Instabili di Firenze, per cercare di arginare le conseguenze del vaiolo, diventate ormai devastanti. La malattia era riuscita infatti a seminare il terrore in Europa per la sua contagiosità e per una letalità altissima, con picchi del 30%.
Sembrava quasi impossibile combatterla, anche a causa degli scetticismi e delle resistenze verso le scoperte mediche che attraversavano il corpo sociale. Un esempio eloquente si era avuto già agli inizi del secolo, quando due viaggiatori – il console veneziano Jacopo Pilarino e il dragomanno di origini genovesi Emanuel Timoni – avevano cercato di spiegare che esisteva un metodo per combattere l’epidemia.
Nelle loro esperienze nel vicino Oriente, avevano appreso di una pratica plurisecolare proveniente dal cuore del continente asiatico: consisteva nell’usare sostanze ricavate dal corpo dei malati per provocare un’infezione lieve a un paziente sano, rendendolo immune all’insorgere di forme più gravi. Pur provando a interloquire con accademici e poteri costituiti, Pilarino e Timoni non riuscirono a riscuotere consensi sufficienti.
Una sorte diversa toccò a Lady Mary Wortley Montagu (1689-1762), moglie dell’ambasciatore britannico nell’impero ottomano. La vita della donna era stata segnata dalle conseguenze del vaiolo (come racconta anche un utile libro di Maria Teresa Giaveri in Lady Montagu e il dragomanno, Neri Pozza, 2021, recensito da Alessandro Banda su doppiozero).
Suo fratello morì nel 1713 dopo aver contratto la malattia e lei stessa fu colpita dal contagio poco tempo dopo, uscendone deturpata. Durante i suoi viaggi fu testimone dell’efficacia dell’inoculazione – da lei definita “innesto” – e cominciò a trattare il tema nelle sue lettere. Diede fin da subito priorità alla protezione dei suoi figli e riuscì a sottoporli al trattamento grazie all’aiuto del medico scozzese Charles Maitland (1668–1748) e del suo collega Hans Sloane (1660-1753).
Da quel momento la lotta al vaiolo entrò in una nuova fase, per molti versi più difficile della precedente: bisognava infatti convincere il resto della popolazione a sottoporsi all’inoculazione. Il più importante sostegno arrivò nel 1722 da Giorgio Augusto di Hannover, principe di Galles e futuro re di Gran Bretagna, che accettò di sottoporre le sue figlie alla terapia preventiva per lanciare un chiaro messaggio di fiducia verso la sensazionale scoperta.
Quello che sembrava un cammino trionfale fu tuttavia interrotto dall’insorgere di voci e sospetti. Le tensioni esplosero intorno a un caso spinoso, che suscitò scalpore per l’importanza dei personaggi coinvolti. Iniziò a circolare una voce, mai dal tutto verificata, secondo la quale il figlio del conte di Sunderland era deceduto a causa dell’innesto: Maitland e Sloane finirono nell’occhio del ciclone, accusati addirittura di aver falsificato il certificato di morte del bambino.
Dietro le notizie impazzite che attraversavano l’ecosistema mediatico dell’epoca si nascondeva tuttavia un’idea portante, tanto assurda quanto persuasiva: si trattava di una pratica straniera, importata da un altro modo, utilizzata da popoli non cristiani, e perciò barbara e immorale … leggi tutto

