Extraprofitti delle banche: i fatti e le bugie (startmag.it)
Che cosa si dice e che cosa non si dice sugli extraprofitti delle banche. L’approfondimento di Liturri.
Esattamente tre anni dopo quel turbolento agosto 2023, quando il Governo, nottetempo e senza concordare nulla con i vertici delle banche – sì, quando si tassano le banche bisogna quasi chiedere il permesso – varò un decreto legge per incidere con una maggiore imposta i profitti delle banche, anche quest’anno agosto si presta benissimo alla discussione su un tema evanescente.
Sì, perché, almeno a giudicare, da come ne parlano e scrivono, nessuno sa di cosa parla. Prendete ad esempio, quanto dichiarato dal ministro Antonio Tajani:
Noi siamo contrari al concetto stesso di extraprofitti. Non è concepibile che lo Stato stabilisca arbitrariamente quale sia un profitto lecito e da quale livello diventi «extraprofitto» da tassare in maniera superlativa. Come possiamo sperare di attrarre investimenti esteri in Italia se qualche politico o funzionario ministeriale può decidere una soglia – su quale base, poi? – oltre la quale quello che hai guadagnato è troppo? E questo dopo averci già pagato le tasse. Oltretutto le banche, per contenere i costi, potrebbero reagire riducendo i prestiti e alzando i tassi, a danno dei correntisti (Antonio Tajani da MF, Milano Finanza del 22 agosto)
Tajani fa filotto. Non ne indovina una riuscendo nell’incredibile impresa di dare ragione – se questi sono gli argomenti contro – a chi è invece a favore di una maggiore imposizione.
Allora cominciamo con il dire a Tajani che potrebbe essergli utile cominciare a leggere la sentenza della Corte Costituzionale del 2015, dove, nel dichiarare l’incostituzionalità della Robin Hood Tax varata da Tremonti, ma prorogata da Monti, la Corte fissò tutti i paletti entro i quali una sovraimposta sui profitti societari, è costituzionale.
Per quanti di voi desiderano imbarcarsi in una lettura non banale sotto il caldo di agosto, ci sarebbero ben uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto e nove articoli scritti nel 2023 dal vostro indegno padrone di casa. Senza pretesa di esaustività, solo per capire di cosa stiamo parlando.
Immaginiamo per un attimo che abbiate già eroicamente letto tutto e non potrete che concordare sul fatto che Tajani abbia un’idea “strana” degli extraprofitti. Infatti, definirne il perimetro e il relativo contenuto non è affatto “arbitrio dello Stato”, esistono metodi e un’ampia dottrina in materia.
Quindi non c’è nessun “politico o funzionario ministeriale” che si inventa “soglie”, infatti secondo la Corte
“ogni diversificazione del regime tributario, per aree economiche o per tipologia di contribuenti, deve essere supportata da adeguate giustificazioni, in assenza delle quali la differenziazione degenera in arbitraria discriminazione”.
Inoltre, la Corte ha preteso che un’eventuale sovraimposta su profitti straordinari sia adeguatamente fornita di meccanismi per impedire la traslazione a valle di tale maggiore carico impositivo.
Tali maggiori utili devono essere inattesi, legata ad eventi congiunturali, un vero colpo di fortuna (windfall profits) che non riflette il merito o il rischio imprenditoriale. In altre parole, devono essere il risultato di un imperfetto funzionamento della concorrenza nel mercato che ha consentito alle banche di trovarsi a beneficiare di una eccezionale rendita di posizione.
Avendo queste caratteristiche, è improbabile anche lo scenario delineato da Tajani sulla traslazione a valle delle maggiori imposte. Infatti, partendo da un reddito “normale” di 100 inciso al 27,5% con l’Ires, un maggior reddito di 50 sarebbe per inciso, ad esempio, con un’aliquota del 33%. In questo caso, proprio perché si tratta comunque di utili aggiuntivi alla redditività normale e non di peggioramento della redditività, l’incentivo a traslare queste imposte sul consumatore/cliente è minimo.
Si osserva pure che è stata la stessa Corte a richiedere l’esistenza di specifici meccanismi per impedire la traslazione a valle, a pena di incostituzionalità della norma. Quindi anche questo rischio paventato da Tajani appare inesistente.
Infine, va aggiunta una cosa: le banche pagano già più imposte delle altre imprese; l’Ires è al 27,5%, contro il 24%. L’Irap ha un’aliquota base del 4,65% contro il 3,9%. Infine, per il triennio l’Irap è aumentato di ulteriori 2 punti al 6,65%. Da notare poi che la sovraimposta del 2023 ha prodotto un gettito di circa 2 miliardi, perché quasi tutte le banche hanno accettato di affrancare le riserve accantonate a suo tempo per non pagare quella sovraimposta. Insomma, tardi, ma hanno pagato.
Insomma, pare proprio che le banche abbiano già dato e quei maggiori profitti non siano aggredibili con strumenti che al Corte giudicherebbe conformi alla Costituzione.
Invece, sono i profitti delle imprese del settore energetico, che il governo Draghi provò a incidere con scarsa fortuna (pensava di incassare 11 miliardi e ne incassò circa 2,8 tra infiniti contenziosi legali), quelli da mettere nel mirino. Prova ne è il fuoco di fila contro ogni imposizione che si è scatenato da un paio di giorni sui quotidiani.
Ma ne parleremo in un prossimo intervento.