L’Ofac è il nuovo Cremlino. E l’Ofac, naturalmente, non si trova a Mosca.
Si trova a Washington ed è l’Office of Foreign Assets Control, l’ufficio del Tesoro americano per il controllo dei beni esteri che gestisce le sanzioni internazionali decise dall’amministrazione americana.
Non siamo del tutto fuori dalle festività e posso ancora prendermi il lusso di essere un po’ provocatorio. Del resto, l’anno è iniziato con quella che alcuni considereranno una provocazione: senza consultare il Congresso, il governo degli Stati Uniti ha fatto arrestare nella sua camera da letto a Caracas l’autocrate che governava il Venezuela e per ora non lo ha sostituito con il legittimo vincitore (defraudato) delle ultime elezioni; non neanche ha annunciato nuove elezioni in tempi prevedibili.
Piuttosto, è orientato a delegare il potere alla ex vicepresidente dell’uomo appena rimosso, ricorrendo ad un articolo della legge venezuelana già di per sé molto indicativo. Questo articolo prevede che la presidente ad interim entrante, Delcy Rodriguez, possa governare in emergenza per novanta giorni rinnovabili una volta. Gli americani avrebbero potuto servirsi di un’altra norma esistente, che avrebbe conferito a Rodriguez l’incarico per un solo mese. Invece preferiscono insediare a Caracas una sorta di governatrice coloniale, ai loro ordini, per almeno sei mesi: palesemente Donald Trump vuole stabilizzare il Venezuela al più presto, perché sta guardando alla campagna per le elezioni congressuali di midterm del prossimo novembre.
È qui che l’Ofac – il nuovo Cremlino, nella mia definizione provocatoria – svolgerà un ruolo importante. Il Venezuela, infatti, opera all’incrocio di due strumenti di potere importanti per Donald Trump: le sanzioni e il petrolio.
Sono gli stessi strumenti con cui – mutatis mutandis – a Mosca Vladimir Putin si finanzia e confisca i beni dei Paesi stranieri o delle imprese sgradite, per consegnarli alle imprese gradite. Entrambi questi strumenti, il petrolio e le sanzioni, servono ancora al presidente per la sua carriera politica. Seguitemi e cercherò di spiegare perché.

Il silenzio di Mbs
La reazione più assordante che ho registrato all’azione del “160º Reggimento delle Forze di aviazione per le operazioni speciali”, all’alba di sabato, è stata il silenzio dell’Arabia Saudita. Con il Venezuela e solo altri tre Paesi – Iran, Iraq e Kuwait – l’Arabia Saudita aveva fondato l’Opec nel 1960. I rapporti sono stretti e cordiali da decenni.
L’uomo forte di Riad Mohammed bin Salman, grande amico politico di Donald Trump, aveva continuato a intessere contatti con Nicolas Maduro fino a poco prima che questi finisse in manette su un elicottero americano. Due anni e mezzo fa l’autocrate di Caracas aveva visitato Mbs, sei mesi fa gli aveva fatto avere una lettera sull’amicizia fra i due Paesi.
L’Arabia Saudita è la tipica media potenza che, in questa stagione di rivoluzioni globali, riesce a far leva sui propri punti di forza – ubicazione strategica, petrolio, leadership diplomatica nell’Opec – per tessere le relazioni più diverse. Bin Salman può comportarsi da amico del dittatore “socialista” Maduro e intanto investire il proprio denaro nel fondo privato di Jared Kushner, genero di Trump. Nessuno se ne scandalizza, anzi la versatilità del saudita è per lui fonte di carisma e potere.
Come interpretare dunque il silenzio di Riad, di fronte al blitz di Caracas? I sauditi non intendono pronunciare una sola parola contro la Casa Bianca, ma non sono entusiasti. Per decenni avevano beneficiato dell’isolamento del Venezuela, conquistando le quote di quest’ultimo nel mercato mondiale del greggio. Probabilmente Mohammed bin Salman non ha fretta di assistere al ritorno di un concorrente, stavolta sotto le insegne di Trump che aprono sempre molte porte.
Quanti barili ha l’Orinoco?
Si favoleggia spesso delle sterminate riserve petrolifere ufficialmente provate di Caracas, in gran parte nell’Orinoco, che sarebbero le più vaste al mondo (vedi grafico sopra). Ma va tutto visto in prospettiva. In primo luogo, esse risultano superiori a quelle dell’Arabia Saudita solo perché quest’ultima ha così tanto greggio nel sottosuolo che ha semplicemente cessato le prospezioni. Con buona pace delle teorie sul “peak oil”, la penisola araba è lontanissima da qualunque prospettiva di esaurimento della risorsa.
Poi c’è lo stato dell’industria petrolifera venezuelana, destinato a diventare una questione politica a livello internazionale e negli Stati Uniti.
Secondo le stime dell’agenzia Bloomberg, il Paese latino-americano nel 1965 garantiva l’11% dell’offerta mondiale di greggio; nel 1999, all’avvento del regime bolivarista di Hugo Chavez e del suo vice Maduro, era ancora al 4,3% pari con tre milioni di barili al giorno. Nel 2024 era tracollato: controllava meno dell’1% del mercato mondiale del greggio – secondo la World Energy Review dell’Eni – e meno di un milione di barili al giorno (contro i venti milioni degli Stati Uniti e gli undici dell’Arabia Saudita).
Il suo grande cliente era la Cina, che approfittava delle sanzioni americane per riuscire a ottenere sottocosto da Caracas – trasportato dalla “flotta ombra” – un ventesimo del suo consumo di greggio. In questo la strategia di Pechino nei confronti del Venezuela era simile a quella praticata nei confronti dell’Iran e della Russia: dove sono in vigore sanzioni occidentali, gli acquirenti cinesi sfruttano il loro potere di compratori quasi esclusivi per imporre prezzi a sconto al venditore. Sono maestri nello sfruttare le contraddizioni del sistema e la debolezza dei singoli attori a proprio vantaggio. In questo, la rimozione di Maduro danneggia (marginalmente) la competitività di costo della Repubblica popolare.
Nel complesso però quello del greggio nel Venezuela era ormai un settore quasi alla paralisi. Primo Paese al mondo per riserve provate, è solo il ventunesimo per produzione. Per questo il prezzo del barile alla riapertura degli scambi di oggi probabilmente non varierà di molto e a un certo punto potrebbe persino calare rispetto alla chiusura di venerdì a 56,8 dollari a barile di West Texas Intermediate (Wti).
Gli operatori potrebbero iniziare a fare i conti con la prospettiva di un aumento della produzione venezuelana. Quella del 2024 è stata di 956 mila barili al giorno e le major occidentali ancora presenti nel Paese potrebbero forse farla salire di altri 300 barili al giorno nei prossimi mesi: una crescita di appena lo 0,3% della produzione mondiale, non di più.
I pozzi e le sanzioni
Ma dare un prezzo a una partita di potere, non di solo mercato, resta difficilissimo. Perché nell’immediato i luoghi a cui bisogna guardare per capire i flussi di greggio venezuelano non sono i giacimenti o i porti del Paese; sono i corridoi dell’Ofac di Washington, dove rischiano di prevalere alcune delle logiche che oggi si applicano ogni giorno nel Cremlino.
Perché? Per ora Pdvsa, la compagnia nazionale di Caracas, ha chiesto ai produttori di frenare l’estrazione perché il petrolio non sta più partendo via mare e presto gli stock in Venezuela saranno pieni. Ma dai prossimi giorni sarà l’Ofac da Washington a distribuire le nuove licenze di esportazione; sarà dunque Trump, in ultima istanza, a decidere a quali uomini d’affari distribuire denaro oggi in cambio di favori in vista del voto di mid-term per il Congresso fra undici mesi.
Ammesso che sia mai stato del tutto diverso in passato, oggi il rapporto fra Casa Bianca e grandi imprese è contrattuale e basato sulla fedeltà. Vince i contratti chi garantisce appoggio e ottiene accessi chi ha già profuso il proprio denaro in campagna elettorale. In questo Putin non si è comportato diversamente, quando nel 2022 di fatto espropriò e redistribuì gli asset di Volkswagen o di McDonald in Russia a imprenditori amici.
Braccio di ferro con Big Oil
Ancor più di potere, non solo di mercato, si presenta poi la partita per un vero rilancio della produzione in Venezuela. La sola certezza su questo è che servono anni e molte, molte decine di miliardi di dollari. Dunque il rapporto fra Trump e le grandi major americane diventerà ancora più incestuoso, con pressioni ancora più forti.
Perché lì la partita è anche più dura. Chavez nel 2007 aveva espropriato le attività venezuelane delle americane Exxon Mobil, ConocoPhillips e Chevron, della norvegese Statoil (oggi Equinor), della francese Total e di Eni. Quasi tutte queste imprese avevano rinegoziato un rientro nel Paese in forma limitata. Solo Exxon e Conoco, grandi major americane, sono rimaste fuori ma avevano ottenuto da un tribunale internazionale il diritto a indennizzi (peraltro ridotti) che Chavez e Maduro non hanno mai voluto pagare.
Questa vicenda ora diventa centrale. E non solo perché Trump l’ha usata, insieme alle accuse sul narcotraffico, per giustificare l’intervento di sabato. C’è anche una ragione legata agli eventuali interventi futuri delle imprese americane in Venezuela. Poiché Exxon e Conoco non sono mai state indennizzate da Maduro per i suoi espropri, ora in teoria avrebbero diritto a riavere immediatamente i loro giacimenti. Eppure tutte sembrano caute, se non fredde.
Decenni di malagestione, corruzione e investimenti bloccati dalle sanzioni hanno infatti ridotto tutto il settore del petrolio in pessimo stato: potrebbero servire 60 miliardi di dollari solo per mantenere gli attuali livelli produttivi, cento miliardi per raddoppiarli in circa cinque anni. E il petrolio venezuelano, viscoso e ad alto contenuto di zolfo, è sì adatto alle raffinerie statunitensi del Golfo del Messico, ma ha alti costi di estrazione e trasformazione. Visti gli enormi investimenti necessari, i bassi prezzi attuali del barile e la storia di espropri di Caracas, i colossi del Big Oil non hanno fretta di seguire l’invito di Trump a tornare nel Paese latino-americano.
Fra loro e il presidente inizierà una delicata partita di scambi di favori pretesi e concessi. Su “Politico” è già filtrato da Washington che Trump potrebbe pretendere che Chevron, Exxon e Conoco investano pesantemente in Venezuela, se vogliono ancora mantenere il controllo delle loro concessioni. Queste ultime senz’altro chiederanno di essere aiutate con soldi del contribuente americano.
Alla fine non sarebbe sorprendente se la Casa Bianca intervenisse. Trump negli ultimi mesi si è già dimostrato pronto a impegnarsi in nazionalizzazioni parziali sui microchip (con Intel) e sulle terre rate (con Mp Materials). Perché non dovrebbe farlo per l’oro nero di Caracas?
Tutto quello che credevate di sapere sul capitalismo americano, per ora, non vale più. Il nuovo manuale di business a stelle e strisce è in vendita sulla Piazza Rossa, a Mosca.
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