(Testo di Federico Ferrone e Alessio Marchionna)
In ogni sport prima o poi irrompe sulla scena qualcuno così spiazzante da costringere a ripensare il gioco.
Di solito è un personaggio carismatico, in anticipo rispetto ai tempi, con una personalità e un modo di competere così unici da risultare disarmante e, per certi versi, indecifrabile. A volte il “marziano” si rivela anche il migliore della sua generazione o addirittura di tutti i tempi: Fausto Coppi, Muhammad Ali, Usain Bolt. Ma più spesso non riesce ad affermarsi del tutto, magari perché il sistema lo considera un corpo estraneo e fa di tutto per espellerlo. In molti casi la storia marchia queste figure con il triste giudizio di “genio incompiuto”, impedendo per molti anni di vedere il loro reale contributo.
È la storia di David Ionovič Bronštejn, che a cavallo della seconda guerra mondiale scalò con impressionante naturalezza le gerarchie degli scacchi internazionali e arrivò a un passo – a mezzo punto, per essere più precisi – dal titolo di campione. Bronštejn non somigliava per niente all’immagine del tipico scacchista sovietico.
Come giocatore era aggressivo, geniale, sportivo e imprevedibile; nella vita di tutti i giorni era generoso, umile, romantico e soprattutto – cosa che gli creò problemi per tutta la vita – ostile a ogni forma di privazione della libertà.
Era nato a Bila Cerkva, una piccola città nel centro dell’Ucraina, il 19 febbraio del 1924, 28 giorni dopo la morte di Lenin e mentre Stalin si preparava a instaurare un regime di terrore che avrebbe colpito in modo particolarmente duro famiglie come la sua: i suoi genitori erano poveri, ebrei e probabilmente imparentati con Lev Trotskj, il cui vero nome di famiglia era Bronštejn.
Quando David aveva tredici anni suo padre fu arrestato e internato come “nemico del popolo” sulla base di accuse che, come in tanti altri casi, si sarebbero rivelate inventate … leggi tutto
