di Francesco Verderami
SETTEGIORNI
Conte è capace di stare al fianco di Landini e al tempo stesso di Meloni.
Quello che non è consentito ad altri politici, al leader di M5S riesce in modo naturale. Perciò non deve stupire quanto è accaduto una settimana fa. Durante un incontro con il leader della Cisl Sbarra — contrario allo sciopero indetto da Cgil e Uil — l’ex premier si è prodotto in un contorto ragionamento durante il quale ha saputo sostenere i motivi della protesta sindacale contro la Finanziaria, trovando però il modo di elogiare anche la manovra scritta dalla premier.
Tutto è iniziato quando l’ospite — dopo aver sottolineato che «l’85% delle risorse nella legge di Bilancio è destinato a misure sociali» — gli ha ricordato che a tagliare per la prima volta il cuneo fiscale era stato proprio un suo governo, quello gialloverde: «Ti ricordi?».
Siccome il capo dei Cinquestelle non lo rammentava, è dovuta intervenire l’ex ministra Catalfo per rinfrescargli la memoria. «Indubbiamente la scelta di Meloni è un fatto positivo», ha commentato a quel punto Conte: «Però nella Finanziaria non c’è niente per le imprese…». Nemmeno stesse parlando a un rappresentante di Confindustria.
La capacità di tenere contemporaneamente tre parti in commedia è dote rara. D’altronde il miglior pregio politico dell’ex premier è l’immunità al virus della contraddizione: può dire (e fare) tutto e il suo contrario, senza che questo scalfisca la sua imperturbabilità e nemmeno il rapporto con il suo elettorato. Cosa che sconcerta i democratici, ai quali viene sempre rinfacciata ogni minima correzione di rotta.
Al Nazareno, dopo le elezioni, pensavano di farne un sol boccone, ritenendo che sarebbe presto scomparso dalla scena. Invece «l’avvocato del popolo» — salendo sulle barricate del reddito di cittadinanza e del Superbonus — ha preso possesso del Movimento, diventato ormai un partito post-grillino. E nei sondaggi sta sempre a un’incollatura dal Pd.
Conte occupa qualsiasi spazio libero trovi. Nel Palazzo è alleato di Meloni quando c’è da usare il manuale Cencelli per le nomine in Rai. Nelle piazze è alleato di Landini, con il quale scambia messaggi e telefonate. Ma i «grazie e prego» tra i due non ingannino.
Si tratta di un rapporto strumentale che cela la competizione per l’egemonia nel campo «largo» (o «giusto»). E lì immaginano che non sarà Schlein l’avversaria del loro populismo di sinistra ma Gentiloni, definito spregiativamente un «prodotto delle élite».
Per questa sfida ci sarà tempo. Nel frattempo Conte, che da premier aumentò più di ogni altro le risorse della Difesa, si è riscoperto pacifista. L’altro giorno in Parlamento ha levato la voce contro un «governo di codardi», ammonendolo di sospendere le forniture di armi ad Israele. Nell’occasione il leader del M5S non solo ha mostrato di non sapere che la legge in Italia vieta di vendere materiale militare a un Paese in guerra, ma soprattutto ha dimenticato che il picco di affari con Tel Aviv per materiali militari avvenne quando lui sedeva a Palazzo Chigi.
Allora capitava che di giorno i Cinquestelle chiedessero la rottura delle relazioni diplomatiche con l’Egitto per il «caso Regeni», e di notte in Consiglio dei ministri Conte autorizzasse accordi commerciali con il Cairo per la vendita di navi e aerei da combattimento di ultima generazione.
E se oggi critica la Nato per la sua postura nella guerra in Ucraina e accusa Meloni di essere «succube di Washington», ieri si presentava ai vertici dell’Alleanza atlantica e rassicurava «l’amico Trump» sul fatto che l’Italia avrebbe rispettato gli impegni di innalzare al 2% del Pil il budget della Difesa. In fondo erano gli anni ruggenti del «gratuitamente».

