Ai centri per l’impiego manca un ruolo definito (lavoce.info)

di Emiliano Mandrone e Manuel Marocco

Per funzionare bene, i Cpi dovrebbero avere 
un mandato chiaro, che li metta in grado di 
fornire servizi integrati capaci di rispondere 
alle molteplici sfaccettature della 
discontinuità lavorativa. 

Oggi invece svolgono spesso solo un ruolo di vigilanza.

Perché servono i centri per l’impiego

Dalla fine degli anni Novanta ogni esecutivo ha proposto una nuova formula “miracolosa” per riaccendere il mercato del lavoro: le politiche attive e i centri per l’impiego sono stati un laboratorio che ha generato soluzioni parziali, riforme incompiute e qualche mostro. Spesso il motivo degli insuccessi era la formula “a costo zero” che frenava sul nascere ogni tentativo. Così, al posto di risorse nazionali stabili, si sono utilizzati i fondi della programmazione europea (della durata di sei anni), conferendogli l’aspetto di una sorta di sperimentazione permanente.

Ma nel 2019 – finalmente – le cose cambiano. Si vuol recuperare il tempo perduto e si stanziano ingenti risorse: nel triennio 2019-2021 sono previste circa 11.600 assunzioni e fondi complessivi per 1,2 miliardi di euro. Il Piano straordinario per il potenziamento dei centri per l’impiego e delle politiche attive del lavoro, approvato lo stesso anno, ha provveduto (tabella 1) a ripartire tra le regioni le risorse finanziarie e umane (cui si aggiungono 4 mila navigator) e nel Programma nazionale di riforma per il 2020 sono annunciate pure modifiche volte al rafforzamento infrastrutturale degli uffici.

Sono tante le ragioni che giustificano la presenza di istituzioni deputate a garantire un efficiente funzionamento del mercato del lavoro: si pensi solo alla non ottimale allocazione delle risorse umane; ai mismatch territoriali, di competenze, di istruzione o salariali; alle forti asimmetrie informative; alle marcate rendite di posizione; la modesta mobilità sociale (il famigerato “ascensore sociale” guasto) o alla limitata contendibilità delle opportunità migliori dovute alla esigua domanda di lavoro qualificato.

In particolare, la farraginosità delle transizioni scuola-lavoro e occupazione precaria-stabile grava sui cittadini più giovani e sulle famiglie meno strutturate e rappresenta i fattori di un moltiplicatore di svantaggio che diventa particolarmente grave per le donne, i laureati e i chi vive al Sud, alimentando fuga dei cervelli e impari opportunità … leggi tutto

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