Affondo e scossa al campo largo (corriere.it)
di Paolo Mieli
I leader contro
Alla vigilia di essere sottoposto (avrebbe dovuto farlo oggi) al supplizio della Commissione Covid, Giuseppe Conte ha sferrato un duro colpo al gruppo dirigente del Pd. Dopo la sortita di Napoli (al cospetto di una silente Elly Schlein), è tornato — stavolta ad Asiago — a chiarire cosa pensa del conflitto esploso il 24 febbraio 2022 con il brutale intervento militare della Russia contro l’Ucraina. Se sarà designato candidato del centrosinistra e vincerà le elezioni, ha annunciato, l’Italia non darà più armi a Kiev.
Lui stesso si incaricherà poi di fare una telefonata di «sostegno» all’«aggredito» Zelensky e immediatamente dopo si rivolgerà all’aggressore per condurlo per mano a un tavolo di trattativa. L’avrebbe dovuto fare già Mario Draghi, ha precisato, ma Draghi — pur invitato per ben due volte dall’autocrate russo e sollecitato dallo stesso Conte — si è sottratto al compito. Adesso ci penserà lui, il leader pentastellato.
E così finalmente, almeno lì, avremo la pace. Alla faccia — ma questo Conte non lo ha detto — delle decine di interventi confusi e infruttuosi di Donald Trump.
Dobbiamo ammettere, pur avendo in materia di politica internazionale opinioni opposte a quelle del presidente del M5S, che l’uomo ha imparato a fare politica. E sa come stanare gli avversari. I quali peccano — come è già accaduto in passato — per lentezza di riflessi. Ormai è chiaro anche ai più infervorati sostenitori di Schlein che i tempi scelti per impostare l’offensiva contro Giorgia Meloni sono di tipo asiatico. Avrebbero dovuto predisporre le batterie già il 23 marzo all’indomani della vittoria referendaria (Conte lo disse immediatamente), ma si presero qualche settimana di meritato riposo.
Trascorsi quattro mesi e passa, annunciano adesso che dopo un salto in agosto qui e là a qualche festival dell’Unità, a settembre inizieranno a metter mano al programma. Per le feste dei morti, ma più probabilmente a Natale, il prezioso involucro sarà pronto. Poi una discussione di qualche settimana sulle procedure e infine avremo le primarie. A ridosso probabilmente delle elezioni politiche. Con quali riverberi non sapremmo dire.
Ora è probabile che in virtù degli interventi di Conte, i tempi saranno accelerati. Ma per come si è messo il dibattito, è l’idea stessa di tenere le primarie che ci sembra debba essere ripensata.
Un conto, lo si è detto più volte, è andare ai gazebo a consacrare un candidato già scelto dal sinedrio. Altra cosa è — come si preannuncia — dilaniarsi sul riarmo europeo. Anche a dispetto di una generica formula programmatica.
Se verrà costretto a confrontarsi con Schlein su questi temi, Conte sarà obbligato a radicalizzare le proprie posizioni. Poi, ove mai perdesse il confronto, non dubitiamo che si adeguerà alla linea scelta dalla maggioranza. Ma non è detto che i suoi elettori lo seguiranno. Stesso discorso vale per Schlein anche se, per come la conosciamo, sappiamo già che i toni della sua campagna nelle primarie saranno più morbidi. Questo però non è decisivo.
Dovesse perdere la competizione con Conte, non siamo sicuri che la parte più riformista dei seguaci di Schlein non si indirizzerà altrove. Se poi altri candidati scendessero nell’arena, magari per indebolire Conte o Schlein (togliendo voti all’uno o all’altra), le cose potrebbero anche peggiorare. E finire in rissa. A vent’anni dalla loro invenzione si può dire apertamente: le primarie all’italiana o sono fasulle o sono una iattura.
Diciamo con chiarezza anche un’altra cosa: dopo i due netti pronunciamenti di Conte (che — è chiaro — nel corso dell’estate diventeranno tre, quattro, cinque), le primarie ci appaiono ancora peggio. E se Schlein anziché reagire con la consueta flemma — cioè lasciando all’eroico Igor Taruffi l’ingrato compito di rimbeccare Conte e intervenendo a scoppio ritardato con considerazioni più diluite — se Schlein, dicevamo, rispondesse tempestivamente e per le rime al leader del M5S si finirebbe in area divorzio.
E sul fronte avverso? Giorgia Meloni, ancorché fiaccata dai dissidi in Lega e FI, insidiata da Vannacci e afflitta da problemi non dissimili di collocazione del proprio schieramento sul fronte internazionale, è un osso troppo duro per essere affrontato a colpi di bisteccherie e mozioni antifasciste. Conte ha stoffa, ha un fantasma da battere (Draghi, stavolta nei panni di consigliere occulto di Schlein), e nemici di parte grillina a cui non si può permettere di cedere neanche un centimetro. Adesso tocca al Pd.
Per quanto possa apparire paradossale, è compito del gruppo dirigente del Partito democratico aiutare Conte a risolvere i suoi problemi. Se gli lasceranno come unica via quella di rimanere nell’arena delle primarie a battersi da solo contro Schlein e comparse varie, potrebbero ricevere amare sorprese da quel gladiatore. Meglio rinunciare all’arena.