Non ho alcuna intenzione di “riaprire” il caso Calabresi, né mi spinge a farlo questa piccola posta che pure chiede risposta. E neppure credo che Luciano Violante, il quale da vessillo dell’antico Pci è ora raccontato come simpatizzante di Giorgia Meloni, sia uno dei tanti omuncoli del trasformismo italiano. Rimane infatti il protagonista, più temuto che amato, del lungo e intricato rapporto tra giustizia e politica e tra morale e faziosità, custode opaco e sottile di mille misteri italiani e dunque anche del sapere e non dire, del rivelare nascondendo.
Al di là della sua comprensibile “curiosità”, caro Sofri, diventata struggente “siccome si fa tardi” (Violante è del 25 settembre 1941 e lei del primo agosto 1942), penso che avere accreditato — il processo era ancora aperto — il proprio pre-giudizio, quale che esso fosse, con l’autorevolezza di una fonte segreta, “non ostensibile”, non abbia offeso la Costituzione, ma eticamente non è oggi un titolo per insegnarla e illuminarla, tanto più sulla cattedra di Diaco, popolare e di garbo, ma pur sempre compagno di liceo di Meloni.
Francesco Merlo
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