Il 17 febbraio 1600 veniva messo al rogo dalla Santa Inquisizione romana, a Campo de’ Fiori, il filosofo Giordano Bruno, dopo sette anni di prigionia nelle carceri di Castel Sant’Angelo.
Riportiamo il suo ultimo dialogo con il discepolo Sagredo, che andò a trovarlo in carcere prima dell’esecuzione, così come riportato nel libro “La futura scienza di Giordano Bruno e la nascita dell’uomo nuovo” di Giuliana Conforto. Un inno, quello dell’eretico frate domenicano, alla ricerca della verità “bandita da un mondo che si regge sulla menzogna”. “La mia morte servirà per mostrare il vero potere, quello occulto, che si muove dietro tutte le Chiese e tutti i poteri del mondo”.
Nell’angusto, buio e lungo corridoio delle carceri di Castel Sant’Angelo, si odono passi che segnano l’avvicinarsi di ospiti ai condannati prossimi all’esecuzione.
Con un forte rumore di chiavi si apre la pesante porta della cella ove è rinchiuso il condannato al rogo: Giordano Bruno; è lì, steso su un rude pagliericcio, mentre i suoi occhi lucidi, fermi e sereni si illuminano di gioia e di tenerezza alla vista dell’ospite.
«Sagredo, mio giovane amico!» esclama il grande filosofo.
I due si abbracciano; il guardiano esce in silenzio, richiudendo dietro di sé la porta della nuda e umida cella.
«Corri gravi rischi, figliolo. L’inquisizione non ha simpatia per chi ha simpatia per gli eretici.»
«Maestro, non potevo non salutarvi.» Il giovane nasconde a stento l’emozione di trovarsi di fronte al grande saggio, ormai prossimo all’esecuzione della feroce sentenza … leggi tutto
