40 anni di Africa Unite: «Siamo i vecchiacci del reggae» (rollingstone.it)
La band di Bunna e Madaski si racconta. Gli inizi, i viaggi in Giamaica e in Iraq,
la svolta di ‘Babilonia e poesia’, come andare avanti nell’era del disimpegno: «Oggi si vive in modo leggero, anzi leggerissimo»
Trent’anni in levare (Chinaski), l’autobiografia degli Africa Unite pubblicata per i trent’anni di carriera, è lunga circa 230 pagine. Ora che ne compiono quaranta, quante ne dovrebbe avere? «Il doppio: negli ultimi tempi tutto si è velocizzato, per noi come per gli altri», ammettono Bunna e Madaski, le due teste pensanti della band reggae di Pinerolo, Torino. Quando parlano del gruppo, si definiscono «i vecchiacci» del genere.
Ma la verità è che rappresentano molto altro: un’istituzione della nostra musica, che ha saputo – anzi, sa – declinare in maniera personale e italiana gli input che vengono dalla Giamaica, riempiendo la discografia (tredici album in studio) di messaggi politici e sociali come quelli sull’antifascismo militante, di contaminazioni punk e rock, esibendosi tra l’altro in tutto il mondo.
Dopo essersi formati, come tanti, dopo l’evento di Bob Marley a San Siro nel 1980, hanno resistito alle mode, ai cambi di formazione (in cui è passato anche Max Casacci, prima di fondare i Subsonica) e alla digitalizzazione, continuando a macinare chilometri in furgone, a suonare in giro, a registrare. Con coerenza, divertendosi. Giusto i dread si sono ingrigiti.
Per il resto, oggi è uscito il nuovo singolo Forty-One Bullets, mentre l’11 maggio toccherà a un live celebrativo su Bandcamp e al remake di People Pie, il loro album del 1991, l’ultimo prima della svolta di Babilonia e poesia (1993), con cui avrebbero iniziato a cantare in italiano, a fare sul serio. Sullo sfondo, oltre alla ripubblicazione del loro catalogo, anche un album di inediti (Numeri) già pronto per quando si tornerà a fare concerti dal vivo.
«Insomma, nonostante l’età non molliamo. Anzi proviamo a correre come gli altri» … leggi tutto
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