Più Gobetti, meno Tolkien
Il pluralismo non è una concessione né il contrario dell’unità.
Dopo il trauma del 2016, il Partito democratico rischia una nuova crisi se smarrisce la sua natura riformista e liberale, rinchiudendosi in una dimensione identitaria che parla solo alle curve. L’intervento di Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, alla direzione del Partito democratico
Penso che, in una fase come quella che attraversiamo, delicata, i momenti di discussione debbano essere maggiori. Perché questo è il modo in cui funziona un partito che discute, che decide. Lo dico soprattutto perché ho sentito anche oggi, ma non solo oggi, parole confuse, sbagliate. Confuse sul rapporto tra il necessario confronto che serve in un partito e il concetto di unità.
E allora io voglio dire subito che il pluralismo non è una concessione, non è sopportazione acustica, cari amici, non è lasciar parlare qualcuno e poi fare come se nulla fosse perché c’è già un’altra linea. Il pluralismo è un’idea precisa di partecipazione democratica, non è generica tolleranza. E soprattutto non è l’opposto dell’unità, perché l’opposto dell’unità è la divisione.
E si può essere uniti anche avendo posizioni diverse. Se quelle posizioni vengono ascoltate, vengono riconosciute e vengono attraversate, perché è così che si riesce poi a fare sintesi. Non si è più uniti quando, invece, le differenze vengono ridotte all’individualità, quando vengono annichilite. È lì che nasce la frattura.
E noi l’abbiamo già vissuto, lo dico guardando Roberto, Arturo, l’abbiamo già vissuto tutto questo. Ed è stato doloroso, perché è accaduto dopo il referendum del 2016. C’è stata una frattura dolorosa che portò tanti amici, tanti compagni, anche Elly, a lasciare il Pd. E oggi vedo spirali di radicalizzazione però ancora più profonde.
Dentro il Pd e dentro il campo largo facciamo attenzione, perché sui territori c’è già una lenta, taciuta, nascosta, ma progressiva e inesorabile tendenza dei dirigenti che stanno lasciando questa comunità. E tanti fondatori non si riconoscono più. Non riconoscono più il Pd.
Penso alle parole di Prodi, penso a quelle di Veltroni, e potrei continuare perché la lista è lunga. Io penso che questo debba essere un serio motivo di riflessione, perché un gruppo dirigente eletto ha certamente il diritto di mettere in campo la linea politica su cui ha vinto il congresso, ma non ha il diritto di cambiare la natura di un partito. Ed è quello che sta succedendo.
Il Pd non è nato come un partito di sinistra identitario, non è nato così. È nato come un partito riformista di centro-sinistra, è la casa di chi, come me, veniva da una formazione democratica, popolare, cattolica, liberale.
Io venivo da una formazione così, dalla Margherita. Se oggi citi la parola liberale sei considerato un nemico del popolo. Ma io non sono una nemica, sono una fondatrice di questa comunità, che ha esattamente quell’estrazione politica.
E su questo io voglio essere chiara. Noi non possiamo scappare più, cari amici e cari compagni. Ci dobbiamo intendere con grande rigore e con grande serietà che il Pd è ancora posto, è ancora casa per i democratici, per i liberali?
E cioè per me e per quelli che la pensano come me? Io continuo a sperare di sì. Perché le ragioni per cui abbiamo fatto nascere un partito capace di parlare a tutti gli italiani e non solo alle curve restano tutte ancora centrali. Io continuo a pensare che l’alternativa non nasce dalla polarizzazione permanente, non nasce dall’idea che serva sempre una spallata.
Perché su questa base, su quello che penso io, non si costruisce alcuna alternativa di governo, si restringe solo il campo della responsabilità, e questo vale per il referendum, vale per il merito, vale per il clima politico più generale.
Io lo so, tutti qua noi aspettiamo il momento di mandare a casa questa destra terribile, ma possiamo evitare, nell’attesa, di adottare lo stile politico e comunicativo di Fratelli d’Italia? E non solo per un fatto di comunicazione, ma per una questione più profonda che riguarda il rapporto tra noi, tra questa comunità e il Paese. Perché se parliamo solo a noi stessi, se ci adagiamo solo su una dimensione identitaria, come facciamo a riprendere quel pezzo enorme di Paese che non vota più, che detesta le curve, tanto quella terribile a destra quanto quella altrettanto problematica a sinistra?
Tutta quella gente che non ha più fiducia nella politica. Io penso che noi dobbiamo provarci, possiamo provarci. Per esempio, non lasciando al formalismo battaglie epocali: la difesa delle democrazie liberali, quindi il sostegno all’Ucraina, quello alla causa iraniana, la lotta contro l’antisemitismo.
Su questi temi non basta avere una postura corretta, che peraltro non sempre abbiamo. Serve una proposta politica riconoscibile, continua, militante, come quella che giustamente abbiamo avuto su Gaza. Arrivo all’Europa e chiudo.
Da mesi si dice che serve un nuovo internazionalismo progressista, democratico, e non possiamo vivere il paradosso che siano i sovranisti a costruire il giusto, il vero e il necessario. Ma come lo costruiamo, Elly? Se in quattro anni di invasione russa non sei mai andata a Kiev, che è la frontiera, il simbolo, l’idea della difesa della democrazie liberale.
Perché non basta dirsi Europeisti. Non basta dirsi le cose, le cose bisogna farle.
E allora forse, invece di discutere di come recuperare Tolkien, interessante, dovremmo recuperare Piero Gobetti, in cui quest’anno ricorrono ioi cento anni dalla morte inferta per mano dei fascisti. La libertà non è un diritto che si riceve, è un dovere che si conquista.
E parla esattamente a noi oggi, perché la democrazia non è un’abitudine, è una costruzione fragile, esigente, che vive solo se è sostenuta da istituzioni credibili e da cittadini consapevoli e da una politica capace di distinguere ciò che è conveniente, persino dal punto di vista elettorale, da ciò che è giusto, da ciò che serve, da un esercizio continuo di responsabilità. Le cose in cui tanti di noi credono non sono mai cambiate, sono rimaste le stesse. Sono quelle che migliaia di cittadini hanno scelto alle ultime europee, per esempio. E però noi abbiamo visto, e dobbiamo parlarne, un progressivo slittamento di questo partito.
Sugli autobus c’è scritto «si prega di non parlare al conducente», perché è vero, non si disturba chi è alla guida, ma forse, visto che la strada che stiamo attraversando non è quella che abbiamo scelto insieme, forse allora le nostre voci sono più che una semplice richiesta di informazioni. Sono la volontà di mondi che esistono, con cui parliamo, che ci votano, che ci vorrebbero votare ancora, che ci fanno capire davvero qual è il termine utimo, cioè la destinazione di questo nostro viaggio.
E noi abbiamo bisogno di capirlo, Elly, con serietà, con rigore, ma anche con onestà, senza perdere altro tempo. Grazie.


Ridurre i rischi di comportamenti violenti richiede adulti supportivi, presenti a casa, a scuola e sul territorio, ma anche la promozione di relazioni spontanee tra pari. I ragazzi devono imparare a stare in gruppo, a usare la forza del legame fraterno in senso positivo, e a conoscersi attraverso il confronto. Gli adulti devono fornire spazi e tempi per questa socializzazione, evitando di delegare completamente ai centri commerciali o alla piazza virtuale il soddisfacimento di questo bisogno fondamentale dello sviluppo.
