Il Pd ha già vissuto una frattura e rischia di ripeterla, avverte Picierno (linkiesta.it)

di

Più Gobetti, meno Tolkien

Il pluralismo non è una concessione né il contrario dell’unità.

Dopo il trauma del 2016, il Partito democratico rischia una nuova crisi se smarrisce la sua natura riformista e liberale, rinchiudendosi in una dimensione identitaria che parla solo alle curve. L’intervento di Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, alla direzione del Partito democratico

Penso che, in una fase come quella che attraversiamo, delicata, i momenti di discussione debbano essere maggiori. Perché questo è il modo in cui funziona un partito che discute, che decide. Lo dico soprattutto perché ho sentito anche oggi, ma non solo oggi, parole confuse, sbagliate. Confuse sul rapporto tra il necessario confronto che serve in un partito e il concetto di unità.

E allora io voglio dire subito che il pluralismo non è una concessione, non è sopportazione acustica, cari amici, non è lasciar parlare qualcuno e poi fare come se nulla fosse perché c’è già un’altra linea. Il pluralismo è un’idea precisa di partecipazione democratica, non è generica tolleranza. E soprattutto non è l’opposto dell’unità, perché l’opposto dell’unità è la divisione.

E si può essere uniti anche avendo posizioni diverse. Se quelle posizioni vengono ascoltate, vengono riconosciute e vengono attraversate, perché è così che si riesce poi a fare sintesi. Non si è più uniti quando, invece, le differenze vengono ridotte all’individualità, quando vengono annichilite. È lì che nasce la frattura.

E noi l’abbiamo già vissuto, lo dico guardando Roberto, Arturo, l’abbiamo già vissuto tutto questo. Ed è stato doloroso, perché è accaduto dopo il referendum del 2016. C’è stata una frattura dolorosa che portò tanti amici, tanti compagni, anche Elly, a lasciare il Pd. E oggi vedo spirali di radicalizzazione però ancora più profonde.

Dentro il Pd e dentro il campo largo facciamo attenzione, perché sui territori c’è già una lenta, taciuta, nascosta, ma progressiva e inesorabile tendenza dei dirigenti che stanno lasciando questa comunità. E tanti fondatori non si riconoscono più. Non riconoscono più il Pd.

Penso alle parole di Prodi, penso a quelle di Veltroni, e potrei continuare perché la lista è lunga. Io penso che questo debba essere un serio motivo di riflessione, perché un gruppo dirigente eletto ha certamente il diritto di mettere in campo la linea politica su cui ha vinto il congresso, ma non ha il diritto di cambiare la natura di un partito. Ed è quello che sta succedendo.

Il Pd non è nato come un partito di sinistra identitario, non è nato così. È nato come un partito riformista di centro-sinistra, è la casa di chi, come me, veniva da una formazione democratica, popolare, cattolica, liberale.

Io venivo da una formazione così, dalla Margherita. Se oggi citi la parola liberale sei considerato un nemico del popolo. Ma io non sono una nemica, sono una fondatrice di questa comunità, che ha esattamente quell’estrazione politica.

E su questo io voglio essere chiara. Noi non possiamo scappare più, cari amici e cari compagni. Ci dobbiamo intendere con grande rigore e con grande serietà che il Pd è ancora posto, è ancora casa per i democratici, per i liberali?

E cioè per me e per quelli che la pensano come me? Io continuo a sperare di sì. Perché le ragioni per cui abbiamo fatto nascere un partito capace di parlare a tutti gli italiani e non solo alle curve restano tutte ancora centrali. Io continuo a pensare che l’alternativa non nasce dalla polarizzazione permanente, non nasce dall’idea che serva sempre una spallata.

Perché su questa base, su quello che penso io, non si costruisce alcuna alternativa di governo, si restringe solo il campo della responsabilità, e questo vale per il referendum, vale per il merito, vale per il clima politico più generale.

Io lo so, tutti qua noi aspettiamo il momento di mandare a casa questa destra terribile, ma possiamo evitare, nell’attesa, di adottare lo stile politico e comunicativo di Fratelli d’Italia? E non solo per un fatto di comunicazione, ma per una questione più profonda che riguarda il rapporto tra noi, tra questa comunità e il Paese. Perché se parliamo solo a noi stessi, se ci adagiamo solo su una dimensione identitaria, come facciamo a riprendere quel pezzo enorme di Paese che non vota più, che detesta le curve, tanto quella terribile a destra quanto quella altrettanto problematica a sinistra?

Tutta quella gente che non ha più fiducia nella politica. Io penso che noi dobbiamo provarci, possiamo provarci. Per esempio, non lasciando al formalismo battaglie epocali: la difesa delle democrazie liberali, quindi il sostegno all’Ucraina, quello alla causa iraniana, la lotta contro l’antisemitismo.

Su questi temi non basta avere una postura corretta, che peraltro non sempre abbiamo. Serve una proposta politica riconoscibile, continua, militante, come quella che giustamente abbiamo avuto su Gaza. Arrivo all’Europa e chiudo.

Da mesi si dice che serve un nuovo internazionalismo progressista, democratico, e non possiamo vivere il paradosso che siano i sovranisti a costruire il giusto, il vero e il necessario. Ma come lo costruiamo, Elly? Se in quattro anni di invasione russa non sei mai andata a Kiev, che è la frontiera, il simbolo, l’idea della difesa della democrazie liberale.

Perché non basta dirsi Europeisti. Non basta dirsi le cose, le cose bisogna farle.

E allora forse, invece di discutere di come recuperare Tolkien, interessante, dovremmo recuperare Piero Gobetti, in cui quest’anno ricorrono ioi cento anni dalla morte inferta per mano dei fascisti. La libertà non è un diritto che si riceve, è un dovere che si conquista.

E parla esattamente a noi oggi, perché la democrazia non è un’abitudine, è una costruzione fragile, esigente, che vive solo se è sostenuta da istituzioni credibili e da cittadini consapevoli e da una politica capace di distinguere ciò che è conveniente, persino dal punto di vista elettorale, da ciò che è giusto, da ciò che serve, da un esercizio continuo di responsabilità. Le cose in cui tanti di noi credono non sono mai cambiate, sono rimaste le stesse. Sono quelle che migliaia di cittadini hanno scelto alle ultime europee, per esempio. E però noi abbiamo visto, e dobbiamo parlarne, un progressivo slittamento di questo partito.

Sugli autobus c’è scritto «si prega di non parlare al conducente», perché è vero, non si disturba chi è alla guida, ma forse, visto che la strada che stiamo attraversando non è quella che abbiamo scelto insieme, forse allora le nostre voci sono più che una semplice richiesta di informazioni. Sono la volontà di mondi che esistono, con cui parliamo, che ci votano, che ci vorrebbero votare ancora, che ci fanno capire davvero qual è il termine utimo, cioè la destinazione di questo nostro viaggio.

E noi abbiamo bisogno di capirlo, Elly, con serietà, con rigore, ma anche con onestà, senza perdere altro tempo. Grazie.

Metal detector: la paura degli adulti (doppiozero.com)

di Virginia Suigo

Scuola Opinioni

Il ragazzo che ha ucciso un compagno di classe a La Spezia, riaccendendo il dibattito sull’introduzione dei metal detector nelle scuole, è poco rappresentativo degli adolescenti che sempre più spesso escono di casa con un coltello in tasca.

Nella maggior parte dei casi i ragazzi portano con sé un’arma non per vendetta, o per colpire qualcuno, ma come strumento di difesa, per affrontare un mondo che avvertono imprevedibile e minaccioso: “questa generazione è così, non ti puoi fidare ad uscire senza” mi dice un ragazzo che ascolto, coinvolto in un reato grave. E ancora: “in giro non sai mai chi puoi incontrare, meglio essere pronti”.

La presenza di un coltello è una sorta di illusione di sicurezza: oggi, più che in passato, i ragazzi hanno paura. Le ricerche lo confermano: si tratta di una generazione ansiosa, spaventata e triste, più che rabbiosa. È la paura a spingerli a proteggersi in modo preventivo, anticipando il pericolo con comportamenti aggressivi che percepiscono come difensivi. Si armano di coltelli e della forza che solo il gruppo può dare per sentirsi più sicuri. Il gruppo di amici è uno spazio centrale per gli adolescenti: permette di affrontare difficoltà, elaborare momenti di disagio e confrontarsi in un contesto di sostegno reciproco.

Grazie al riconoscimento tra pari, i giovani possono trasformare confusione e insicurezza in esperienze condivise. Il gruppo favorisce la crescita e l’apprendimento di strategie per affrontare la vita; ma può anche rinforzare comportamenti negativi e tensioni, amplificando disagio e problemi relazionali. Il problema emerge quando il gruppo diventa l’unico contenitore di sicurezza, soprattutto in contesti percepiti come ostili, in cui il mondo adulto è avvertito come distante, ansioso o indifferente.

Le cosiddette “baby gang” sono spesso il frutto di questa condizione: non tanto un fenomeno generazionale di devianza, quanto una risposta a contesti in cui i ragazzi non trovano appartenenza, supporto e riconoscimento. La mancanza di sostegno adulto coerente e rassicurante contribuisce a una maggiore vulnerabilità, spingendo molti ragazzi a cercare sicurezza e appartenenza altrove, nei gruppi informali oppure in un coltellino.

Alcuni episodi emblematici lo mostrano chiaramente. Aaron ha accoltellato un compagno di classe fuori da scuola, in risposta ad un’aggressione che era iniziata tra i banchi e si era conclusa con la minaccia che sarebbe continuata fuori.

Perché non ha pensato di chiedere aiuto a qualcuno, di parlarne con uno dei docenti che sono sfilati nelle lunghe ore che mancavano al termine delle lezioni? “Ma guarda che professori e dirigente sapevano benissimo cos’era successo, ci hanno divisi! Ma alla scuola interessa solo che tu non faccia casino finché sei sotto la loro responsabilità, perché non vogliono andarci di mezzo”.

Riccardo ha una vicenda simile, e racconta che non ha neanche pensato di chiedere aiuto ai suoi genitori: “Non volevo si preoccupassero, sono già troppo in ansia di loro. E poi, che cosa potevano fare? L’unica sarebbe stata far venire gli amici”. I genitori di Antonio, partecipi di ogni aspetto della vita del figlio, dicono che si può parlare di tutto, ma comunicano implicitamente la necessità di rassicurazioni continue.

Qualsiasi risposta diversa da “tutto bene” li manda nel panico, generando ansia e insicurezza nel ragazzo. Al contrario, la mamma di Carlos lo ha portato in Italia per proteggerlo da situazioni di rischio nel paese d’origine, ma lavora due turni al giorno e non riesce mai a essere presente. I genitori di Ahmed, invece, sono rimasti a Beli Bellal. Lui è arrivato in Italia da solo dopo un viaggio migratorio traumatizzante, convive con esperienze di violenza passata e utilizza psicofarmaci per gestire l’angoscia.

La percezione di paura che oggi accompagna la violenza giovanile di gruppo non nasce nei contesti urbani post-Covid, ma affonda le radici in una storia più lunga. È una dinamica che coinvolge profondamente il mondo adulto, che fatica a riconoscerlo. Gli adolescenti diventano contenitori simbolici delle ansie e delle insicurezze delle generazioni adulte, soprattutto quando ereditano problemi strutturali, sociali e culturali trasmessi nel tempo.

Vengono descritti come sregolati, senza limiti, privi di valori; ma quanto spesso gli adulti stessi riescono a stabilire regole chiare, valorizzare l’impegno, vivere secondo valori profondi, prima ancora di trasmetterli? La vita adulta è dominata dalla logica della performance, della popolarità e dell’estetica. Gli strumenti per crescere responsabilmente e affrontare la frustrazione restano poco evidenti.

Nel discorso pubblico, la violenza giovanile viene frequentemente interpretata come segno di un degrado generazionale, costruendo l’immagine di giovani senza limiti e inclini alla violenza. Raramente questa lettura si accompagna a una riflessione sulle responsabilità degli adulti o sui contesti strutturali — precarietà, disuguaglianze, fragilità dei legami sociali — in cui tali comportamenti si sviluppano.

Il panico morale rende gli adolescenti “bersagli simbolici”, mentre le vere responsabilità adulte e le condizioni sociali vengono spesso ignorate. Un mondo adulto apprensivo e ipercontrollante ostacola esperienze fondamentali per la crescita, rendendo i ragazzi fragili e poco capaci di gestire conflitti: si parla di genitori elicottero, pronti a intervenire a ogni difficoltà; o di genitori curling, che livellano il percorso dei figli per ridurre ogni attrito ed eliminare ogni frustrazione ed ogni ostacolo al percorso.

Il desiderio di proteggere i figli dai rischi è comprensibile. Tuttavia, imparare a correre rischi è essenziale per sviluppare sicurezza, fiducia in sé e autonomia. Altrimenti si favoriscono atteggiamenti ritirati e ansiosi, che prolungano la dipendenza dagli adulti e ostacolano la crescita. In passato, il mondo era (erroneamente) percepito come meno pericoloso e forse esisteva l’illusione di poter proteggere completamente i figli, monitorando la loro crescita.

Le nuove tecnologie hanno inizialmente rassicurato gli adulti, un esempio tra tutti la geolocalizzazione: dispositivo apparentemente innocuo, non aiuta in realtà la capacità dei ragazzi di affrontare situazioni pericolose, ma, anzi, rafforza l’insicurezza e l’ansia. Un ulteriore esempio è la tendenza, sempre più diffusa, a presidiare gli spazi e eliminare il gioco libero, riducendole opportunità di crescita spontanea.

La letteratura scientifica conferma ciò che il buon senso suggerisce: bambini e adolescenti hanno bisogno di giocare, preferibilmente all’aperto, tra pari, con un adulto presente a monitorare in modo blando, non a controllare rigidamente. Il gioco è uno strumento fondamentale per sviluppare competenze sociali, empatia e regolazione emotiva. Questo microcosmo sociale insegna a negoziare ruoli, rispettare i confini e modulare comportamenti aggressivi.

Un intervento adulto eccessivamente protettivo interrompe questa esperienza cruciale, rischiando di privare gli adolescenti della capacità di affrontare ingiustizie o di comprendere che la prepotenza non paga.

lRidurre i rischi di comportamenti violenti richiede adulti supportivi, presenti a casa, a scuola e sul territorio, ma anche la promozione di relazioni spontanee tra pari. I ragazzi devono imparare a stare in gruppo, a usare la forza del legame fraterno in senso positivo, e a conoscersi attraverso il confronto. Gli adulti devono fornire spazi e tempi per questa socializzazione, evitando di delegare completamente ai centri commerciali o alla piazza virtuale il soddisfacimento di questo bisogno fondamentale dello sviluppo.

La scuola dovrebbe poi essere uno dei principali luoghi di regolazione della rabbia e del conflitto. Quando funziona, offre strumenti per dare senso alle frustrazioni, trasformare l’impulsività in parola e il disagio in richiesta di aiuto. Quando invece viene vissuta come spazio di esclusione, svalutazione o fallimento ripetuto, il legame educativo si incrina e cresce il rischio di dispersione scolastica.

L’abbandono, esplicito o implicito, non è mai solo una questione didattica: spesso segnala una rottura più profonda che priva i ragazzi di uno dei pochi contesti in grado di contenere, elaborare e orientare l’aggressività. Senza questo contenimento, la rabbia cerca altre vie di espressione, talvolta immediate e distruttive, rendendo la violenza un mezzo tragicamente accessibile di affermazione di sé e di riconoscimento.

Nei corridoi delle scuole, i metal detector promettono sicurezza, ma rischiano di peggiorare il problema che intendono risolvere. L’intento è proteggere, ma un ingresso presidiato trasmette un messaggio diverso: la scuola appare più come luogo di controllo che spazio educativo. Il loro uso può generare ansia, esclusione e stigmatizzazione, trasformando la presenza del dispositivo più in simbolo che in reale misura preventiva.

Inoltre, gli studenti possono aggirare facilmente i controlli usando oggetti non metallici o strumenti realizzati con stampanti 3D. Studi negli Stati Uniti mostrano che nelle scuole con metal detector la percezione di sicurezza degli studenti tende addirittura a peggiorare, mettendo in discussione il reale vantaggio di questi strumenti.

Oltre a un’efficacia limitata, i metal detector, inseriti tra telecamere e agenti di polizia, introducono logiche di sospetto nelle relazioni tra studenti e adulti, sostituendo fiducia e responsabilità con routine disciplinari. L’istituzione comunica implicitamente che ogni studente è potenzialmente pericoloso, influenzando negativamente il clima scolastico, la partecipazione e il senso di appartenenza, soprattutto nelle scuole dei contesti socio-economici più svantaggiati.

In questo contesto, i metal detector educano più alla diffidenza che alla cittadinanza. Il messaggio è chiaro: “non ci fidiamo di te”. Questo mina la fiducia reciproca tra studenti, insegnanti e istituzione, riducendo autonomia, responsabilità e senso civico. Gli studenti rischiano di diventare più soggetti controllati che cittadini responsabili, abituandosi alla sorveglianza anziché a comportamenti partecipativi e consapevoli.

Il mondo adulto è chiamato a una responsabilità diretta nei confronti degli adolescenti: ragazzi che vanno sostenuti, valorizzati e guidati, e che hanno bisogno di incontrare uno sguardo benevolo, fiducioso e solido, anziché specchi di angosce e paure già presenti dentro di loro, anche quando la facciata che mostrano è spavalda e indomita.

Le cosiddette baby gang raccontano più le paure del mondo adulto che le dinamiche interne dei gruppi di ragazzi violenti. È normale e inevitabile che la prima reazione davanti a comportamenti aggressivi sia difensiva. Tuttavia, ridurre tutto a questa chiave rischia di distorcere la realtà.

Cerchiamo spiegazioni semplicistiche della violenza giovanile: narrazioni che ci permettono di prendere distanza, rassicurandoci che “quanto accaduto riguarda altri”, un mondo lontano dal nostro. Come se non potesse mai succedere a noi. Reprimere, controllare e gestire diventano antidoti alla paura. In realtà, la alimentano.

Di fronte a fenomeni complessi, il mondo adulto dovrebbe fare un passo avanti: essere solido, presente, autorevole. Non un passo indietro. Il metal detector andrebbe simbolicamente messo dunque all’uscita della scuola, non all’ingresso: dei problemi ci facciamo carico, portateli davanti al nostro sguardo di adulti.

Dai ragazzi non ci dobbiamo difendere, dobbiamo loro mostrare di essere partecipi, coinvolti e impegnati: un riferimento reale, non delegato alla sorveglianza. L’obiettivo è chiaro: far sì che gli adolescenti smettano di sentirsi soli e ricomincino a fidarsi di adulti capaci di rassicurare, ascoltare e aiutare a immaginare un futuro possibile.

La scuola da sola non può sostenere un cambiamento così profondo. Serve una comunità educante, che ricordi che i figli sono figli di tutti; che non sempre “i figli degli altri” creano problemi e, anche quando lo fanno, l’unica strada autentica è trattarli come fossero propri.

È fondamentale che esistano figure adulte capaci di assumersi una responsabilità simbolica rispetto al futuro dei ragazzi. Oggi queste presenze sono rare: contesti storicamente centrali, come oratori o figure religiose, hanno perso rilevanza. Alcune funzioni resistono, ad esempio nello sport, dove un allenatore può diventare riferimento significativo non ignorando le differenze di provenienza, ma valutando impegno, costanza e competenza. Le attività extrascolastiche, sportive o culturali, svolgono un ruolo cruciale non solo per sottrarre i ragazzi alla strada, ma soprattutto per costruire senso di valore personale e appartenenza a gruppi prosociali.

Servono comunità di adulti capaci di fornire rassicurazione e veicolare speranza per il futuro, ed anche capaci di dare senso alla rabbia: ascoltarla e convogliarla. Quanto spesso, a livello culturale, riconosciamo che l’aggressività può essere anche forza vitale, veicolo di cambiamento, messaggio da comprendere prima che reprimere?

Quanto spesso aiutiamo i ragazzi a riconoscere, comprendere e esprimere le emozioni in forme socialmente accettabili? Quanto più spesso, invece, il messaggio implicito è che non c’è spazio, che sono sbagliate, che vanno soffocate? Così facendo, li lasciamo soli, in balia di una paura che, non trovando parole, trova coltelli.

Virginia Suigo è tra le relatrici che intervengono nel progetto Adolescenti questi alieni, un progetto dedicato a chiunque accompagni l’adolescente nel suo viaggio di crescita. 36 appuntamenti dedicati a temi come rabbia, isolamento, disturbi alimentari e linguaggi giovanili. Qui tutte le informazioni e il calendario degli appuntamenti.

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L’ultima nevicata di Gobetti (corriere.it)

di Pier Luigi Vercesi

Maestri Un secolo fa moriva l’intellettuale 
antifascista. 

Giovanissimo, aveva lasciato un segno nell’Italia del suo tempo. E non solo

Le violenze squadriste, l’esilio. Un’esistenza consumata in pochi, intensi anni

«Nell’ora in cui sei partito, una nevicata fitta, bianca, improvvisa. Quasi avesse voluto, gelida e chiara, irrigidire un poco lo strazio della separazione». Ada Gobetti tiene un diario che si assomma alle centinaia di lettere scambiate con il marito da quando aveva sedici anni e lui diciassette. Sul fiacre che da via Fabro 6 lo sta portando alla stazione, il 3 febbraio 1926, Piero chiede al vetturino di andare, ma piano, e annota: «Per l’ultima visione di Torino attraverso la botte di vetro traballante che va nella neve… Saluto nordico al mio cuore di nordico».

Piero Gobetti, quasi 25 anni, ha già fondato tre giornali («Energie Nove», «La Rivoluzione liberale», «Il Baretti») e una casa editrice con all’attivo un centinaio di libri di autori che occuperanno un ruolo di primo piano tra gli intellettuali del Novecento italiano: Salvemini, Nitti, Salvatorelli, Sturzo, Amendola, Einaudi, Ruffini, Passerin d’Entrèves, Sapegno, Missiroli, Prezzolini, Dorso, Tilgher, Papafava.

Anche Ossi di seppia di Eugenio Montale e Amedeo ed altri racconti di Giacomo Debenedetti, nonché Italia barbara di Kurt Erich Suckert, alias Curzio Malaparte, con la dicitura: «Presento al mio pubblico il libro di un nemico…». Per quell’impresa ha ideato un motto: «Che ho a che fare io con gli schiavi?», deciso dopo il suo secondo arresto (29 maggio 1923), un evidente riferimento alla morale intransigente dell’uomo libero in tempi di schiavitù esaltata da Vittorio Alfieri nella tragedia Virginia: «Ai pochi, ai liberi ed ai forti io parlo».

Su quella botticella di vetro Gobetti sta lasciando Torino qualche mese dopo l’ultimo pestaggio subìto a opera di dodici squadristi, che se lo rimpallano mentre lui scalcia a vuoto, come Matteotti sul lungotevere. Mussolini aveva spedito un telegramma al prefetto sabaudo: «Rendere difficile vita questo insulso oppositore governo e fascismo».

Tre giorni prima della marcia su Roma, su «La Rivoluzione liberale» Piero aveva scritto: «Di fronte a un fascismo che con l’abolizione della libertà di voto e di stampa volesse soffocare i germi della nostra azione formeremo bene, non la Congregazione degli Apoti, ma la compagnia della morte». Gobetti è tra i pochi a non farsi illusioni sul fatto che il fascismo sia un fenomeno passeggero. Per lui è l’«autobiografia della nazione», la prosecuzione, anzi la sublimazione della sempiterna Italia dei furbi e dei servi.

I sette anni gobettiani, dal 1918 al ’25, sono fondamentali per la storia nazionale e per quel laboratorio di idee che è Torino. È il tempo delle disillusioni alla fine della Grande guerra, si spengono le false speranze e affiorano le dure certezze, emergono gli inganni e si trasformano in feroci odi. Al «biennio rosso» corrisponde l’ascesa violenta del fascismo. Lo stato liberale è agonizzante.

Capacità di visione

A quasi 25 anni ha già fondato tre giornali e una casa editrice che pubblica Montale e Malaparte

A diciassette anni Gobetti fonda «Energie Nove» per «portare una fresca onda di spiritualità nella gretta cultura di oggi». È anche l’occasione per scrivere a quella ragazza che incontra nell’androne del palazzo e alla quale non ha il coraggio di rivolgere la parola: «Gentile signorina, era proprio ineluttabile che nell’autunno del 1918 io dovessi armarmi di tutta l’impertinenza di cui sono dotato… Ho deciso di fondare un periodico studentesco…». Le chiede di collaborare e da lì nascerà una straziante storia d’amore e d’intesa intellettuale.

Quando poi avvia «La Rivoluzione liberale», Gobetti è ormai convinto che la crisi morale dell’Italia sia l’eredità negativa di come è avvenuto il processo unitario. Una rivoluzione, ritiene, o è liberale nel senso di liberatrice, o non è. La «nostra rivoluzione» avrebbe dovuto farla la borghesia, che invece si è sottratta al suo compito incantata da nostalgie reazionarie.

Così, non avendo ancora coscienza di chi fossero Lenin e Trotskij e nemmeno considerando Stalin, immagina, sulla base dell’esperienza dei comitati di fabbrica, che solo la classe operaia possa, in quel momento, alzare il vessillo della libertà. Resta fedele alla tradizione liberale, ma si avvicina al movimento operaio senza condividere le idee dell’amico Gramsci.

Luigi Einaudi, pilastro, insieme a Salvemini, del pensiero di Gobetti, in un articolo sul «Corriere della Sera» del 14 ottobre 1922 lamenta la decadenza della cultura piemontese: «L’intellettualismo militante sembra essersi rifugiato… in qualche semiclandestino organo giovanile, come il settimanale “Rivoluzione liberale”, sulle cui colonne i pochi giovani innamorati del liberalismo fanno le loro prime armi e, per disperazione dell’ambiente in cui vivono, sono ridotti a fare all’amore con i comunisti de “L’ordine nuovo”».

Norberto Bobbio, che di Piero ha scritto per tutta la vita, si diceva «incredulo» per una simile prodigiosa giovinezza: «Se Croce o Gramsci fossero morti a 25 anni sarebbero ricordati il primo come un giovane studioso di storia locale, il secondo come una sicura promessa di un giornalismo insieme colto e polemico». Invece quell’esistenza consumatasi in così pochi anni risulta compiuta.

E in quei sette anni Gobetti assolve anche l’obbligo militare, si laurea in giurisprudenza a pieni voti con lode e viaggia. È a Firenze, Roma, Palermo. È a Gorizia, dove, ventunenne, commemora Scipio Slataper, dal quale mutua la parola «arido», in un’accezione positiva, per definire il proprio carattere. Si rifà, immaginiamo, a quel lirico passaggio di Il mio Carso: «Ogni suo filo d’erba ha spaccato la roccia per spuntare, ogni suo fiore ha bevuto l’arsura per aprirsi». Nell’estate del 1925 è in Inghilterra e in Belgio, dove trae suggestioni per le sue riviste.

Di ritorno a Torino, oltre alle botte, l’ordine di Mussolini si concretizza nella sospensione delle pubblicazioni de «La Rivoluzione liberale». A Prezzolini, nel novembre del 1925, scrive: «Potrei venire a patti ma non lo farò. È probabile che decida di venire a Parigi… a lavorare come editore».

Un mese dopo, Ada partorisce il loro bambino, Paolo, soprannominato «Pussin», e lo implora di ritardare la partenza, ma Piero è determinato a «non venire a patti». Passa a salutare il professor Einaudi e, per sviare chi lo sta pedinando, raggiunge Parigi passando per Genova, dove alla stazione lo attende Eugenio Montale.

Il suo cuore, che già soffre di scompensi, è indebolito dalle botte e dall’ansia. Appena arrivato nella capitale francese si ammala di polmonite. Lo assistono gli amici Francesco Fausto e Francesco Saverio Nitti, Giuseppe Prezzolini e Luigi Emery. A nulla valgono le cure nella clinica di Neuilly-sur-Seine. Il suo cuore si ferma nella notte tra il 15 e il 16 febbraio 1926, cent’anni fa.

Lo accompagnano al cimitero parigino Père-Lachaise liberali, socialisti e operai che non ha mai conosciuto. Giovanni Amendola, anche lui vittima dalle squadracce, si trova in quei giorni nello stesso ospedale (morirà il 7 aprile). Quando gli dicono che Piero è spirato, fa mandare al suo capezzale un mazzolino di viole.

Per qualche giorno la Torino intimorita dai manganelli e dall’olio di ricino esce dalla tana e va ad abbracciare Ada in via Fabro. Ma è un raggio di sole, la cappa ridiscende e anche «Il Baretti» presto sospenderà le pubblicazioni.

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