Se parlare di armi all’Ucraina ora è un tabù (corriere.it)

di Massimo Franco

La Nota

Non si può dire che dal Parlamento emerga con chiarezza la politica estera dell’Italia.

Il governo tiene sulla solidarietà all’Ucraina. Giovedì il ministro della Difesa Guido Crosetto aveva parlato con orgoglio del sostegno anche militare a Kiev e additato chi, nella maggioranza, «si vergogna» di fornire questo appoggio: un’allusione alla Lega che sta mostrando una freddezza crescente, fino al voto contrario di alcuni suoi parlamentari.

E questo mentre opposizioni scombussolate si dividono sull’Ucraina e perfino sull’Iran. Il fatto che ieri il virtuale Campo largo si sia riunito in piazza, con tanto di foto di gruppo «unitaria», aggiunge ambiguità a ambiguità. La solidarietà con chi protesta in Iran e viene ucciso o arrestato deve fare i conti col no del M5S a una mozione di tutti: un comportamento sul quale ieri la piazza ha fatto finta di nulla.

Ma anche nelle richieste di cambiare il decreto che proroga gli aiuti all’Ucraina, presentate ieri, si conferma una spaccatura delle opposizioni sulle questioni internazionali. Il problema è che anche i partiti di governo stanno rischiando di sgualcire una strategia non incrinata finora dalle tensioni interne; e di contraddire la nettezza mostrata da Palazzo Chigi.

Il decreto che si sta preparando sugli aiuti a Kiev subisce continue sottrazioni lessicali, e tutte nella stessa direzione. È di ieri un emendamento dell’intera maggioranza, nel quale si chiede di cancellare la parola «militari» dal titolo del documento che conferma la cessione di «mezzi, materiali ed equipaggiamenti».

Non è chiaro se si tratti di un modo per tacitare una Lega in ebollizione: al punto che due deputati del partito di Matteo Salvini hanno votato contro la risoluzione della maggioranza; e al Senato Claudio Borghi ha confermato che non voterà il decreto. Salvini cerca di eludere il problema, sostenendo che tra poco finirà il conflitto tra Russia e Ucraina, e dunque non ci sarà bisogno di spedire armi. E FdI, partito della premier, assicura che «la sostanza non cambia».

Ma la prospettiva di creare un documento pasticciato per non incrinare gli equilibri nella maggioranza è evidente. E la conseguenza potrebbe essere di far apparire annacquata almeno a parole la strategia di Palazzo Chigi sull’Ucraina, che finora è stata invece molto coerente. È possibile che nell’attenuazione dei riferimenti all’aspetto militare pesi non solo l’irrigidimento della Lega ma la volontà di non dispiacere a Donald Trump.

Quando la Casa Bianca accusa Zelensky di non volere la pace, indebolisce oggettivamente i sostenitori di Kiev. E questo non può non produrre riflessi nelle politiche dei singoli Paesi europei; e in particolare dell’Italia, che ha dentro al governo e nelle opposizioni critici espliciti del riarmo. D’altronde, è il timore di urtare gli Usa a spiegare il rifiuto di mandare soldati, come altre nazioni dell’Ue, nella Groenlandia ambita da Trump.

L’ambiguità di Askatasuna e il fallimento morale dell’antagonismo urbano (linkiesta.it)

di

La marcia su Torino

Nel racconto rassicurante della piazza “buona” si evita la domanda più scomoda: chi partecipa a un corteo del genere sceglie anche il contesto che lo regge. Se simboli bellici e sigle avvezze allo scontro sono parte del pacchetto la degenerazione non è sfortuna, ma la sua conseguenza

Qualche commerciante, a Vanchiglia, esibisce ancora in vetrina un bel cartello che dice “Io sto con Askatasuna”. La dichiarazione di conformità (ideale? ideologica?) non gli avrà evitato, nella feroce battaglia di sabato pomeriggio, di dover abbassare in fretta e furia le serrande, per scampare al peggio, ma indubbiamente – a meno di pensare a una sorta di sindrome di Stoccolma dei suoi abitanti – esprime uno stato d’animo diffuso nel piccolo borgo edificato nella seconda metà dell’Ottocento (in gran parte dal genio folle di Antonelli, l’architetto della Mole) sulle ceneri della zona all’epoca più malfamata di Torino.

Da quando, trent’anni fa, i primi occupanti hanno preso possesso dell’edificio abbandonato di proprietà comunale in corso Regina Margherita 47, Askatasuna non è stato soltanto il centro propulsore di tutte le battaglie antagoniste e della composita umanità marginale-marginalizzata che vi si radunava; è stato anche un centro “sociale” nel senso proprio del termine, che ha ospitato assemblee, dibattiti, laboratori, concerti, eventi artistici, sportelli di sostegno alla comunità, intrattenimento extrascolastico per i bambini, diverse forme di aiuto agli anziani in difficoltà. Pare che abbia pure contribuito a tenere sotto (un certo) controllo la situazione nella vicina piazza Santa Giulia, insonne centro nevralgico della movida e dello spaccio.

Attività socialmente utili accanto alle mobilitazioni più squisitamente politiche, alle battaglie più discutibili non di rado sfociate nella devastazione. Si può lavorare per il bene del quartiere senza accorgersi che nello stesso edificio, nella stanza accanto, c’è chi alimenta e organizza le azioni più violente, dalle ripetute incursioni contro i cantieri della Tav e i negozi del centro, agli scontri durante i cortei proPal, fino agli assalti alle Ogr, alla Leonardo e alla redazione della Stampa, lo scorso autunno?

È l’ambiguità irrisolta che ha portato allo sgombero forzato – o, se si preferisce, che ne ha fornito al governo il pretesto – poco prima di Natale. E che, a ondate concentriche, si riproduce sulle manifestazioni di piazza fomentate da Askatasuna. Come quella di sabato.

Accanto a Askatasuna aveva aderito una galassia di gruppi e gruppuscoli: Torino per Gaza, No Tav, Extinction Rebellion, Fridays for Future, Non Una Di Meno, i sindacati Usb e Cobas, il Collettivo Universitario Autonomo, Cambiare Rotta, Studenti Indipendenti, oltre ai numerosi gruppi provenienti da Milano, Roma, Napoli, dalle Marche, dalla Toscana, dal Veneto e dall’estero, soprattutto dalla Francia.

Al centro di tutto la battaglia per Askatasuna, ma a caotico contorno un diversificato, informe, contraddittorio coacervo di rivendicazioni e pulsioni, espressione di un malessere reale, che avevano come unico – legittimo, per altri (non questi, o non tutti questi) versi – elemento unificante l’opposizione alle politiche del governo Meloni, e sullo sfondo, vaga e onnipresente, la militanza anti-imperialista, anti-colonialista e anti-occidentale.

Ed è proprio e soprattutto questo l’elemento aggregante che ha mobilitato sabato pomeriggio migliaia (quindicimila? cinquantamila?) cittadini a scendere in piazza, magari sorvolando sul fatto di marciare anche per obiettivi non del tutto condivisi. La cosiddetta parte sana, come molti commentatori si sono affrettati a sottolineare, la grande maggioranza “buona” che si proponeva obiettivi “buoni”, a fronte della minoranza violenta che ha guastato tutto.

Sospendiamo il giudizio sulla bontà degli obiettivi, su alcuni dei quali è lecito avanzare qualche riserva, e che tutti insieme, nel loro rabbioso rumoreggiare, destavano fin dal principio il netto presentimento di qualche cosa che sarebbe andato storto. La domanda però è proprio questa: si può partecipare con pacifica fiducia democratica e antifascista a una manifestazione che affastella tante motivazioni e tante sigle note per una certa tendenza a menare le mani, e sulla quale si addensava l’ombra sinistra dei black bloc in arrivo anche dall’estero?

Si può, senza mettere in conto la prevedibile degenerazione, scendere in piazza per sostenere le ragioni di utilità sociale di uno spazio autogestito ancipite che aveva appeso sulla facciata della sua sede lo striscione inneggiante alla “nuova intifada”? Intifada che in arabo vuol dire scuotimento, rivolta (sottinteso: contro la “criminale entità sionista”) e che concretamente vuol dire pietre e, nel caso di sabato scorso, anche bottiglie frantumate e usate come armi, spranghe, chiavi inglesi, bengala e tutto quanto serve per colpire e devastare (tragica ironia: proprio quella parte di città che in buona parte sostiene Aska).

È la stessa ambiguità, la stessa leggerezza con cui si è sfilato e si sfila per la libertà della Palestina facendo finta di non capire che cosa sottintende l’aggiunta “dal fiume al mare”, di non vedere davanti, dietro, di fianco a sé i vessilli di Hamas e di Hezbollah. Come in quei casi, anche in questo nessuno può farsi schermo delle proprie buone intenzioni, nessuno può dire “io però non c’entro”.

E si può marciare al richiamo di slogan come “Riprendiamoci la città” senza domandarsi in che cosa concretamente dovrebbe consistere questa “reconquista”? Se l’intenzione era quella di riprendersi gli spazi di opposizione e di civile confronto, all’evidenza non era quello che poi si è visto il modo per ottenere lo scopo: davvero era così difficile immaginare cosa sarebbe accaduto?

Ma qualcuno poteva seriamente pensare di prendere possesso della città con la violenza, forzare la mano alle istituzioni e imporre l’ordine del caos? Sinceramente, è impossibile crederlo. E allora? Se la violenza è finalizzata a un qualche scopo, buono o anche cattivo che sia, è in qualche modo aberrantemente giustificata, può avere un suo (per quanto criminale) senso.

La violenza fine a sé stessa, la violenza per la violenza, è soltanto uno sfogo distruttivo e controproducente: una forma di debolezza, e insieme la forma estrema della stupidità.

(LaPresse)

Quel brivido di vissuto che si ha leggendo Liana Milella (ilfoglio.it)

di Andrea Marcenaro

Andrea's Version

Leggerla assatanata nel 2026 com’era da ragazza, quando si sentiva sposa di Davigo, amante di Di Pietro, sorella di Caselli e cugina di Zagrebelskj, è cosa che sa regalare quel niente di reattivo

Regala un brivido di vissuto leggere la signora Liana Milella, giornalista forcaiola a Panorama allorché (in genere il martedì sera) quel giornale mandava le bozze alla Procura di Milano per il nulla osta; è la stessa professionista assunta poi a Repubblica nei tempi beati in cui, quello del Fondatore, era il quotidiano capofila delle gogne;  ora, inevitabilmente è finita al Fatto, il club dove si rifugiano povere forcaiole e poveri forcaioli anziani, come me, però sempre saturi tanto di tossine quanto di noia dell’anima.

Ecco: leggere nonna Milella assatanata nel 2026 come da ragazza, quando si sentiva sposa di Davigo, amante di Di Pietro, sorella di Caselli e cugina di Zagrebelsky, è cosa che sa regalare quel niente di reattivo. Ha compilato giusto ieri una sua lista di infami favorevoli al Sì nel referendum.

Predicozzo plebeo, si potrebbe insinuare, perciò stesso imperante da trent’anni: Mani Pulite eroica, Craxi il porco, Borrelli cavaliere, politici schifosi e Il socialista Moroni, suicida, che se l’era cercata. Possedendo qualche audacia, andate a leggervi da soli tutta la lista.

Da stremarsi, dirà qualcuno, e tuttavia vigorosa. Ricordate Winston Churchill dopo la battaglia d’Inghilterra: “Mai, nella storia degli umani conflitti, in così tanti dovettero tanto a tanto pochi”? Ecco. Mai, nella storia dei conflitti dozzinali, in così tanti dovremo tanta nausea a tanto poca.

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