«Bellicista», infallibile indicatore di manipolazione della realtà (linkiesta.it)

di

Reverse benchmark

Che si tratti di Ucraina o di Groenlandia, il termine non è mai riferito a chi attacca, ma sempre a chi si difende

Volevo scriverlo da tempo, e in qualche modo devo averlo fatto di sicuro, ma per fornire una compiuta elaborazione della mia teoria aspettavo l’occasione giusta, che si è presentata sabato, con il seguente post sul profilo X della Lega (tra i numerosi crimini per cui spero un giorno Elon Musk venga processato dovrebbe esserci anche l’averci costretti a questa interminabile perifrasi, laddove fino a ieri bastava dire «tweet»): «Altri dazi di Trump? La smania di annunciare l’invio di truppe di qua e di là raccoglie i suoi amari frutti. Bene per l’Italia essersi chiamati fuori da questo bellicismo, parolaio e dannoso, dei deboli d’Europa».

Ci sarebbero molte cose da osservare su una simile dichiarazione: dalla scarsa padronanza delle concordanze e della lingua italiana in genere al disprezzo riservato ai «deboli d’Europa» (lo sentite anche voi, vero, l’inconfondibile retrogusto anni Trenta?), ma non è su questo che volevo concentrarmi, bensì sull’uso, in tale contesto, ma anche in qualsiasi altro contesto, della parola «bellicista». Infallibile indicatore, non voglio dire di malafede o stupidità – sebbene la statistica non scoraggi certo questa interpretazione – ma di una precisa forma di manipolazione, consistente nel rovesciamento del nesso causale, della realtà e delle responsabilità.

Che si tratti della guerra in Ucraina, dove «bellicista» non è mai riferito ai russi che l’hanno invasa, ma sempre agli europei che vogliono aiutarla a difendersi, o appunto della Groenlandia minacciata d’invasione da Trump, come nell’esemplare post appena citato, il giochetto è sempre lo stesso.

Ora però la questione non riguarda più qualcun altro. Ora tocca a ciascuno di noi far sentire la propria voce e dire da che parte vogliamo vedere schierato il nostro paese. Giorgia Meloni continua infatti a recitare la parte della grande mediatrice, un ruolo che per troppo tempo e con troppa facilità in tanti le hanno riconosciuto, incoraggiandola e legittimandola, da Ursula von der Leyen al fior fiore della politica e della stampa europea.

Una furbizia che si è ritorta contro di loro e presto si ritorcerà anche contro di noi, a mano a mano che i leader europei decideranno di averne abbastanza dei giochi di parole e dei doppiogiochismi italiani, come quando ieri Meloni è arrivata a spiegare la tensione con un «problema di comprensione e comunicazione» tra Unione europea e Stati Uniti.

Come scrive Carmelo Palma su Linkiesta, «nella geopolitica della malafede, Meloni ha dovuto, per l’ennesima volta, mostrare di credere a qualcosa che non esiste, cioè alle presunte preoccupazioni di sicurezza americane, per eludere l’unico problema che è sul tavolo e che è costituito dall’ordine di Trump che gli si consegni, senza tante storie, l’isola più grande del mondo».

Naturalmente le parole di Meloni si possono anche interpretare in modo più benevolo, come un estremo tentativo di offrire a tutti i contendenti un modo di salvare la faccia e trovare un punto d’intesa, così da evitare il peggio. Ma il punto è proprio questo: ormai è evidente che continuare sulla linea della cosiddetta mediazione è la via più breve verso la fine dell’Unione europea e la totale sottomissione dei suoi membri alla legge del più forte.

Nell’ultimo anno i leader dell’Ue, nota Gideon Rachman sul Financial Times, «hanno provato con l’appeasement e l’adulazione. Ed è qui che questa strategia li ha portati. Devono cambiare rotta immediatamente».

Una replica del penoso spettacolo di volontario asservimento e inconsapevole autolesionismo andato in scena nella trattativa sui dazi, anche grazie all’impegno della nostra grande mediatrice, sarebbe il colpo di grazia, per l’Alleanza Atlantica e per la stessa Unione europea.

(AP/Lapresse)

Debito: e se “vendere l’America” diventasse l’arma decisiva dell’Europa contro Trump? (lesechos.fr)

di Guillaume Benoit

Numeri

Il 40% dei Treasury statunitensi detenuti al di fuori degli Stati Uniti, cioè 3,6 trilioni di dollari, è nelle mani di investitori europei. Una forza che potesse essere mobilitata per mettere pressione su Washington.

“Vendete l’America!” Lo slogan è tornato sui mercati lunedì, dopo le nuove minacce di Donald Trump contro otto paesi europei che si oppongono alle sue ambizioni in Groenlandia. Gli investitori vendevano asset da un dollaro. Wall Street ha chiuso leggermente in rosso, il dollaro è sceso di quasi l’1% e il rendimento statunitense a 10 anni è saltato di 7 punti base al 4,3% per la prima volta dalla fine di agosto.

Un fenomeno che potrebbe dare ispirazione agli europei, che stanno subendo una crescente pressione da Washington, in particolare attraverso misure di ricatto sui dazi doganali. Questi ultimi hanno un asso nella manica che potrebbero essere tentati di usare. Almeno questa è l’intuizione di George Saravelos, il principale stratega di cambio esteri della Deutsche Bank.

Punto debole degli Stati Uniti

“L’Europa possiede la Groenlandia, possiede anche molti Treasury [obbligazioni di stato statunitensi].” L’Europa è persino il più grande creditore internazionale degli Stati Uniti, se sommiamo i titoli di debito che sono nelle mani delle varie istituzioni e società di gestione europee.

George Saravelos stima che ci siano 8.000 miliardi di dollari in obbligazioni e azioni statunitensi nei portafogli del Vecchio Continente, quasi due terzi dell’importo detenuto dagli investitori stranieri. E secondo le stime di Bloomberg, gli europei hanno più di 3.600 miliardi di titoli di Stato del Tesoro, il 40% del loro importo in circolazione all’estero. Questo dà loro un certo vantaggio su Washington.

“Nonostante tutto il loro potere militare ed economico, gli Stati Uniti hanno una debolezza fondamentale: dipendono da altri paesi per pagare le loro bollette”, avverte lo specialista del cambismo. Hanno bisogno di investitori per finanziare un deficit crescente. Ma “in un contesto in cui la stabilità dell’alleanza occidentale è esistenzialmente compromessa, è più difficile trovare motivi per cui gli europei sarebbero così disposti a svolgere questo ruolo.”

Prime vendite

I fondi pensione danesi hanno già iniziato a liberarsi del loro debito americano. L’ultima fino ad oggi, AkademikerPensions prevede di cedere i suoi 100 milioni di dollari in Treasury entro la fine del mese. Il suo direttore degli investimenti ha dichiarato che c’è stata una perdita di fiducia, affermando che la sostenibilità del debito a lungo termine degli Stati Uniti non è garantita. E riconosce che le intenzioni della Casa Bianca sulla Groenlandia – che è annessa alla Danimarca – hanno contribuito alla decisione.

Per i mercati, l’ipotesi di usare i titoli di stato come mezzo per esercitare pressione su Washington vale almeno la pena di essere studiata. Ricordano l’improvviso aumento delle aliquote statunitensi quando fu annunciato l’aumento dei dazi doganali, nel “Giorno della Liberazione” celebrato da Donald Trump.

“Possiamo pensare che, come misura di ritorsione, i cinesi abbiano smesso di comprare o addirittura vendere titoli di Stato”, afferma un dirigente parigino. Se aumenti i tassi a lungo termine statunitensi di 50 o 75 punti base [mezzo o tre quarti di punto, nota del redattore], hai uno strumento di negoziazione. »

Dispersione

Da Davos, il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti Scott Bessent ha cercato di calmare la situazione, definendo la minaccia “fallace”. In realtà, sembra improbabile nel prossimo futuro. Perché anche se i leader europei fossero disposti a usare quest’arma, cosa non certa, sarebbe difficile da attuare.

A differenza della Cina, dove gran parte dei titoli di Stato USA è nelle mani della banca centrale come parte delle sue riserve di valuta, la detenzione dei Treasury in Europa è molto più frammentata.

Sono presenti nei portafogli delle banche centrali, ma anche nei fondi pensione, assicuratori e gestori patrimoniali. Sarà difficile convincere questi ultimi a vendere le proprie azioni in modo coordinato, a rischio di perdere ingenti somme di denaro a causa del crollo della valutazione che una tale manovra creerebbe.

Sicuramente sarebbe necessario un attacco ancora più violento da Washington per farli attivare l’arma nucleare del debito. Ma data la versatilità del presidente americano, questo rischio non può essere completamente escluso.

"Nonostante tutto il loro potere militare ed economico, gli Stati Uniti hanno una debolezza chiave: dipendono dagli altri paesi per pagare le loro bollette", avverte lo stratega della Deutsche Bank George Saravelos.“Nonostante tutto il loro potere militare ed economico, gli Stati Uniti hanno una debolezza chiave: dipendono dagli altri paesi per pagare le loro bollette”, avverte lo stratega della Deutsche Bank George Saravelos. (Foto Liu Jie/China News/SIPA)

Una mina sui mercati (corriere.it)

di Federico Fubini

Sempre più spesso Donald Trump, che ora minaccia 
nuovi dazi contro otto Paesi europei, si muove 
ai confini della pirateria. 

Prendete la sequenza a partire dal sequestro di Nicolás Maduro a Caracas.

Questi era a capo di un regime criminale che falsificava i risultati elettorali per restare al potere. Ma Trump ha deciso di non restituire la sovranità ai venezuelani, bensì di procedere a una pura e semplice cattura di quello stesso regime ai propri fini: l’intera struttura di potere di Caracas al momento resta dov’è, con i metodi brutali di prima, solo che ora asseconda quelli che Trump considera gli interessi economici degli Stati Uniti.

Il primo petrolio già estratto è stato trasferito in America e venduto, per mezzo miliardo di dollari. A chi? Il maggiore acquirente è il gruppo dell’energia Vitol e la figura decisiva è un suo manager di nome John Addison — informa il Financial Times — il quale, guarda caso, ha versato sei milioni di dollari alla campagna elettorale di Trump nel 2024.

M a anche più indicativo è il percorso di quel primo mezzo miliardo delle rendite petrolifere di Caracas. Trump ha appena emesso un ordine esecutivo che dichiara «nullo e invalido» qualunque atto giudiziario ottenuto dai creditori del Venezuela, ovunque nel mondo, per farsi rimborsare attraverso i fondi generati dalle vendite di greggio.

Senonché il Venezuela ha debiti esteri per almeno 150 miliardi di dollari verso la Cina o verso grandi imprese come l’italiana Eni (tre miliardi), l’americana ConocoPhillips (dodici) o la spagnola Repsol.

In sostanza, l’amministrazione Trump ha deciso che si terrà i soldi e i creditori di Caracas devono starsene alla larga. Per mettere il suo primo mezzo miliardo al riparo dai tribunali, ha persino trasferito i fondi su un conto off-shore in Qatar. Così il governo della prima economia del mondo si comporta come un oligarca russo: ha messo le mani sul malloppo e lo fa sparire in un paradiso fiscale lontano, al riparo dalla legge.

Questa è l’America con la quale oggi l’Europa deve fare i conti, non con quella che conoscevamo fino a qualche anno fa. Trump non sta offrendo una dimostrazione di potenza, né costruendo un nuovo impero; è solo disperatamente a caccia di un successo — qualunque tipo di «successo» — perché è ai minimi nei sondaggi e sa che una sconfitta nelle elezioni di midterm a novembre prossimo porterebbe alla sua messa in stato di accusa al Congresso per il tentato colpo di Stato del 6 gennaio 2021.

Quando è così, quando un leader inizia a suscitare repulsione persino nei suoi alleati più fedeli nel mondo, la storia insegna che non è mai finita bene. Il caso venezuelano ovviamente finirà per costare qualcosa anche a chi paga le tasse in Italia, perché qualcuno dovrà pur compensare per le perdite dell’Eni e di conseguenza per i minori dividendi che l’azienda potrà versare allo Stato.

Ma questo è niente, rispetto alla minaccia che l’ultima ritorsione di Trump sui dazi pone al nostro Paese e a tutta l’Europa. Germania, Francia, Olanda, Svezia, Finlandia e gli altri Paesi sono oggi presi di mira per aver inviato delle truppe a garanzia di un alleato (nel caso della Danimarca, per averle mandate sul proprio stesso territorio…).

Ma questa è una mina posta sotto l’Unione europea stessa. Se i dazi differenziali contro alcuni Paesi scattassero davvero — o se l’America catturasse davvero la Groenlandia contro la volontà di tutti — l’esistenza stessa dell’Unione europea nella sua forma attuale sarebbe in pericolo.

Per misurare la reazione dei nostri governi a Trump, è dunque importante capire perché sia così e cosa potrebbe accadere adesso. Se entrassero in vigore dazi imposti per esempio contro la Francia o l’Olanda, ma non contro l’Italia o la Grecia, ad andare in pezzi sarebbe prima di tutto il mercato unico europeo. Le condizioni economiche e commerciali al suo interno sarebbero improvvisamente molto diverse.

A quel punto gli esportatori francesi verso gli Stati Uniti potrebbero cercare di triangolare attraverso l’Italia? E Trump potrebbe allora mettere nuovi dazi anche contro di noi, per proteggersi dai prodotti francesi? La sola lezione chiara di questi mesi è che l’assenza di una risposta europea sarebbe una prova di debolezza destinata ad attirare altre forme di aggressione. L’accordo commerciale di luglio su un campo da golf era iniquo, ma ci è stato detto che andava subìto perché garantiva la pace transatlantica sui dazi e l’impegno di Trump sull’Ucraina al nostro fianco.

Subito dopo Trump ha steso un tappeto rosso a Vladimir Putin in Alaska, mentre oggi tutti devono aprire gli occhi su ciò che era chiaro da mesi: la minaccia di nuovi dazi è sempre dietro l’angolo.

La sola ricetta che funziona, invece, è la fermezza. La Cina non si è lasciata intimidire da Trump, ha risposto colpo su colpo fin dai «dazi reciproci» di aprile scorso, e adesso è il solo Paese che lui evita in ogni modo di provocare. Più di recente Jay Powell, presidente della Federal Reserve, ha risposto alla persecuzione penale del Dipartimento di Giustizia in modo così limpido e duro che ora la Casa Bianca, alla chetichella, sta già cercando di far morire il caso.

Né è vero che l’Unione europea non abbia i mezzi per farsi valere di fronte agli Stati Uniti. Ne ha molti: investitori e risparmiatori europei sono i principali creditori esteri del debito pubblico americano; l’incredibile tolleranza di Bruxelles verso l’Irlanda consente al Big Tech e al Big Pharma degli Stati Uniti di pagare tasse assurdamente basse sulle quote enormi di profitti che quelli registrano in Europa, Medio Oriente ed Africa; lo strumento europeo «anti-coercizione» può escludere le imprese americane dagli appalti nei nostri Paesi (se non vogliamo mettere dei dazi) e comunque l’Unione può sempre attivare le tariffe su prodotti americani per 93 miliardi di euro già individuate.

L’Europarlamento tra l’altro non ha ancora approvato l’accordo commerciale di luglio. Soprattutto, una seria emissione di eurobond per la difesa europea non farebbe che allargare i dubbi che già serpeggiano nei mercati sul futuro del dollaro come egemone unico del sistema finanziario internazionale.

Basta giusto che gli europei lascino filtrare alcune di queste opzioni. E vedrete che già in settimana, da Davos, Trump sospenderà le minacce sui dazi spiegando che il confronto sulla Groenlandia procede «bene».

Trump è un bullo: va trattato di conseguenza. Viviamo in un sistema internazionale in cui la proiezione di potenza conta sempre di più ed essa presuppone che i Paesi siano pronti ad accettarne anche i rischi e i costi. Non si tratta di dare l’assalto ai McDonald’s. Ma i costi dell’«appeasement» di Trump, sempre e comunque, sono più alti.