Il Fatto non smette di sorprendere. Antologia di un reportage paradossale dall’Iran (ilfoglio.it)

di Adriano Sofri

Piccola posta

Dal “sabotaggio alla pace” dei droni su Putin al reportage iraniano tra i giovani “inermi vittime della propaganda occidentale”. Secondo il quotidiano di Travaglio, in Iran il problema non sono gli ayatollah ma gli hotel troppo belli

Pensavo che non si potesse fare di meglio che intitolare, il 30 dicembre, in piena prima pagina: “Sabotaggio alla pace. 91 droni su casa Putin”. E non un solo giornalista, un solo collaboratore, che timidamente preferisse di no.

Invece no. Il 13 gennaio, anno nuovo, Travaglio ha spiegato, per iscritto e ad altissima voce, alle distratte comparse del suo programma televisivo, che non si manifesta per le migliaia di trucidati in Iran: si manifesta solo contro il proprio governo, tanto gli ayatollah delle nostre manifestazioni se ne fottono.

Dunque nemmeno per l’invasione dell’Ungheria (il nostro governo era contrario) o della Cecoslovacchia, tanto il Politburo se ne fotteva, o per l’imprigionamento di Aung San Suu Kyi, tanto i militari birmani se ne fottono, o contro la complicità di Aung San Suu Kyi nella persecuzione dei Rohyngia, o… E naturalmente per l’Ucraina, dato che il governo, un po’ almeno, sta già coi nazisti.

Ma il Fatto quotidiano a volte tocca la perfezione, e a commentarlo criticarlo e dileggiarlo gli si fa torto: bisognerebbe lasciarlo così com’è e solo copiarlo, senza toccare una virgola. Esigenze di spazio, come si dice, lo impediscono. Dunque antologizzo il reportage di ieri di Elena Basile, la cui prima riga provoca un brivido: “Sono partita per l’Iran e vi sono rimasta dieci giorni”.

Ci vuole fegato. “Ho voluto esprimere solidarietà a un popolo martoriato da anni dall’isolamento politico ed economico occidentale. Un popolo che ogni giorno è sotto attacco israelo-americano. Un popolo la cui crisi economica si aggrava sempre di più anche per la guerra economica a cui è sottoposto da decenni”.

Ah, ecco. Non ha voluto sfidare la sorte. “Un giovane mi ha chiesto: ‘Lei crede che io sia un terrorista? Così la tv di Stato chiama gli studenti scesi in piazza a manifestare’. Ho dovuto rispondergli che legalmente sì, se gli studenti manifestano insieme ad agenti del Mossad e della Cia, rispondendo ad appelli lanciati dal figlio dell’ex dittatore, lo Scià Reza Pahlavi, sostenuto da Trump e da Netanyahu, possono essere considerati terroristi”.

In verità, gli studenti hanno manifestato, e prima di loro i bazarì, ben prima che il figliolo dello Scià lanciasse appelli, e se a loro si fossero mescolati agenti del Mossad e della Cia, devono essere stati abilissimi per non lasciarsi coinvolgere dalla carneficina, o shahid sunniti per lasciarsene coinvolgere. Impartita la lezione al “giovane”, la Nostra incontra “un gruppo di giovani veterinari”: “Uomini e donne, mi hanno colpito per la loro ignoranza e inconsapevolezza morale. Affabili, simpatici e conquistati dalla propaganda del pensiero unico, si lamentavano che il Paese investisse in difesa e difendesse il nucleare, anche solo per l’utilizzo a fini civili”.

Ha ricondotto, santa pazienza, anche loro alla ragione: “Facevo notare che l’Iran è sotto minaccia perpetua di attacco israelo-americano ed è quindi comprensibile che la sicurezza sia una priorità del Paese”. Non era facile, dal momento che: “Di fatto erano ben vestiti, una borghesia che non vive la crisi economica dei poveri e dei piccoli commercianti dei bazar, che può permettersi gli alberghi costosi iraniani. Sognano tuttavia gli standard occidentali, poter viaggiare all’estero, essere più ricchi e pensano all’occidente come al Paese della cuccagna”.

A modo suo, molto suo, dice quello che penso anch’io da tempo dell’occidente, che non esista più o quasi se non nell’immaginazione e nei desideri di chi non ce l’ha, delle ragazze dai capelli e dei ragazzi e dei veterinari, uomini e donne, iraniane, che sognano di viaggiare all’estero. Una buona definizione dell’occidente, per chi non ce l’ha: il paese di cuccagna. Il paese di Basile, che ce l’ha e ha viaggiato in Iran, e li ha incontrati negli alberghi costosi. Poi ha incontrato “un medico”, che le ha detto che mancano i farmaci ma ci sono bravi dottori e anche un povero malato di cancro viene curato tempestivamente, e lei, con paziente pedagogia: “Gli ho spiegato di come in Italia le liste di attesa per interventi importanti si allunghino”.

Che non sognino di venire anche da Shiraz a curarsi a Careggi, come da Lamezia Terme. Sulle orme dei resoconti di viaggio di D’Orsi ospite di Russia Today e spettatore estasiato di Vladimir Putin, lei: “Ripeto, ho circolato da un quartiere all’altro di Teheran, senza blocchi, strade chiuse, senza polizia, e con una vita che continuava in locali e ristoranti come in occidente”. Magnifico, tanto valeva restare là.

Trascrivo la conclusione, toccante: “Piango una gioventù e una società corrotte dalla propaganda, che più che la libertà cercano benessere economico e standard di vita occidentali e sono prive di visione politica. Guardo l’ennesimo albergo di lusso, l’ennesimo ristorante perfetto, l’ennesimo locale caratteristico e di alto livello. Strutture nuove di zecca, che possono concorrere e superare quelle europee. Il turismo potrebbe essere una risorsa per il paese ed è volutamente impedito dai nemici di Teheran”.

Dove avevo già sentito un tocco satirico così fine? Ah sì, era Johnny Stecchino, e quella piaga irriducibile di Palermo: Il traffico.

Uno strappo che è figlio delle ambiguità sull’Ucraina (corriere.it)

di Massimo Franco

La Nota

L o strappo leghista è piccolo, poco più di una smagliatura: due deputati, e un senatore che si è «assentato».

Ma è la prima dissociazione sull’Ucraina nella maggioranza di Giorgia Meloni, e questo rappresenta una novità.

Può essere un cascame dell’«effetto Roberto Vannacci», il vicesegretario filorusso del Carroccio. Oppure un modo per manifestare il dissenso nei confronti del leader Matteo Salvini. Ma mentre il ministro della Difesa Guido Crosetto, di FdI, rivendicava con orgoglio l’appoggio a Kiev e mostrava cautela sull’invio di soldati in Groenlandia, sui banchi del governo l’unico leghista presente era Roberto Calderoli.

È anche vero che le opposizioni hanno presentato le solite cinque mozioni diverse. Ma la loro spaccatura, non nuova, ha un’eco minore rispetto alla defezione minoritaria eppure pesante del secondo partito di governo. La Lega aveva motivato il proprio sì alla risoluzione sostenendo che la mediazione con la premier li aveva soddisfatti. Lo smarcamento dei tre parlamentari ha smentito questa narrativa. E la protesta di alcuni seguaci di Vannacci fuori dal Parlamento ha fatto il resto.

Sembra quasi che un pezzo del Carroccio non abbia voluto essere da meno dei Cinque Stelle, da sempre contro i «bellicisti», che non avevano votato nemmeno contro la repressione delle proteste in Iran. Il M5S, però, è una forza di opposizione, mentre la Lega fa parte del governo. Salvini e i suoi mugugnano, era il mantra, ma alla fine non possono che votare contro l’aggressione russa e per le armi all’Ucraina.

Da ieri, questa verità riemerge scheggiata. Eppure, additare solo Vannacci e chi ha optato per il «no» è troppo facile.

Quanto accade chiama in causa un’ambiguità sulle responsabilità di Vladimir Putin che i vertici della Lega hanno coltivato fin dall’aggressione del febbraio di tre anni fa. L’indulgenza filorussa e un anti europeismo sospetto si sono saldati e sedimentati fino a provocare un voto difficilmente prevedibile; e che suona come smacco per Palazzo Chigi e, in primo luogo, per lo stesso Salvini. La Lega ufficialmente ha detto «sì» alla risoluzione; ma con qualche eccezione.

L’imbarazzo del presidente dei senatori, Massimiliano Romeo, che ha precisato la non partecipazione al voto del filorusso Claudio Borghi, e non il suo «no», è significativo. Denota la consapevolezza di un atteggiamento che può danneggiare il governo, se sarà ripetuto; e screditare ulteriormente la Lega nell’Ue, e colpire di riflesso gli alleati.

Come minimo, nel partito emerge una divisione che sfida le oscillazioni di Salvini. Ma sarà più difficile per tutti fare finta di niente.

Postsovietika (radioradicale.it)

di Ada Pagliarulo

Ucraina nella morsa del gelo: ma è una catastrofe 
umanitaria provocata intenzionalmente da Mosca, 
che bombarda le infrastrutture civili, attacca le 
centrali elettriche e del riscaldamento.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "Ada Pagliarulo Pag Postsovietika Secondo i dati ONU il 2025 è stato l'anno con il più alto numero di vittime civili dall'inizio dell'invasione russa in Ucraina. A queste si sommano le morti non conteggiate legate ai blackout di elettricità, riscaldamento e a, che colpiscono in modo particolare anziani e bambini. Anna Zafesova: "Colpire una sola centrale significa privare del calore centinaia di migliaia di persone, rendendo le riparazioni lente e difficili, anche per la mancanza di pezzi di ricambio"."

Kyiv, Odessa, Dnipro: le grandi città ucraine vengono colpite dall’esercito russo e si ritrovano senz’acqua, senza elettricità e senza riscaldamento.

Il sindaco della Capitale, Vitaly Klitshko, ha invitato i cittadini a lasciare la città, dove le temperature hanno raggiunto i -17 gradi.

Come in tutti i grandi centri dell’ex Unione sovietica, il riscaldamento è centralizzato e non condominiale, per cui l’attacco ad una centrale lascia al freddo migliaia di persone.

La rete di solidarietà sostiene gli ucraini, che accolgono in casa chi è vittima dei blackout.

I ‘punti di invincibilità’ istituiti nel Paese per dare riparo ai cittadini: tende riscaldate dotate di elettricità.

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Trump dichiara guerra all’Europa, e Meloni mangia il gelato (linkiesta.it)

di

Il mafioso americano

La Casa Bianca impone dazi ad alcuni Paesi europei perché non vogliono cedere la Groenlandia alla cosca trumpiana. La nostra premier se ne lava le mani, ma anche l’opposizione è ambigua e grottesca

Mentre i fessi, specie italiani, celebravano la mai avvenuta liberazione del Venezuela e abboccavano come pesci all’idea del sostegno americano alla popolazione iraniana, Donald Trump ha provveduto a cancellare l’Alleanza Atlantica, a dichiarare guerra all’Europa e a imporre ulteriori dazi a una manciata di Paesi europei e quindi anche ai contribuenti americani, almeno quelli cui non fa sparare in faccia celebrando poi l’eroismo degli assassini.

I Paesi europei seri, tra cui purtroppo non c’è l’Italia, non sanno più che cosa fare con il boss mafioso della Casa Bianca: hanno provato a blandirlo con tutti i vossiabinirica possibili, a corteggiare il suo narcisismo extra large, a girarsi dall’altra parte di fronte alle sue mattane, ma sabato sono arrivati al punto di non ritorno: Trump ha ribadito che vuole prendersi con la forza un pezzo della Danimarca, quindi dell’Europa e della Nato, senza alcuna ragione logica se non quella di voler mettere le sue piccole mani sulla più grande isola del mondo.

Trump è fatto così, è un mammasantissima adolescente, «governa da alcolista» (parole della sua capo di gabinetto Susie Wiles), vuole vantarsi di possedere l’isola che sul mappamondo gli sembra gigantesca ma solo per ragioni di ego patologico e forse anche per far dimenticare agli americani tutte quelle volte che, invece, è stato ospite nell’isola piccina piccina dei Caraibi del suo best friend Epstein.

Non c’è nessuna (altra) ragione plausibile che possa spiegare la volontà predatoria di annettersi la Groenlandia, un’operazione speciale che un secolo fa i tedeschi hanno fatto diventare virale col nome Anschluss. La Groenlandia fa parte della Nato, e fino a poco tempo fa ospitava sedici basi militari americane che gli stessi americani unilateralmente hanno smantellato fino a lasciarne soltanto una, ma che potrebbero riaprire quando e come vogliono, perché stando a quanto stabilisce il trattato tra i due Paesi a Trump basterebbe inviare una lettera al Regno di Danimarca per installare basi e inviare soldati ed equipaggiamenti e garantire all’emisfero occidentale la protezione che sostiene di voler assicurare.

A parte l’ego adolescenziale, potrebbe esserci anche un’altra spiegazione dietro la dichiarazione di guerra di Trump agli alleati europei, una guerra dichiarata perché gli europei hanno inviato qualche soldato in Groenlandia, come concordato nel vertice di Washington con J.D. Vance e Marco Rubio, anche per rispondere alla critica trumpiana di scarsa protezione danese dell’isola.

Quest’altra spiegazione è che Trump sia un asset del Cremlino, come gli “Americans” della serie tv, il cui compito primario è quello di cancellare l’Alleanza Atlantica che per quasi un secolo ha tenuto a bada l’imperialismo russo e di smontare l’Unione europea democratica che attrae le popolazioni orientali colonizzate fino a poco tempo fa dalla Russia, e ora terrorizzate dall’idea che Mosca possa tornare a opprimerle.

Trump sta facendo tutto questo alla luce del sole, esattamente come Putin non nasconde le sue mire, e quindi indebolisce l’Europa, rende inutile la Nato e fa apertamente il tifo per i partiti eversivi di estrema destra, ma gli vanno bene anche quelli dell’altra parte purché eversivi, tutti insieme impegnati a chiudere la società aperta, a reprimere il dissenso e a trasformare le democrazie in autocrazie illiberali.

Lo avete letto soltanto qui, e non da ieri, ma dal giorno numero uno: Trump è il primo presidente antiamericano degli Stati Uniti e sta realizzando tutte le sue promesse elettorali, molto sentite nel collegio di Mosca.

State certi che Trump non accetterà di perdere le elezioni di metà mandato di novembre, figuriamoci quelle del 2028, come già ha provato a cancellarle, fallendo, il 6 gennaio 2021 istigando l’assalto armato al Congresso, e poi graziando al primo giorno del secondo mandato tutti i golpisti, alcuni dei quali si sono arruolati nell’Ice, il gruppo paramilitare con cui ora terrorizza gli americani con i metodi dei collectivos venezuelani, dei basij iraniani, della Gestapo nazista e aprendo inchieste giudiziarie di stampo staliniano contro i suoi oppositori (nell’ultima settimana: contro il presidente della Fed, peraltro nominato da lui, contro i vertici istituzionali del Minnesota e proprio ieri minacciando di procedere contro tutta l’ex amministrazione Biden).

Vedremo che cosa faranno adesso i leader europei con la testa sulle spalle: Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Keir Starmer, Donald Tusk, i leader baltici e Volodymyr Zelensky, a cominciare ovviamente dalla sospensione dell’accordo commerciale con gli Stati Uniti siglato qualche mese fa sempre per compiacere il capo mandamento di Washington.

Ma a questo punto è anche la tenuta democratica dell’Italia a preoccupare, con una premier trumpiana e orbaniana, e di riflesso quindi putiniana come ai bei tempi andati, che mentre l’Europa e la Nato stanno morendo lei mangia il gelato. Con una maggioranza di governo ancora più impresentabile, e un’alternativa democratica altrettanto ambigua e grottesca.

Resistono i soliti cinque o sei parlamentari del Pd, Carlo Calenda e qualche eroe solitario qua e là, nella totale indifferenza di stampa e televisione. Siamo nei guai.