
Da quando è iniziata la legislatura sono usciti 36 dati mensili sull’andamento della produzione industriale e 32 erano in calo, rispetto allo stesso mese di un anno prima.
È uno dei motivi del ritorno dell’Italia a una crescita vicina allo zero. Il totale dell’industria (costruzioni escluse) ha visto il valore aggiunto calare del 5%, ma la recessione si concentra soprattutto sui beni la cui fabbricazione richiede più energia.
Secondo la banca dati dell’Istat, la chimica di base e il vetro sono giù del 14%, la ceramica giù fra il 20% e il 30% (secondo le specialità), le fonderie giù del 20%, le macchine per l’agricoltura giù del 29%, le macchine per il tessile del 42% e così la fabbricazione di autoveicoli. Una casa automobilistica che volesse produrre in Italia gli stessi due milioni di modelli che si fanno in Spagna pagherebbe oggi, solo in energia, mezzo miliardo in più. E la lista di settori sarebbe molto più lunga.
Vanno meglio invece le attività a minor consumo energetico, come la farmaceutica o la cosmetica. Il perché è ovvio: l’Italia paga l’energia, in particolare l’elettricità, più del resto d’Europa (che la paga più del resto del mondo). Il grafico sotto, composto da Massimo Beccarello dell’Università Cattolica di Milano, mostra come lo scarto rispetto alle medie europee nel prezzo della materia prima elettrica sia addirittura cresciuto dopo che i prezzi internazionali hanno iniziato a calare.
A questi fattori vanno poi aggiunti gli oneri in bolletta, anche quelli spesso più alti che altrove. Se l’Italia vuole un futuro industriale, il tema non è più eludibile. Eppure, per ora, è eluso. Si assiste a uno stallo nel quale politica e amministrazione rivelano la loro debolezza rispetto a grandi imprese e agli interessi organizzati.

L’annuncio di Rimini
Era il 27 agosto 2025 quando Giorgia Meloni prese la parola al Meeting di Rimini. Fece un annuncio: “L’obiettivo principale e più ambizioso che mi pongo rimane quello dell’abbassamento strutturale del costo dell’energia, che pesa come un macigno sulla competitività italiana”. Sono passati quattro mesi e mezzo, e non è successo niente. Ma è tutta la vicenda del decreto per ridurre le bollette – che appare e scompare da oltre sei mesi – a raccontare come funziona l’Italia di oggi.
La facciata della politica è tutta di sicurezza di sé e controllo. Quella facciata riempie i tiggì e i social. Dietro, un labirinto kafkiano di interessi che paralizzano le decisioni e il gracile funzionamento dello Stato. L’asimmetria di volontà, organizzazione e competenza fra interessi organizzati e deep state politico-burocratico in Italia è così enorme che, in sostanza, non c’è partita.
Nella sua prima versione, il decreto per ridurre il costo dell’energia ha ormai oltre sei mesi. Arrivò persino per l’approvazione in Consiglio dei ministri – mi si spiega da varie parti – ma l’approvazione non ci fu mai. Quella versione era opera di alcuni alti funzionari del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica e prevedeva l’allineamento del prezzo di mercato a cui viene fornito il gas in Italia su quello europeo. È un punto poco noto ai consumatori, ma vitale, anche perché il metano contribuisce a circa metà della produzione elettrica e i suoi costi fissano direttamente quelli della bolletta elettrica.
Il gap Italia-Europa
In Italia il gas arriva dall’estero al cosiddetto prezzo PSV (“Punto di Scambio Virtuale”) che, alle quotazioni di venerdì sera, era di quasi il 20% più alto del prezzo TTF (“Title Transfer Facility”, la borsa di Amsterdam), al quale arriva invece ai principali Paesi europei. In sostanza in Italia costa circa un quinto più che nel resto d’Europa.
Le ragioni, tecnicamente, non sono mai state chiarite fino in fondo. Si sa che uno dei cinque rigassificatori presenti in Italia per ricevere il gas naturale liquefatto, quello di Ravenna, ha costi operativi più alti per ragioni ambientali; dunque, deve remunerare di più la materia prima per poter attrarre consegne di navi in arrivo dagli Stati Uniti o dal Qatar. Ma come può bastare Ravenna a far sì che tutto il gas che arriva in Italia via nave o via tubo costi il 20% più del prezzo europeo?
Quando arrivò in Consiglio dei ministri il decreto per allineare il prezzo italiano (PSV) al prezzo europeo (TTF), prima dell’estate scorsa, i trader di energia avvertirono che così l’Italia non avrebbe più ricevuto gas. Gli amministratori delegati dei grandi gruppi del settore si presentarono a Palazzo Chigi spiegando che quella misura, in quella forma, non poteva funzionare. Il decreto entrò in Consiglio dei ministri e non ne uscì.
Tre mesi dopo, Giorgia Meloni fece il suo annuncio al Meeting di Rimini. Per i due mesi successivi, di nuovo, non successe niente di concreto. Si udì solo il ministro di settore, Gilberto Pichetto Fratin, parlare in dettaglio ad eventi pubblici di aspetti del famoso decreto. In seguito, tutti quegli annunci e tutti quei dettagli sono svaniti nel nulla.
Poi, a fine ottobre, in seno a Confindustria si giunse ad un accordo pacificatore fra imprese produttrici o distributrici di energia, da un lato, e imprese consumatrici dall’altro. L’industriale Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, lo illustrò in un’intervista al “Corriere”. L’accordo riproponeva l’annullamento della differenza fra prezzo italiano del gas (PSV) e prezzo europeo (TTF) del gas. Inoltre, fra gli altri punti, si suggeriva un patto con i produttori di energia idroelettrica.
Il patto sulle dighe
Il lettore mi scuserà ora se scendo appena più nei dettagli. Poiché gli impianti idroelettrici italiani hanno perlopiù 50 o 60 anni di vita, i relativi investimenti sono totalmente ammortizzati: producono elettricità a un costo medio di 20 euro a megawattora (al massimo), ai quali solo in Lombardia si aggiunge una tassa regionale di 25 euro, ma immettono energia nella rete al prezzo dell’elettricità prodotta con il gas – più caro nella sua versione italiana – di oltre 110 euro a megawattora. Sono macchine da soldi. Godono di incredibili rendite di posizione, secondo alcuni.
Cosa prevedeva l’accordo fra consumatori e produttori di energia, in seno a Confindustria? I grandi concessionari che gestiscono gli impianti idroelettrici si sarebbero visti rinnovare le concessioni automaticamente, senza gara: senza dover temere la concorrenza di altri candidati disposti a offrirsi di investire in quegli stessi bacini e in quelle stesse dighe, producendo così più energia e vendendola agli italiani prezzi più accessibili.
Dunque, la rendita di posizione degli attuali concessionari sarebbe rimasta. In contropartita, questi si impegnavano a mettere a disposizione delle imprese energivore quote di elettricità a prezzi sempre di profitto, ma più contenuti.
L’accordo dentro Confindustria c’era. Solo che non è mai stato tradotto in pratica dal governo. Semplicemente è accaduto che la Regione Lombardia, che produce quasi un quarto di tutto l’idroelettrico d’Italia e ha la stessa maggioranza del governo di Roma, si è rifiutata di seguire. E poiché la competenza demaniale per le concessioni idroelettriche è regionale, tutto si è fermato. Dentro la stessa maggioranza, i partiti regionali hanno prevalso sui partiti nazionali.
Si dirà: ma così i grandi concessionari lombardi dell’idroelettrico – le maggiori società elettriche d’Italia – perdono la possibilità di farsi rinnovare le concessioni senza gara, dunque senza rischiare con la concorrenza. Non è del tutto esatto. La settimana scorsa la giunta lombarda ha iniziato a prorogare di un anno 17 concessioni già scadute. Per ora i produttori evitano la concorrenza, e senza concedere niente.
Palazzo contro manager
Quanto allo scarto fra prezzo italiano ed europeo del gas, di nuovo non è successo niente. Ma dovete immaginare l’asimmetria: Pichetto Fratin, il quale non parla inglese e si era mai occupato di gas in vita sua, che cerca di avere la meglio in una riunione sull’amministratore delegato di un colosso globale dell’energia.
Oppure, dato che il ministro è ormai di fatto sfiduciato e la presidenza del Consiglio ha avocato il dossier, immaginate il personale dalle due parti. Dal lato di Palazzo Chigi, mi dicono, se ne occupa il capo segreteria tecnica del sottosegretario Giambattista Fazzolari: si chiama Emilio Scalfarotto, è molto serio, ci mette grande professionalità, ma prima di Palazzo Chigi era dirigente del comune di Fiumicino e ha un dottorato in “Beni culturali e territorio”. Da lato delle imprese, manager con master di secondo livello in ingegneria del loro settore al Massachusetts Institute of Technology di Boston, che guadagnano quattro volte più di un dirigente pubblico. Chi vincerà?
Così sono passate le settimane ed è continuato a non succedere niente. Finché non è emersa una nuova idea: togliere dalle bollette parte degli oneri con cui gli italiani pagano ancora favolosi incentivi ai produttori di energia eolica o fotovoltaica. Sono incentivi antichi ormai, varati un quarto di secolo fa dal centrosinistra e poi felicemente confermati dal centrodestra ai tempi Silvio Berlusconi.
Per dare un’idea: oggi chi gode di quegli incentivi sui pannelli può produrre elettricità al costo di 10 o 20 euro a megawattora ed essere remunerato oltre i 300 euro a megawattora. Meraviglioso, no? Tutto grazie ai flussi di cassa delle bollette. Spesso i beneficiari sono grandi fondi internazionali che, fiutata l’occasione, hanno investito in grandi impianti fotovoltaici. È una sorta di Superbonus delle rinnovabili, pagato in bolletta, che in due decenni finirà per costare agli italiani ben oltre 150 miliardi di euro.
Di qui l’idea del governo: togliamo parte di quegli oneri dalle bollette e finanziamo gli incentivi con emissioni dedicate di debito pubblico a scadenza ventennale. I costi restano, ma spostati in avanti. Gli italiani non li vedrebbero nelle loro bollette durante il prossimo anno e mezzo, mentre si tiene il referendum sulla giustizia e poi si va alle elezioni.
Questo è ciò a cui si riferiva Giorgia Meloni nella sua conferenza stampa di venerdì, parlando di un decreto “in uno dei prossimi Consigli dei ministri”. Senonché neanche questa sta andando liscia. Giusto il tempo di dirlo, e già escono sui giornali (“La Stampa” di ieri, per esempio) notizie di nuovi dissidi e rinvii. La misura non è pronta e chissà se e quando lo sarà.
Va detto che probabilmente avremmo avuto una versione della stessa paralisi anche se al governo fosse stata l’attuale opposizione. I problemi della bolletta sono frutto di un accumulo di errori e debolezze di trent’anni, bipartisan.
L’occasione spagnola
Dunque, nulla da fare? Non è esattamente così. Nel 2025 la Spagna ha pagato l’elettricità il 44% meno di noi perché ha puntato forte sulle rinnovabili, incentivate in modo corretto e vendute al loro vero prezzo: non a quello più alto del gas.
La Spagna oggi produce talmente tanto fotovoltaico che spesso esso è immesso nella rete gratis, ma nessuno in Italia ha mai voluto investire in un cavo ad alta tensione che potesse collegarci con la penisola iberica e permettere così a imprese e famiglie italiane di assorbire il surplus elettrico spagnolo in offerta. Il costo dell’infrastruttura era (e sarebbe) sostenibile.
Non solo. Poco più di un anno fa, alla chetichella, l’attuale governo ha sospeso le regole di concorrenza e rinnovato senza gara per altri vent’anni le concessioni della distribuzione elettrica agli attuali beneficiari. Il principale è Enel, controllata dal governo stesso. Oggi abbiamo i risultati di Enel nei primi nove mesi del 2025 rispetto allo stesso periodo del 2024, in questo business specifico: la distribuzione elettrica in Italia.
* La quantità di elettricità distribuita è salita del 4,4%
* Il numero di clienti della rete è salito del 2,2%
* Gli investimenti nella rete (capex) sono scesi del 16,5%
* E i fatturati di Enel nella distribuzione? Saliti del 9,56%
Questi sono costi diretti in più nelle bollette degli italiani. Ma mi pare di aver sentito né l’Antitrust, né l’Autorità dell’Energia, né il governo, né l’opposizione dire alcunché.
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