Vladimir Putin e la sua mummificazione che ricorda i “grandi” del passato (ilfoglio.it)

di Adriano Sofri

Piccola posta

Il documentario di Ezio Mauro esplora la figura del presidente russo, intrecciando cinismo e violenza. Un parallelo con Stalin suggerisce che il potere assoluto lo renderà inevitabilmente oggetto di culto

Guardavo il bel documentario di Ezio Mauro, e immaginavo Putin mummificato: è il prossimo passo, imminente, spero. Lenin non aveva fatto niente per tirarsi addosso quella sventura, mummificazione e mausoleizzazione e restauri permanenti. Non mancò di difetti, ma sarebbe andato volentieri all’altro mondo senza troppo chiasso.

Dettò quella “Lettera al Congresso” passata per testamento, più volte aggiornata e rinviata, e, definitivamente fuori causa l’autore, manipolata e falsificata. La ragione per cui mi tornava in mente guardando il “Putin” di Mauro è precisamente questa: che Stalin, descritto da Lenin come “rozzo” (grubyy – grossolano, arrogante) ne avrebbe rovesciato l’effetto, con uno sfrontato e frequente espediente retorico, facendone il proprio vanto: “Sì, io sono rozzo, compagni, nei confronti di coloro che brutalmente e slealmente distruggono e dividono il partito”. E i compagni applaudirono – finché erano ancora vivi.

Il racconto di Mauro – che con la discrezione che gli è propria tornava alla sua memorabile esperienza di corrispondente a Mosca dal 1987 – attento com’era alla ricostruzione obiettiva e documentaria della carriera del ligio ufficiale del KGB, dall’infanzia al servizio di statale a Dresda, ne mostrava via via i tratti salienti: il burocratismo, il risentimento, l’opportunismo, il cinismo, la disposizione alla violenza e alla vendetta contro gli avversari, l’impudenza nella menzogna e l’impudenza nel rivendicarla, e infine le sfide guerresche.

Mi dicevo che quegli spettatori che hanno da tempo e sempre più arditamente dato prova dell’attrazione per Putin, avrebbero trovato in quei tratti odiosi una conferma alla propria seduzione. Come i vecchi bolscevichi con la brutalità rivendicata da Stalin. Si simpatizza per Putin, lo si ammira, non nonostante burocratismo, rancore, cinismo, impudenza, violenza al minuto e all’ingrosso, invasioni di paesi e cancellazioni di popoli, ma grazie a quelli. Gli si somiglia, come ogni creatura frustrata somiglia a chi della frustrazione ha fatto il movente della sua ascesa di capo.

Molti fra gli spettatori, le spettatrici, del docufilm di Mauro saranno state desiderose di saperne di più, e ne saranno uscite più informate e consapevoli. Nel settembre del 1999, annunciando la sua prova del fuoco, a ridosso di attentati micidiali nei condomini moscoviti attribuiti ai ceceni e fortemente sospetti di essere opera dei servizi russi, Putin pronunciò in televisione il suo programma: “Vi staneremo fino nei cessi”.

Poco dopo confessò ai suoi di essersi lasciato sfuggire quell’espressione, e di aver temuto che potesse costargli la fine della carriera: al contrario, promosse il suo trionfo. Per la stessa causa, con la stessa ammirazione, 26 anni dopo, qui da noi, a distanza di sicurezza da Kharkiv e da Kyiv, qualche nostro vicino di casa avrà guardato i filmati di repertorio usati da Mauro e se ne sarà sentito risarcito, dell’antica ferita del crollo del muro, del compiacimento attuale per le case ucraine al freddo e al gelo.

A ognuno il suo. Io guardavo, grato alla fedeltà di Mauro a se stesso, e immaginavo già la mummificazione di Putin come cosa fatta. L’altra volta, per l’imbalsamazione, si dovette chiamare, con le buone o con le cattive, Vladimir Vorobyov, un famoso anatomo-patologo ucraino di Odessa.

(Ansa)

Bistecche, burro, formaggi. Dieta e piramide alimentare, il ribaltone di Kennedy Jr (corriere.it)

di Margherita De Bac

Il caso

Le linee guida Usa. I medici italiani: indicazioni che non stanno in piedi

«Make America healthy again, costruire un’America di nuovo in salute», è la premessa delle ultime linee guida sull’alimentazione appena pubblicate dal ministero della Sanità capeggiato da Robert F. Kennedy.

Strategia controcorrente per invertire la rotta del Paese più obeso del mondo, col 35% della popolazione ampiamente sopra i livelli patologici. E forse per strizzare l’occhio alle grandi lobby della carne. Viene proposta infatti una piramide ribaltata rispetto al modello mediterraneo.

La base, vale a dire l’ossatura del buon mangiare a stelle e strisce, è in alto. Fra i cibi raccomandati in via prioritaria compaiono gran parte di quelli che invece, dalle nostre parti, andrebbero consumati con parsimonia: bistecche, latte intero, formaggi stagionati. Che però vengono accostati a frutta e verdura. Pane e pasta sono al vertice, in basso, dunque se ne consiglia un uso poco abbondante. Al primo posto le proteine di origine animale che scalzano quelle vegetali di legumi e frutta secca.

È una vera e propria inversione di tendenza rispetto ai modelli accreditati dalla comunità scientifica internazionale e supportati da chiare evidenze in letteratura. Kennedy ha definito le linee guida «la chiave per prevenire le malattie croniche e migliorare la salute degli americani mangiando cibo vero». Il documento avrà validità fino al 2030 e fino ad allora sarà il punto di riferimento per scuole, carceri, ospedali, basi militari.

Tutto questo succede dopo che per anni è stato raccomandato di evitare la carne rossa e cibi ricchi di grassi. Un altro passaggio sorprendente è l’invito a cucinare con burro e sugo di manzo, di origine bovina. Le regole sono accompagnate da 400 pagine di studi pubblicati a supporto della piramide, apprezzata anche dall’American Medical Association, associazione di grande prestigio.

«Se la tengano pure, noi restiamo fedeli alla nostra, la loro non ha senso», la rifiuta in blocco Silvio Buscemi, presidente della società italiana contro l’obesità, la Sinu. E rivendica il valore della dieta mediterranea «l’unica sorretta da tutte le evidenze scientifiche sull’efficacia in termini di riduzione del rischio cardiovascolare e delle ricadute dopo un primo infarto. Quella piramide che sta in piedi sulla punta è destinata a cadere». Le nostre società scientifiche nel settore della nutrizione si preparano a lanciare pareri negativi sui colleghi americani.

Il commento più condiviso è che si tratti di una trovata di stampo politico-economico per ingraziarsi le grandi aziende di produzione della carne: «Trump in ogni ambito ha fatto tutto all’incontrario e questa uscita rientra tra i colpi di teatro». Umberto Scognamiglio, del Crea, il centro ricerca alimenti e nutrizione, interpreta la novità anche come atto estremo: «Negli Stati Uniti c’è l’urgenza di correre ai ripari e di ridurre l’incidenza dell’obesità che secondo alcune proiezioni nel 2050 arriverà all’80%.

Nel documento si dà enfasi al consumo di proteine animali perché tendono a saziare di più. Chi mangia bistecche dovrebbe essere portato a ridurre l’assunzione di altri nutrienti, come zuccheri e carboidrati, maggiori indiziati dell’accumulo di grasso». Però, aggiunge Scognamiglio, i prodotti di origine animale contengono un’alta percentuale di colesterolo e grassi saturi, causa di danni cardiovascolari.

E pensare che la dieta mediterranea, ora rimaneggiata, è stata inventata negli anni 50 proprio da un cittadino americano, il fisiologo di Colorado Spring, tutt’oggi celebrato, che si trasferì in un paesino del Cilento, Pioppi, provincia di Salerno e dimostrò gli effetti salutari di uno stile alimentare a base di frutta, verdura, cereali integrali e olio di oliva.

La piramide americana si contrappone anche a quella disegnata nel 2019 e aggiornata lo scorso anno dalla Eat Lancet Commission per raffigurare la dieta planetaria, salutare per uomini e globo. La carne non è indicata come alimento sostenibile a differenza di uno schema a base di molta frutta, verdura, cereali integrali, noci, legumi. Solo così, afferma il gruppo di esperti internazionali, si riuscirà a dare cibo ai 10 miliardi di abitanti della Terra previsti entro il 2050.

(In molti pensano sia una mossa per ingraziarsi le aziende produttrici di carne. Queste indicazioni sono la chiave per prevenire le malattie croniche e migliorare la salute degli americani mangiando cibo vero)

La sinistra per il sì: “Ma quali traditori, la separazione delle carriere è nostro patrimonio” (huffingtonpost.it)

di 

A Firenze assemblea di chi naviga in direzione 
contraria a Pd&co con la regia del 
costituzionalista e ex parlamentare dem 
Stefano Ceccanti. 

Da Augusto Barbera a Giovanni Pellegrino, da Anna Paola Concia a Enrico Morando: “Non è la rivincita di Berlusconi e non attua il piano di Gelli. Il capo della P2 voleva anche la riduzione dei parlamentari, ma nessuno lo ha accostato ai 5 stelle”

La separazione delle carriere è “una cosa di sinistra”. La convinzione è diffusa in larga parte della sinistra riformista, che ricorda i dibattiti della bicamerale D’Alema e quelli interni al Pci e ai suoi eredi negli ultimi decenni del ‘900.

Questa sinistra, “la sinistra che vota sì”, si è riunita a Firenze, in un evento organizzato da Libertà eguale, associazione diretta dal costituzionalista ex parlamentare Pd Stefano Ceccanti e da Enrico Morando, già parlamentare e viceministro dell’Economia. Lontani da Roma, dal Partito democratico di Elly Schlein che spinge la campagna per il no al referendum, si alternano volti storici della sinistra italiana.

Primo tra tutti Augusto Barbera, già presidente della Corte costituzionale nonché storico dirigente del Pci. Quella della separazione delle carriere, dice Barbera, “è una riforma liberale che per la sorte della storia è stata portata avanti, nell’ultimo tratto, da forze politiche che si richiamano a legge e ordine ma” i cui temi “invece appartengono ad un patrimonio della sinistra e del centrosinistra”.

Insomma, è sbagliato prendere le distanze da un tema che un pezzo di sinistra ha accarezzato ben prima che a cavalcarlo fosse Silvio Berlusconi. Ed è al fondatore di Forza Italia che pensa Barbera quando dice ancora: “Non è la rivincita di Berlusconi, e non attua il disegno di Licio Gelli. Gelli prevedeva anche la riduzione del numero dei parlamentari ma nessuno ha detto ai 5 stelle che hanno portato avanti il disegno di Gelli”.

Per Anna Paola Concia, ex parlamentare del Partito democratico, “è naturale essere di sinistra e votare sì”. Non la pensa così lo stato maggiore del Pd, al quale Ceccanti manda a dire: “Noi per 25 anni abbiamo sostenuto la separazione delle carriere, non è che c’è la disciplina di partito sui referendum”. Ricorda Marco Pannella e le sue battaglie Benedetto Della Vedova, parlamentare di +Europa, unico componente dell’aspirante campo largo ad aver votato sì alla riforma in entrambi i passaggi parlamentari: “Questa riforma è stata fatta da una maggioranza manettara, una maggioranza sbagliata – dice –  ma se le maggioranze giuste non l’hanno fatta, ora non voglio lasciarla nelle mani sbagliate”.

Enzo Bianco invita chi, di sinistra, è favorevole alla riforma ma non vuole esporsi a non “vedere il sì come un tradimento”. Claudia Mancina, già parlamentare del Pd e filosofa, ricorda che “la sinistra non è un monolite” e lancia una frecciatina a leader della Cgil: “Una persona dal noto equilibrio come Maurizio Landini – afferma – parla di attacco alla Costituzione. Ma la Costituzione stessa prevede di poter essere modificata”.

Giovanni Pellegrino, già senatore oltre che avvocato, sostiene che se l’opposizione invece di chiudersi a riccio avesse collaborato con la maggioranza, “alcuni aspetti, come il sorteggio, avrebbero potuto essere modificati”.

Claudio Petruccioli, già dirigente del Pci, parte con una “testimonianza emotiva” nei confronti di Augusto Barbera. E poi attacca: “Il riformismo deve rivendicare piena dignità all’interno della sinistra. Altrimenti ci mettiamo sull’asse di Giuseppe Conte”. Schlein, che ha fatto da tempo la sua scelta di campo, è avvisata.

La sinistra per il sì: Ma quali traditori, la separazione delle carriere è nostro patrimonio

La finzione del bipolarismo, e il ritorno del partito gialloverde filoputiniano (linkiesta.it)

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Giù la maschera

Nelle votazioni parlamentari su Ucraina e Iran le presunte coalizioni di destra e sinistra non hanno retto. In Aula si è visto un asse maggioritario formato da Fdi, Fi, Azione, Italia Viva, Più Europa e Pd, contrapposto a una minoranza Lega-M5s-Avs

In quarantotto ore il bipolarismo italiano è morto, disintegrato sulla politica estera. Un uno-due micidiale che ha mandato a tappeto il fantasma di un sistema politico.

Le due presunte coalizioni non hanno retto neppure con i trucchetti del parolaio parlamentare: se mercoledì, al Senato, sull’Iran, il campo largo si era slabbrato per via della defezione dei contiani, a Montecitorio, sull’Ucraina, la parrucca unitaria del centrodestra è volata via scoprendo il dissenso della Lega. Dissenso ormai esplicito – quello dei seguaci di Roberto Vannacci – tanto da gonfiare le voci di una scissione. Spettacolo da far cadere le braccia.

Peraltro anche sull’Ucraina – ma questa non è una novità – le opposizioni si sono presentate ancora una volta con sei mozioni distinte, poi fanno quella farsa dei voti incrociati, col Pd che ha votato quella dei Cinque Stelle che non esprimeva solidarietà nei confronti dei manifestanti iraniani, salvo giustamente Lia Quartapelle che si è rifiutata di votare il documento dei contiani.

Il demagogico «no alle armi» ha accomunato grillini, Alleanza verdi e sinistra e due dissidenti vannacciani della Lega (ma ben quindici deputati leghisti erano assenti), tutta gente allevata dall’apprendista stregone Matteo Salvini. Vedremo cosa accadrà quando arriverà in Aula il decreto sul rifinanziamento delle missioni e sul sostegno a Kyjiv. Lì non ci saranno più nascondigli.

Nei giorni neri del bipolarismo è tornato dunque forte il partito gialloverde, l’intesa bipopulista fondamentalmente filoputiniana formata dai due cavalli di Troia cremlinofili, il M5s e la Lega. La linea del pieno sostegno di Kyjiv, fieramente illustrata a Montecitorio da Guido Crosetto, ha per fortuna dietro di sé la maggioranza del Parlamento italiano, ma il governo in realtà è andato in frantumi. Vannacci è il segno di una debolezza intrinseca della maggioranza, l’effetto di una deriva morale.

Dunque sulla politica estera che non servono molte parole per spiegarlo, è di gran lunga la questione principale in questo tempo di disordine mondiale, l’Italia ha un governo barcollante e un’opposizione a pezzi. L’analisi di Azione risulta esatta, da questo punto di vista: questo bipolarismo è una finzione.

Dovrebbero prenderne consapevolezza Giorgia Meloni da una parte ed Elly Schlein dall’altra e promuovere un chiarimento all’interno delle rispettive coalizioni (abbiamo già scritto che per la segretaria del Pd il tema è più urgente), ma ormai il problema sembra più serio e strutturale.

Certo, con il poco tempo che ci separa dalle elezioni, è quasi impossibile prospettare un nuovo assetto politico; eppure bisognerebbe avere un po’ di coraggio e fantasia per preparare una diversa fase politica e istituzionale. Crollata l’illusione di un bipolarismo serio, la strada forse più coerente potrebbe essere quella di una legge elettorale proporzionale, senza tanti ammennicoli, grazie alla quale ciascun partito sarebbe chiamato a presentarsi con la propria faccia e le proprie idee e poi a cercare in Parlamento una convergenza programmatica.

Sull’Ucraina e in parte sull’Iran c’è un asse maggioritario Fdi-Fi-Azione-Italia Viva-Più Europa-Pd (almeno finora) e una minoranza Lega-M5s-Avs, ma si fa finta di niente, nel teatro dell’assurdo della politica italiana. Poi dicono che il pubblico, cioè gli elettori, non paga più il biglietto.