Le carceri olandesi si svuotano grazie alle pene alternative (ildubbio.news)

di alessandro fioroni

Il sistema vigente nei Paesi Bassi mostra che, 
almeno in parte, la privazione della libertà non 
è l’unica risposta alla criminalità

Nei Paesi Bassi la politica penale sembra percorrere una strada quasi opposta a quella di gran parte dell’Europa.

Nonostante il governo sia oggi guidato da un esecutivo di centrodestra, con il primo ministro Dick Schoof in carica dal 2 luglio 2024, la tendenza a ridurre la popolazione carceraria non si è arrestata.

Anzi, continua a rendere i Paesi Bassi un caso di studio internazionale: negli ultimi quindici anni circa 19 istituti di pena sono stati chiusi definitivamente, e le celle vuote sono diventate il simbolo di un esperimento sociale straordinario. In un momento in cui molte nazioni europee si confrontano con la piaga del sovraffollamento carcerario e con condizioni di detenzione degradanti, l’Olanda mostra che una società può, almeno in parte, immaginare un sistema di giustizia in cui la privazione della libertà non sia l’unica risposta alla criminalità.

Il calo costante del numero dei detenuti, che ha reso superflue intere strutture, non è il risultato di un’utopia legalistica, ma di un approccio politico e culturale concreto e di lungo periodo.

Al centro del modello olandese c’è una visione chiara: il sistema penale deve prevenire, reinserire e, solo quando necessario, infliggere la punizione.Sempre più spesso, pene alternative al carcere hanno sostituito la privazione della libertà per i reati minori: lavori socialmente utili, sanzioni pecuniarie, braccialetti elettronici.

Il risultato è stato duplice: il flusso di ingressi nelle prigioni si è ridotto, e la giustizia ha potuto concentrare le risorse sui reati più gravi. Parallelamente le statistiche dicono che la criminalità è diminuita, in particolare quella violenta e contro il patrimonio, grazie a investimenti mirati nelle politiche sociali, nell’istruzione e nel sostegno alle fasce più vulnerabili della popolazione.

Un sistema giudiziario efficiente ha poi contribuito a contenere la recidiva, creando un circolo virtuoso tra prevenzione e sicurezza reale.La chiusura delle carceri ha prodotto effetti concreti anche sul territorio. Alcuni edifici sono stati accorpati, altri dismessi e trasformati in centri culturali, spazi abitativi o strutture temporanee per rifugiati.

La riconversione ha suscitato dibattiti, ma è stata spesso interpretata come un esempio di gestione pragmatica e sostenibile delle risorse pubbliche. Così, le celle vuote non sono soltanto un simbolo di risparmio economico, ma testimoniano un cambiamento di orizzonte culturale: la società non si affida più solo alla detenzione come strumento di controllo. Naturalmente, il modello olandese non è esente da critiche.

Sindacati di categoria hanno denunciato la perdita di posti di lavoro, e parte dell’opinione pubblica teme che una giustizia troppo indulgente possa risultare inefficace nel lungo periodo. I dati però sembrano smentire queste preoccupazioni: la sicurezza complessiva non ne ha risentito, e la diminuzione della recidiva conferma che politiche integrate e alternative possono funzionare senza compromettere l’ordine pubblico.

L’esperienza dei Paesi Bassi invita a riflettere su un tema centrale: può esistere una società senza carcere? Se oggi il dibattito pubblico è dominato dall’idea di Law and Order e dalla propaganda politica sulla cosiddetta insicurezza percepita, l’Olanda dimostra che la risposta non è necessariamente la repressione.

La combinazione tra prevenzione, reinserimento e gestione intelligente delle risorse pubbliche offre una lezione chiara: sicurezza e giustizia non sono sinonimi di isolamento sociale. Anzi, la riduzione dei carceri e il reinserimento dei cittadini nella vita collettiva possono rafforzare la convivenza, senza creare mostri immaginari di violenza incontrollabile.

Se il modello non è automaticamente replicabile altrove, resta però un esempio concreto di come le politiche penali possano essere ripensate, con coraggio e lungimiranza, in direzione di una società più equilibrata.

In fondo, le celle vuote dei Paesi Bassi raccontano una storia di fiducia nella prevenzione, nella responsabilità civica e nella capacità dello Stato di costruire sicurezza senza affidarsi soltanto al castigo.

Le carceri olandesi si svuotano grazie alle pene alternative

La bufala del Csm severo con chi sbaglia. Sanzioni blande, impuniti i casi più gravi

di

I dati smentiscono la rappresentazione 
trionfale del "Fatto"

La bufala del Csm severo con chi sbaglia. Sanzioni blande, impuniti i casi più gravi

L’artefatto quotidiano (giornale prefatto da Marco Travaglio) ha sparato in prima pagina una fandonia monumentale secondo la quale il Csm italiano sarebbe “il più severo d’Europa“: non trattandosi di satira, di seguito si ripristina la verità dei fatti (quotidiani) a consumo degli incauti che possano essere inciampati in questa propaganda referendaria.

1. “L’Europa”, secondo Il Fatto, sarebbero solo tre stati (Francia, Spagna e Olanda) sui 46 membri del Consiglio d’Europa, e dopo che Germania e Regno Unito non hanno comunicato i dati.

2. I dati: da gennaio 2023 a ottobre 2025 la Sezione disciplinare del Csm ha emesso 194 sentenze tra le quali 80 condanne, 91 assoluzioni e 23 non luogo a procedere; il Consiglio d’Europa dice che nel 2022 in Italia sono stati sanzionati 38 magistrati (su 9.421) che corrisponde a uno 0,4 per cento contrapposto a uno 0,39 in Spagna, uno 0,09 per cento in Francia e uno 0,19 per cento in Olanda. Da qui la tesi “altro che impunità, il nostro Csm è più severo d’Europa” eccetera. Premessa: i dati sono veri. Però.

3. Il Csm italiano si occupa anche di comportamenti che in altri paesi sarebbero oggetto di inchieste penali, o porterebbero all’espulsione del magistrato. In altre parole: non stiamo parlando (solo) di scivoloni marginali o di episodi da “tenuità del fatto”, ma di condotte gravi già documentate in sentenze disciplinari; da esse, per esempio, si apprende di magistrati che assegnano centinaia di incarichi a un amico col quale condividono giri di prostitute, di giudici per le indagini preliminari (gip) che dimenticano per oltre un anno di scarcerare imputati, di giudici d’Appello coinvolti nella produzione di materiale pedopornografico, di magistrati ubriachi che aggrediscono passanti e forze dell’ordine, che propongono oscenità a una dottoressa del 118, che speronano una pattuglia dei carabinieri, insomma roba così, reati che nella citata “Europa” non entrerebbero in una statistica disciplinare, ma sarebbero penale puro, o sospensione immediata, o fine della carriera. In Italia se ne occupa il Csm con sanzioni, queste sì, degne di satira.

4. Parentesi nella parentesi: non possiamo conoscere i nomi dei magistrati che fanno queste sconcezze e neppure i luoghi dei misfatti. Infatti, come sa bene il collega Stefano Zurlo che ci ha scritto dei libri, il Csm italiano (con lettera del 27 agosto 2008) ha invocato la legge sulla privacy e paventa querele intergalattiche in caso di violazione. I giornalisti possono nominare un magistrato solo se lui lo concede o se sia al centro della cronaca, dimenticando che focalizzare dei fatti di pubblico interesse, mettendoli al centro della cronaca, è proprio il compito dei giornalisti.

5. Le sanzioni del “severo” Csm italiano, anzi le “condanne”, corrispondono mediamente a blandi ammonimenti, censure e perdite di anzianità, provvedimenti che raramente incidono sull’idoneità a esercitare la professione. È un sistema che produce molte decisioni pulviscolari e che l’artefatto quotidiano dipinge come severo, ma che, nei casi che contano davvero (quelli che dovrebbero far capire che esiste un limite), il Csm colpisce solo di striscio, sicché ogni deterrenza si dissolve.

6. I fatti quotidiani usano i dati del Consiglio d’Europa (Cepej) come se i sistemi disciplinari dei vari paesi fossero omologati, ma, come detto, non è così. La Cepej raccoglie solo numeri, non uniforma gli ordinamenti. In Francia, Spagna e Olanda molte condotte (che in Italia finiscono davanti al Csm) vengono filtrate, prima, dai capi degli uffici, da ispettorati, dall’amministrazione o dal penale. Il Csm italiano invece è diventato un grande contenitore di ogni cosa: il perimetro è molto più largo ma non certo più severo, anzi.

7. Gli strafatti scrivono poi che il ministro della Giustizia ha impugnato solo 6 decisioni su 194 (poche) e che questo dimostrerebbe la solidità del sistema disciplinare del Csm. Emblematico.

Il punto è che l’impugnazione ministeriale contro il Csm è diventato un atto così politicamente incendiario e sacrilego, in Italia, che l’usarla spesso equivarrebbe a una guerra istituzionale permanente; la non-impugnazione da parte del guardasigilli (tutti i guardasigilli, in passato anche quelli di sinistra) è sempre stato in nome di un quieto vivere politico, ma scambiarlo per una certificazione di efficienza è come sostenere che un arbitro abbia diretto bene solo perché nessuno ha protestato.

Una sentenza storica per il Cremlino: il 1418° giorno dell’invasione su larga scala (Sinistra per l’Ucraina)

Il giorno 11 gennaio 2026 è stato il 1418° 
giorno della guerra su larga scala della 
Russia di Putin contro l'Ucraina. 

Questa guerra dura già più a lungo della guerra sovietico-tedesca del 1941-1945.

Nello stesso arco di 1418 giorni, la Wehrmacht marciò da Brest al Volga, raggiunse le mura di Mosca e Leningrado — e fu respinta, subendo una sconfitta catastrofica che segnò il crollo del Terzo Reich. Putin, invece, in questo periodo non è riuscito a catturare completamente nemmeno una sola regione di Donetsk.

La macchina militare russa, che per decenni è stata dipinta come invincibile, si è impantanata nelle steppe ucraine, facendo morire centinaia di migliaia dei propri cittadini per catturare un’altra fascia di foresta o le rovine di un villaggio fiorente prima del loro arrivo.

Per la “seconda armata del mondo”, questo è stato un periodo di vergogna, mentre per noi è stato un periodo di indomabilità. Mentre loro cercano di percorrere pochi chilometri sul fronte, il nostro movimento si espande nelle loro retrovie. Ogni giorno di questa guerra si avvicina solo al momento in cui il loro sistema crollerà definitivamente sotto il proprio peso e i nostri attacchi.

Noi di “ATESH” conosciamo bene il valore di ogni giorno. E faremo di tutto perché i giorni successivi siano gli ultimi per gli occupanti sulla nostra terra.»

Fonte: dal canale telegram АТЕШ https://t.me/atesh_ua/9087

Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "1418 14 4 18 8 ДНЕЙ войны пОЗОР ПУТИНА"

Bus più veloci a Manhattan: Madison Avenue cambia volto (lavocedinewyork.com)

di Dania Ceragioli

Corsie dedicate e nuova viabilità: la svolta 
inciderà sulla vita quotidiana di oltre 
90 mila utenti

La rivoluzione del trasporto pubblico a New York passa da Madison Avenue.

Bus più veloci a Manhattan: Madison Avenue cambia volto

 Una delle arterie più congestionate di Manhattan sarà finalmente ripensata per dare priorità agli autobus, trasformando una promessa politica in un intervento concreto. L’amministrazione guidata dal nuovo sindaco Zohran Mamdani ha annunciato l’avvio di una riprogettazione attesa da anni, destinata a incidere su uno dei corridoi più trafficati della città.

Il piano prevede l’estensione delle doppie corsie riservate ai bus dalla 42esima alla 23esima strada entro la fine dell’anno. Un intervento che punta a migliorare velocità e affidabilità del servizio per circa 92.000 passeggeri al giorno, serviti da linee locali ed espresse che collegano tutti e cinque i borough.

I numeri spiegano l’urgenza: sotto la 42esima strada, questi mezzi pubblici oggi avanzano a una media di appena 7 chilometri orari, contro una media cittadina di circa 13.

(Madison Avenue nei tratti non ancora interessati dall’estensione/Terry W. Sanders)

Il commissario del Dipartimento dei Trasporti Mike Flynn ha dichiarato: “Madison Avenue è uno dei corridoi degli autobus più importanti della città, eppure decine di migliaia di passeggeri devono procedono alla velocità di una camminata.”

La nuova configurazione assegnerà ai pullman due corsie, affiancate da una corsia generale e da una seconda corsia flessibile, destinata a parcheggi o al traffico nelle ore di punta. Una scelta che riflette le abitudini reali di spostamento: su questo tratto, il 55% degli utenti utilizza il bus come mezzo principale.

L’intervento si inserisce in un contesto più ampio di riforma della mobilità urbana. In base ai dati comunali, la velocità delle “corriere” è già in lieve aumento all’interno della congestion zone, l’area di Manhattan sotto la 60esima strada. Le nuove carreggiate dovrebbero rafforzare questo trend, affiancando le politiche di congestion pricing avviate a livello statale e municipale.

Non si tratta di un’idea innovativa, la riprogettazione di Madison Avenue era stata proposta nel 2025, ma era rimasta congelata nell’ultimo anno dell’amministrazione di Eric Adams, anche a causa di ritardi operativi.

I precedenti giocano a favore dell’iniziativa; sulla vicina Fifth Avenue, un intervento analogo ha prodotto risultati misurabili: +12% di velocità per i bus locali e fino al +20% per quelli espressi. Un precedente che rafforza la fiducia degli addetti ai lavori e delle associazioni di utenti, che da anni chiedono un riequilibrio dello spazio cittadino a favore del trasporto collettivo.

In una metropoli dove milioni di spostamenti quotidiani dipendono dai mezzi pubblici, la riorganizzazione di Madison Avenue non è solo un intervento infrastrutturale. È segnale politico e simbolico: la mobilità torna al centro, con l’obiettivo di restituire tempo, efficienza e affidabilità a chi si muove ogni giorno nel cuore della Grande Mela.