Stato «biscazziere» e sindaci anti-azzardo (corriere.it)

di Gian Antonio Stella

Tuttifrutti

«E a noi niente?»

È demoralizzante, per chi conosce la lunga storia delle battaglie di tanti sindaci contro la schiavitù dell’azzardo e la ludopatia, assistere alla deriva malinconica dell’Anci che, nella scia di alcune regioni, chiede di fatto allo Stato biscazziere di avere delle briciole di quanto incassa l’erario dalla enorme massa di denaro «buttata» (verbo usato da Giorgia Meloni quando era all’opposizione) dagli italiani nel solo «gioco legale».

Per anni, a partire dall’allora sindaco di Verbania Marco Zacchera che apparteneva ad Alleanza Nazionale e difese strenuamente il suo diritto, come ufficiale sanitario, a mettere dei limiti alla diffusione delle macchinette nei pressi di scuole, ospedali e altri luoghi sensibili, sindaci di destra, di centro e di sinistra (da Alessandro Cattaneo a Giuliano Pisapia a Giorgio Gori) si misero di traverso alla deriva di Azzardopoli.

Al punto che 315 primi cittadini, destinati a crescere fino a sfondare la soglia dei 400, firmarono un clamoroso «Manifesto dei sindaci contro l’azzardo» che proponeva una legge di 22 articoli: «Il primo è la tutela della salute pubblica messa a repentaglio da attività che hanno un alto rischio di dipendenza». Era l’ottobre del 2013 e gli italiani quell’anno giocarono ufficialmente 84 miliardi e 728 milioni con un incasso dell’erario di 9 miliardi scarsi pari al 9,65% delle somme giocate legalmente.

Somma raddoppiata nel 2024 a 157 miliardi con un incasso però salito ad appena 11 miliardi e mezzo, pari al 7,31% del totale giocato. Contro il 19,6% che finiva allo Stato nel 2006. Un harakiri. E quanto guadagnerebbero i Comuni per questa svolta così diversa dalle scelte virtuose del passato? Maurizio Fiasco, premiato da Sergio Mattarella per la sua accanita lotta al demone del «gioco», ha fatto i conti: «Una quarantina di milioni».

Da dividere fra 8 mila comuni. Meno della famosa «pizza de fango del Camerun» del vecchio tormentone di Cinzia Leone nei panni della signora Vaccaroni. Ha ragione papa Leone, che ricevendo l’Anci ha ricordato che don Primo Mazzolari scrisse: «Il Paese non ha bisogno solo di fognature, case, strade, acquedotti, marciapiedi. Il Paese ha bisogno anche di una maniera di sentire, di vivere, una maniera di guardarsi, una maniera di affratellarsi».

E nella scia di Francesco ha tuonato contro «la piaga del gioco d’azzardo che rovina molte famiglie». Toc toc: c’è qualcuno in ascolto?

Le correnti vogliono “prendersi” le super-procure: ecco perché fanno slittare il referendum (ildubbio.news)

di Giovanni Maria Jacobazzi

Giustizia

I magistrati sostengono il tentativo di ritardare il voto sulla riforma in modo che Nordio non faccia in tempo a varare le leggi attuative: in quel caso di andrebbe avanti con un Csm eletto con le vecchie regole…

Un grande “Slam”, o per meglio dire un “triplete”. Stiamo parlando delle nomine, previste per il prossimo anno, dei vertici delle tre Procure più importanti del Paese: Milano, Roma e Napoli.

Potrebbe essere questo l’obiettivo, ovviamente inconfessabile, dietro la strategia con cui l’Associazione nazionale magistrati cerca di ritardare la data del referendum sulla separazione delle carriere, a partire dal dichiarato sostegno alla raccolta delle firme dei cosiddetti “volenterosi”, concepita proprio per impedire al governo di indire la consultazione nella prima metà di marzo. È una strategia complessa, che va ricostruita.

Nei giorni scorsi, com’è noto, è partita una raccolta di firme, promossa da quindici cittadini “volontari”, con lo scopo di chiedere il referendum sulla riforma costituzionale della magistratura. «Firmiamo per fermarli», ha scritto in un editoriale Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano, giornale schieratissimo contro il “divorzio” fra pm e giudici voluto dal ministro della Giustizia Carlo Nordio.

La raccolta delle firme, come però è stato ricordato da autorevoli costituzionalisti, non può fermare un bel nulla, e tanto meno il referendum che è stato già ammesso, ma solo, almeno in teoria, promuoverne un altro. Lo scopo recondito dell’iniziativa consiste quindi esclusivamente nel far slittare il più possibile in avanti la data del voto, che il governo vorrebbe individuare nel 22 marzo.

E ciò in considerazione del fatto che terminata la raccolta di queste firme, prevista per la fine del mese di gennaio, ci sarebbero almeno due mesi per le incombenze di legge, con l’Ufficio centrale della Cassazione chiamato a esprimersi con un’ordinanza sulla loro legittimità e su quella del quesito referendario, il Consiglio dei ministri convocato per deliberare in tal senso e, infine, il decreto per il voto del presidente della Repubblica entro 60 giorni.

Il primo a sollevare il caso è stato, due giorni fa, in un’intervista al Tempo, il deputato di Forza Italia Enrico Costa, coordinatore insieme al collega Pierantonio Zanettin, del “Comitato cittadini per il Sì”, presieduto da Francesca Scopelliti, compagna di Enzo Tortora. «Vogliono restringere la finestra per mettere a punto le norme attuative», ha dichiarato Costa al quotidiano diretto da Daniele Capezzone, «vorrebbero eleggere il prossimo Csm con le correnti anche se vincesse il Sì: la speranza è che non cambi nulla», ha aggiunto Costa.

E in effetti le tempistiche giocano tutte a favore della tesi del “triplete”: l’attuale Csm scadrà fra un anno esatto, e per quella data, in caso di vittoria del Sì, dovranno essere già pronti i due nuovi Consigli superiori (uno per i pm e uno per i giudici), i cui componenti sarebbero eletti con il sorteggio; ma appunto, perché il nuovo disegno costituzionale trovi attuazione, deve essere varata, entro il 2026, la legge attuativa prevista dall’articolo 8 della riforma costituzionale, in modo da realizzare in concreto lo “sdoppiamento” dell’organo di governo autonomo, con il personale amministrativo che dovrà scegliere in quale Csm andare.

La nuova sede, va detto, è stata già individuata in un immobile sequestrato alla mafia a qualche centinaio di metri da Palazzo Bachelet, in via Andrea Cesalpino, dove i lavori di ammodernamento procedono speditamente con la loro fine prevista entro l’anno.

E qui che si inseriscono le nomine dei tre super-procuratori, ma anche del futuro procuratore nazionale Antimafia e del pg di Cassazione. Il futuro eventuale Csm dei pm, infatti, a differenza dell’attuale, dovrebbe “riscrivere” nel vero senso della parola la governance delle Procure italiane, procedendo alle nomine dei vertici dei più importanti uffici requirenti. Nomine, va ricordato, sempre “incandescenti”: quando si tratta di indicare i capi dei pm nelle sedi giudiziarie principali, la tanto sbandiera “unanimità” in plenum finisce per far posto al Tar.

Le nomine di queste super-Procure sono l’esempio perfetto di ciò, con contenziosi amministrativi interminabili.
Andando nel dettaglio: il primo posto che si libererà sarà quello della Procura di Milano, con l’attuale capo Marcello Viola che si congederà per raggiunti limiti anagrafici a febbraio 2027.

Poi sarà la volta di Roma, con l’uscita di scena di Francesco Lo Voi, e infine di Napoli, con il congedo di Nicola Gratteri. Nel 2028, ad aprile, andrà in pensione il pg della Cassazione Pietro Gaeta. L’ultimo a dire addio alla toga a causa dell’anagrafe sarà il capo della Dna Giovanni Melillo. Per i loro successori alcuni nomi stanno già girando.

Titolo preferenziale sarà aver già ricoperto il ruolo di procuratore distrettuale. Ma l’amplissima discrezionalità del Testo unico sulla dirigenza giudiziaria ha lasciato, finora, “mani libere” all’attuale Csm “unico” e dunque alle correnti che lo controllano. Come si comporterebbe, invece, un Csm di sorteggiati?

Forse è meglio, il pensiero di molti nei gruppi associativi della magistratura, andare sul sicuro e affidarsi ai tradizionali accordi. Non è impossibile: sarebbe così, pur a fronte di una vittoria del Sì al referendum, qualora la legge attuativa non fosse approvata in tempo per formare i due eventuali nuovi Consigli superiori.

In quel caso, resterebbe in vigore, per un altro quadriennio, il Csm unico controllato dalle correnti: lo prevede la stessa riforma Nordio al comma 2 del già citato articolo 8. Giulio Andreotti diceva: “A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si indovina”. Chissà cosa avrebbe detto oggi.

cesare Parodi

Le truffe della Lega di governo (ilfoglio.it)

di Claudio Cerasa

L'editoriale del direttore

La Lega delle bandierine c’è, quella dei fatti non ha voce e la logica dello struzzo con Salvini non funziona più. Questioni di leadership

C’è una Lega che non si vede ed è quella che ogni giorno sbuffa, borbotta, si indigna, si dispera, sogna di tornare alle origini, sogna di tornare a parlare al nord, sogna di essere meno colonizzata dai barbari romani e sogna di poter spingere uno dei partiti più antichi d’Italia verso una strada che lo conduca nel futuro, verso un percorso cioè diverso da quello attuale, in cui la ricerca di un presente eterno porta a concentrarsi più sulla buona resa di un reel che sulla sana difesa della realtà.

C’è una Lega che non si vede, che sogna di essere alternativa a quella attuale, che esiste spesso quando ci si occupa di fatti concreti, di quotidianità, di amministrazione delle città, di gestione delle regioni, persino di controllo dell’attività di alcuni ministeri importanti, ma quella Lega domina poco nello spazio pubblico e per quanto si ponga come una Lega diversa, più europeista, più aperta, più pragmatica, più responsabile, è una Lega che esiste molto nei fatti ma che non esistendo nelle parole non esiste nella realtà.

Matteo Salvini governa la Lega ormai da dieci anni e poco più. Può piacere, può non piacere, può essere criticato, può essere disprezzato. Ma come ha dimostrato anche nel dibattito intorno alla manovra – dibattito che in un passaggio sulle pensioni ha spinto il segretario della Lega a sfiduciare in pubblico il suo ministro dell’Economia, per interposto Claudio Borghi, senatore interprete della linea più lepenista del partito –, nella Lega c’è una leadership che si sente, ed è quella di Salvini, e c’è una leadership che non si tocca, che è quella di chi sogna una Lega diversa da quella incarnata oggi dal vicepremier.

La Lega dei fatti, il cui perimetro si estende da Giancarlo Giorgetti a Massimiliano Fedriga passando per Alberto Stefani, Luca Zaia, Attilio Fontana, Lorenzo Fontana, Riccardo Molinari, è una Lega che numericamente non è più piccola della Lega delle bandierine, ma a differenza della Lega delle bandierine non ha voce, non ha forza, non ha coraggio, non ha leader e non riesce a mettere in campo nessuna soluzione diversa rispetto a quella attuale.

La Lega dei fatti, che è una Lega che ha a cuore il nord, la globalizzazione, l’Europa, l’Ucraina, è una Lega che periodicamente si affaccia nel dibattito quotidiano. Ma è una Lega che, pur descrivendo spesso il proprio leader come un misto tra Chiara Ferragni e CiccioGamer, non è mai riuscita a trovare la forza di fare ciò che in questi mesi ha invece fatto l’odiato Roberto Vannacci: provare a sfidare la leadership dettando una propria agenda.

Salvini, finora, in questi anni, al netto delle sue posizioni, si è mosso in modo abile, anche nella stagione del melonismo. Ha usato i volti moderati del suo partito quando occorreva dimostrare che la Lega non è in fondo così estremista. Ha usato i volti meno moderati del suo partito per ricordare che in fondo la Lega non è mai stata così moderata. Ha usato la sua precarietà per spingere Meloni a dare alla Lega più contentini possibili (il Veneto è uno di questi), sapendo che una Lega in difficoltà rappresenterebbe un problema anche per Meloni e non solo per Salvini.

E sulla base di questa consapevolezza da mesi il leader della Lega ha trasformato l’agenda della zizzania nella vera cifra della sua leadership: Meloni fa una cosa, fa un passo verso l’Europa, e Salvini critica l’Europa, anche quando va nella direzione indicata da Meloni, e lo fa di solito per interposta von der Leyen, e ogni volta che Salvini attacca la presidente della Commissione di fatto attacca tutti coloro che quella Commissione la sostengono, compresa Meloni.

Il risultato, per Salvini, finora è incoraggiante. Rompere le uova nel paniere ha portato spesso ad avere qualcosa in cambio. E anche se le uova nel paniere vengono rotte su questioni che riguardano la difesa non di un posto in cda ma di una democrazia aggredita, il gioco del vicepremier non si può dire che non abbia funzionato: non si cresce, ma neanche si arretra, e dunque si galleggia, si fluttua, si sopravvive.

Meloni, finora, la Lega della zizzania ha scelto di governarla non prendendola sul serio (l’unico in Europa che prende ogni tanto sul serio le sparate di Salvini in politica estera è Emmanuel Macron, ma dopo di che poco o nulla). E di fatto sulle grandi partite finora la Lega ha sempre ingoiato tutto ciò che poteva ingoiare (e la Lega delle bandierine si chiama così perché le uniche battaglie che riesce a portare a casa sono quelle che riguardano le bandierine, non la ciccia della quotidianità di governo). Un’altra Lega esiste, è ovvio che esiste.

Ma fino a che quella Lega non avrà il coraggio di trovare un volto in grado di dare voce alla Lega dei fatti, pensare che esistano due Leghe è solo un modo per negare l’evidenza: la Lega che esiste è quella che gioca con i vaccini, è quella che vuole abbassare l’età del pensionamento, è quella che vuole ridurre il sostegno all’Ucraina, è quella che non sa chi tifare fra Zelensky e Putin, è quella che combatte la concorrenza, è quella che scommette sui condoni.

Fingere che vi siano, contemporaneamente, una leadership che indica una direzione e un partito che va in un’altra direzione significa non voler fare i conti con la presenza di una forza politica che, in modo del tutto legittimo, ha scelto di fare dell’Italia un punto di intersezione perfetto tra i sogni di Trump e quelli di Putin, anche a costo di diventare complici della propaganda anti europea. Vedere nella Lega qualcosa di diverso rispetto a quello che appare è dunque difficile e anche sbagliato.

E se la Lega che non si vede, e che ogni giorno sbuffa, borbotta, si indigna, si dispera, sogna di tornare alle origini, sogna di tornare a parlare al nord, vuole provare a esistere davvero dovrebbe chiedersi se difendere l’interesse nazionale dei trumpiani e dei putiniani sia davvero il modo migliore per aiutare la destra a essere attenta più alla buona resa di un reel che alla sana difesa della realtà.