Quando i dittatori dettano la moda (corriere.it)

di Aldo Grasso

Padiglione Italia

La tuta grigia che Nicolás Maduro indossava al momento dell’arresto ha avuto un’impennata di vendite online. Una «febbre» che ha rapidamente portato al sold out della felpa della Nike.

Cos’è successo? Perché questa corsa all’emulazione vestimentaria? La lettura più semplice farebbe pensare a un gesto di solidarietà, ma solo la Cgil di Maurizio Landini avrebbe osato tanto. Forse quella tuta è diventata un simbolo di un evento cruciale e acquistarla significa indossare una specie di souvenir storico, come se brandelli della storia contemporanea fossero in vendita su Amazon.

Souvenir

L’immagine di un dittatore in tuta è piuttosto umiliante, anche per il contrasto tra l’ideologia antimperialista di Maduro e un brand del capitalismo, ma la curiosità che ha suscitato, ironia compresa, fa parte di una strategia di comunicazione che ci rende incapaci di leggere la realtà, che suggerisce nell’ombra le nostre scelte, anche solo simboliche.

Non ci interroghiamo più su cosa significhi l’intervento in Venezuela di Donald Trump perché l’analisi politica ha lasciato il posto alla parodia, al feticismo della merce, alla teatralizzazione della geopolitica.

Quando Trump conquisterà o comprerà la Groenlandia ci sarà un boom di vendite dei parka degli Inuit: la propaganda ha la grande capacità di trasformare la mentalità gregaria in opinione.

Perché ora Putin è costretto ad ascoltare l’Europa (lastampa.it)

di Stefano Stefanini

È probabile che il canale Parigi-Mosca 
non porti a nulla. 

Ma servirà a far emergere le vere intenzioni del potere russo

Bontà sua, Vladimir Putin accetta di parlare con Emmanuel Macron. Segnale di fumo, forse, ma in una fitta nebbia. A Miami sono ripresi i colloqui russo-americani sull’Ucraina. In teoria, gli americani dovrebbero convincere i russi ad accettare le proposte concordate con europei e ucraini a Berlino la settimana scorsa. In pratica, c’è gran segreto su cosa i negoziatori si dicono.

Sappiamo solo che i principali interlocutori, Steve Witkoff e Jared Kushner da parte americana, e Kirill Dmitriev, capo del fondo sovrano russo, sono uomini d’affari arruolati in diplomazia. Far partecipare gli ucraini? Non se ne parla, ha subito detto Yuri Ushakov, consigliere di Vladimir Putin per la politica estera. Quanto alle modifiche europee al piano di pace per l’Ucraina «stanno ritardando il raggiungimento di un accordo» (sempre Ushakov). Sarebbe dunque meglio fare a meno di loro se non fosse per il fatto che hanno appena teso la rete di sicurezza per Kiev. Bisogna fare i conti anche con loro.

Su questo sfondo il Presidente francese si propone interlocutore con Putin. Fu scottato in passato. Ma spiega che gli ultimi sviluppi rendono controproducente la mancanza di un canale di comunicazioni con il Presidente russo. Ha ragione.

Ad Anchorage Donald Trump ha spazzato via l’isolamento occidentale di Putin. Da quel momento è stata l’Europa ad essere tagliata fuori dal dialogo russo-americano sull’Ucraina. Quando ha interloquito, a favore di Kiev – l’ha fatto più volte – Trump era costretto ad ascoltare, pur con non celata indifferenza. Mosca invece la ignorava in quanto giudicava gli europei ininfluenti sulla capacità dell’Ucraina di tener testa al combinato disposto di intensificata offensiva militare e pressioni politiche americane – vedi piano in 28 punti.

Dimostrando il contrario, il prestito Ue di novanta miliardi di euro, via Eurobond, cambia le carte in tavola. Gli europei vi si guadagnano il posto. Per la Russia è giocoforza ammetterlo. Gli Eurobond sono inattaccabili per vie legali. Putin non poteva dire di no alla richiesta di Macron.

Di qui a dire qualcosa di vagamente diverso dal nyet a quanto gli chiederà il Presidente francese, il passo non è lungo, è enorme. L’Eliseo assicura la massima trasparenza. Ben venga dopo i religiosi silenzi americani sul vertice di Anchorage e le trattative contrattualistiche Witkoff-Ushakoff. il canale diretto Usa-Russia è sempre esistito, e sempre accompagnato da una «informativa agli alleati». Non oggi. Anche alla Nato le notizie sui negoziati fra Mosca e Washington sono arrivate da Bloomberg e da Axios.

Con il colloquio Macron-Putin sarà diverso. Sapremo cosa si dicono. Il Presidente francese non “rappresenta” l’Europa o gli europei o i volenterosi. Non ne ha titolo. Ma non può discostarsi dalle posizioni comuni, dì cui peraltro la Francia è stata magna pars. Macron non può contraddire sé stesso.

E, a meno di un sorprendente ribaltamento delle posizioni russe appena ribadite nello sproloquio di fine anno, Putin non verrà incontro ai punti fondamentali del cessate il fuoco, della non cessione di territori sotto controllo ucraino, delle garanzie internazionali. L’ha appena detto pubblicamente – unica concessione: niente missili o droni in profondità durante eventuali elezioni ucraine. Troppa grazia.

Se ci sarà – non c’è certezza solo «disponibilità» – il colloquio Putin-Macron si risolverà in un nulla di fatto quanto ad avanzamento dei negoziati. Ma non sarà inutile perché corregge lo squilibrato dialogo russo-americano. Quello sì fa avanzare il negoziato, ma a senso unico di imposizione a Kiev delle richieste di Mosca.

L’intero esercizio avviato diplomatico da Donald Trump ormai da dieci mesi si è regolarmente inceppato perché cerca di metter fine ad una guerra fra Russia e Ucraina senza avere al tavolo l’Ucraina. Una parte, la Russia, non vuole trattare con l’altra (l’Ucraina) se non come parte perdente in territorio e delegittimata politicamente.

Non sarà una telefonata di Emmanuel Macron a far cambiare idea a Vladimir Putin ma può servire a fargli capire che, visto che non c’è in vista capitolazione di Kiev, grazie alla tenacia ucraina e al sostegno europeo, è ora di cominciare a negoziare seriamente.

Non solo con Trump-Witkoff-Kushner con i quali si trova sempre un “deal”, ma anche con Volodymir Zelensky e i “porcellini” europei al tavolo.

La Russia barcolla e adesso si aggrappa al rublo digitale (formiche.net)

Economia

Dopo mesi di tentennamenti e giravolte, Mosca sceglie di consentire le transazioni in valuta digitale. L’obiettivo è allentare la pressione sugli istituti e proteggere quel che rimane degli scambi commerciali con l’estero

Sopravvivere, finché sarà possibile. Nella Russia strozzata dalla sanzioni, senza più certezze sul petrolio e prossima all’asfissia, è scattata l’ora della moneta digitale. O meglio, del rublo digitale. Premessa. L’economia russa ha sfidato in questi tre anni le previsioni di collasso, specialmente con l’emergere di tossicità nel sistema bancario.

La svolta di Mosca

Per mesi Mosca ha mostrato una resilienza che ha sorpreso gli osservatori occidentali, sostenuta da una gestione tecnocratica e da uno stimolo fiscale di proporzioni storiche. Tuttavia, i dati emersi nel terzo trimestre del 2025 suggeriscono che il modello militare, basato cioè sulla sola industria bellica adottato dal Cremlino, sta iniziando a generare frizioni strutturali che non possono essere risolte semplicemente stampando moneta o aumentando la spesa. La rivelazione di un accumulo di 10,4 trilioni di rubli (circa 131 miliardi di dollari) di crediti deteriorati nei bilanci bancari russi è il primo sintomo.

Il secondo è una valuta, il rublo, che continua a perdere potenza. E così, dopo aver tentennato per mesi su criptovalute e digitalizzazione della moneta, il Cremlino ha rotto gli indugi. La Russia ha iniziato a introdurre il rublo digitale nel suo sistema di bilancio e nel settore bancario su larga scala. Vale a dire che a partire da queste settimane, il grosso delle transazioni tra amministrazioni pubbliche, ma con crocevia bancario, potranno essere effettuate sotto forma di moneta digitale.

Obiettivo banche

La mossa ha un suo senso. Creare una seconda corsia per il rublo vuol dire allentare la pressione sulla moneta russa, oltre a creare i presupposti per sfuggire alle sanzioni, per permettere agli istituti di operare con maggiore tranquillità, recuperando parte delle enormi perdite accumulate in questi anni. Mosca ha stabilito un lancio graduale del rublo digitale: entro il 1° settembre 2026 le maggiori banche del Paese e i loro clienti istituzionali al dettaglio dovranno consentire ai clienti di effettuare transazioni utilizzando rubli digitali.

E ancora, secondo le regole della Banca centrale russa, gli istituti russi titolari di una licenza universale e le aziende al dettaglio con un fatturato annuo superiore a 30 milioni di rubli saranno tenuti a elaborare transazioni in rubli digitali a partire dal 1° settembre 2027. Tutto questo mentre anche l’Europa corre sulla moneta digitale. Ma forse con tempi più lunghi della Russia.

La strada dell’Europa

Quattro anni, anche scarsi, tanto è infatti il tempo che separa l’Europa dall’euro digitale, la risposta dell’Unione all’avanzata delle stablecoin. Lo scorso ottobre il Consiglio direttivo della Banca centrale europea, ha stabilito di avviare l’ultima fase sul progetto dell’euro digitale, quella di sviluppo, che segue la fase appena completata di preparazione. La svolta, però, arriverà solo nel 2029, anno in cui è prevista la prima emissione della nuova moneta.

Il Financial Times: “Referendum Giustizia a rischio flop per voto di protesta” (newsprima.it)

L'ANALISI

Il quotidiano britannico segnala come, nonostante la stabilità politica e una gestione fiscale prudente, molte delle sfide strutturali del Paese restino irrisolte

Il Financial Times: “Referendum Giustizia a rischio flop per voto di protesta”

Autorevole statista o semplicemente buona (se non addirittura discreta) e “prudente amministratrice dell’esistente”?

Il mondo della politica anche fuori dai nostri confini ha già battezzato per la nostra presidente del Consiglio Giorgia Meloni il 2026 come l’anno della “verità”.

Ucraina, Meloni: "Serve convergenza su reali bisogni vitali di Kiev"

Meloni e l’anno della verità: tra stabilità politica e uno “slancio” che non arriva

Oltre all’incalzare delle opposizioni di Centrosinistra (prima sulla Manovra e in questi giorni più recenti sulle posizioni del Governo riguardo le situazioni in Ucraina, Venezuela, ma anche Gaza), nelle ultime ore è stato il Financial Times a focalizzare la sua attenzione sull’Italia e il suo Esecutivo a trazione Centrodestra.

Un’analisi pubblicata dal quotidiano economico-finanziario britannico (di proprietà della holding giapponese Nikkei) e ripresa da vari media, disegna il 2026 per il Governo di Giorgia Meloni un “anno decisivo”, in cui la sfida non è più soltanto tenere insieme una coalizione relativamente stabile, ma dimostrare capacità di visione e azione trasformative per l’Italia.

In particolare, il Financial Times segnala come, nonostante la stabilità politica e una gestione fiscale prudente che ha impressionato i mercati e portato a un miglioramento dei rating sovrani, molte delle sfide strutturali del paese restino irrisolte: bassa produttività, crescita economica stagnante e un disequilibrio tra politiche di rigore e qualità della crescita.

I tre nodi per Governo, imprese e famiglie

Ci sono tre nodi che al di là degli orientamenti politici sembrano mettere d’accordo tutti gli esperti e gli addetti ai lavori.

Riguardano Governo, imprese e famiglie.

Per l’Esecutivo, uno dei punti più evidenti è che, sebbene la stabilità sia un valore politico indiscusso in un Paese che ha conosciuto una media di circa un Governo all’anno dal dopoguerra, essa non è stata accompagnata da riforme strutturali coraggiose che possano imprimere una nuova traiettoria alla crescita italiana.

Ecco perché gli osservatori più critici rilevano che le riforme annunciate o rimaste sulla carta – dal mercato del lavoro all’istruzione, dalla giustizia alla modernizzazione della pubblica amministrazione – non sono state implementate con la rapidità e la portata necessarie per incidere sui livelli di produttività e competitività dell’Italia nel lungo periodo.

Da qui il motivo per cui, riferendosi alla premier, si sente spesso parlare di “leadership cauta”, più attenta alla sopravvivenza politica e al galleggiamento che alla trasformazione profonda della macchina statale e dell’economia.

Uno sguardo alle imprese: proiezioni di crescita insoddisfacenti

Il secondo nodo riguarda le imprese. Pur con un certo credito verso il Governo e con vari attestati di apprezzamento alla presidente del Consiglio e ai suoi Ministri, Confindustria ad esempio è da mesi che chiede un cambio di passo. All’Italia e all’Ue.

emanuele orsini confindustria scontro governo decreto bollette(Il presidente di Confindustria Emanuele Orsini)E infatti, le proiezioni economiche italiane non migliorano il quadro. Sempre secondo il Financial Times, il Pil italiano è stimato in crescita dello 0,4% nel 2025, con prospettive ben al di sotto dell’1% nei prossimi anni e tra i ritmi più bassi dell’Eurozona.

Questo contesto di scarsa crescita (più volte lamentata con autocritica oggettiva anche da molti esponenti del Centrodestra) incide profondamente sul clima di fiducia delle imprese – soprattutto quelle che, pur là dove possibile, vorrebbero investire, innovare e competere a livello internazionale.

Anche i Giovani di Confindustria in questi mesi hanno evidenziato questo aspetto.

È dunque un terreno difficile per la politica industriale e la produttività, aggravato da costi energetici ancora elevati e da una struttura produttiva caratterizzata da molte piccole e medie imprese con margini di crescita limitati.

La lentezza della crescita tende quindi a compromettere le prospettive di sviluppo competitivo dell’Italia in un momento in cui altre economie europee, pur anch’esse in difficoltà, mostrano segnali più robusti o piani di riforma più incisivi.

Ma in realtà il paragone e il divario si fanno drammatici guardando ai super colossi mondiali come Stati Uniti, Cina e India.

Cittadini e famiglie, il nodo del potere d’acquisto

Il terzo grande fronte critico riguarda il potere d’acquisto delle famiglie italiane.

Anche laddove i dati sul mercato del lavoro mostrano tassi di occupazione in crescita (l’ultimo riguardante la disoccupazione, calo record al 5,7% a novembre, è fresco proprio di poche ore), gran parte dei nuovi impieghi è concentrata in settori a bassa retribuzione e instabili, con poche prospettive di crescita salariale reale.

In un contesto di inflazione contenuta ma di costi della vita ancora alti, un aumento delle retribuzioni reali e del reddito disponibile è lento o insufficiente, incidendo sulla capacità delle famiglie di consumare, risparmiare o investire.

Alcuni osservatori segnalano come la capacità di spesa reale delle famiglie sia ferma o addirittura in calo, con un aumento delle disuguaglianze e una stagnazione dei salari reali.

Il referendum sulla Giustizia: cosa c’è in gioco

Ecco perché di fronte allo scenario tratteggiato dal Financial Times, importanza rilevante nelle dinamiche di politica interna potrebbe averlo il Referendum sulla Giustizia.

Il quotidiano britannico paventa un rischio flop:

“Sempre più italiani si interrogano su ciò che il suo governo abbia effettivamente realizzato al di là della semplice sopravvivenza politica.

Il malcontento latente per un’economia stagnante e per la compressione dei redditi reali potrebbe riflettersi sul referendum sulla riforma della giustizia previsto per marzo. Gli elettori insoddisfatti dell’operato del governo Meloni potrebbero recarsi alle urne per esprimere un voto di protesta”.

Secondo alcuni analisti, una bocciatura del referendum potrebbe essere interpretata come un segnale di profonda frattura tra la leadership di Governo e l’opinione pubblica, alimentando dubbi sulla capacità dell’Esecutivo di interpretare le aspettative dei cittadini e di governare nelle iniziative più controverse.

Al contrario, c’è chi sottolinea che un’esito favorevole al  potrebbe non solo consolidare posizioni di leadership interne alla coalizione di Centrodestra, ma anche diventare un trampolino per capire la forza elettorale del progetto politico di Meloni, in vista delle elezioni anticipate o della naturale scadenza del 2027.

Voto anticipato se vince il Sì, le indiscrezioni

E proprio qui stando a clamorose indiscrezioni riportate nei giorni scorsi da La Stampa si delineerebbero clamorosi sviluppi.

In caso di vittoria al referendum, il sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio, Giovambattista Fazzolari pare stia disegnando una trama clamorosa: anticipare il ritorno al voto di praticamente un anno e mezzo.

(Giovambattista Fazzolari)

L’obiettivo sarebbe sfruttare l’onda lunga del successo nelle urne e spiazzare il Centrosinistra di fatto ancora alla ricerca di un candidato premier, mentre il Centrodestra vedrebbe praticamente immutati i suoi rapporti di forza se non con una “competizione interna” tra Lega e Forza Italia.

(Elly Schlein, Giuseppe Conte e Silvia Salis: chi sarà il candidato premier del Centrosinistra?)

Si tratta di una voce che era già circolata dopo le Europee del giugno 2024 (ma evidentemente non se ne fece nulla) e che ora torna (quasi) insistente, anche se in molti fanno notare che tagliando il traguardo di settembre 2026 (a un anno dalla scadenza naturale) il Governo Meloni diventerebbe il più longevo della storia del dopoguerra.

Il commento della premier

Anche se quasi a stretto giro di posta, oggi, venerdì 9 gennaio, nella tradizionale conferenza stampa di inizio anno con i giornalisti proprio la premier ha commentato i gossip riguardo questi scenari:

“Anche io ho letto ricostruzioni su intendimenti e strategie tremende del tremendo Fazzolari, ma non è proprio nei miei radar andare al voto anticipato. Credo che la stabilità di questo Governo e dell’Italia sia precondizione per fare molte altre cose e farà del mio meglio per garantirla e arrivare alla fine della legislatura finché avrò una maggioranza solida che mi sostiene ovviamente. Ma il mio grande obiettivo è chiudere questa legislatura come l’ho iniziata”.

E ancora:

“Anche in caso di bocciatura del referendum sulla riforma della giustizia non intendo dimettermi: abbiamo fatto quello che avevamo scritto nel programma, stiamo mantenendo gli impegni ma in ogni caso il mio obiettivo è che questo governo arrivi alla fine della legislatura, una cosa mai stata possibile per i nostri predecessori e presentarsi al cospetto dei cittadini per essere giudicato per il complessivo del lavoro”.