Edith Bruck: «A Roma trovai la mia kapò: mi offrì un tè, ma non andai, temevo mi avvelenasse. Voleva vendermi casa sua a metà prezzo» (corriere.it)

di Aldo Cazzullo

Il personaggio/l'intervista

La scrittrice sopravvissuta ai campi di concentramento: «Anche Calvino mi diceva “Voi ebrei”. Ma non siamo tutti uguali. Io non sono Netanyahu»

Ripubblichiamo l’intervista di Aldo Cazzullo a Edith Bruck, pubblicata il 19 gennaio 2025, una delle più apprezzate dalle nostre lettrici e dai nostri lettori nel 2025.

«Le prime parole che ci gridarono i soldati con i cani lupo ringhianti furono Rechts! e Links!, destra e sinistra. Mia sorella Adele, di quattro anni più grande, fu mandata a destra. Mia madre Berta e io fummo mandate a sinistra. Si avvicinò un soldato. Mi disse: vai a destra. Io mi avvinghiai a mia madre, non volevo lasciarla, però quello mi prese per l’orecchio, quasi me lo staccò, e mi trascinò via: “Rechts!”. Io piangevo disperata, ma quel tedesco mi stava salvando la vita. Quelli a destra andavano ai lavori forzati; quelli a sinistra direttamente nelle camere a gas. Quel soldato fu la prima delle cinque luci che si accesero nel momento più buio della vita».

Edith Bruck vive a Roma in via del Babuino, in una casa tutta corridoi, con il ritratto della suocera, la madre di Nelo e Dino Risi, e qualche oggetto curioso, come un topolino di pezza, di cui ci racconterà la storia. Undici anni fa, qui vicino, in via della Croce, dentro una gastronomia, si sentì chiamare alle spalle: «Tu sei Edith di Auschwitz!». Si girò, vide una donna dal cappotto verde, la riconobbe. «La donna dal cappotto verde» si intitola il suo romanzo, che ora La Nave di Teseo, la casa editrice guidata da Elisabetta Sgarbi, riporta in libreria per il Giorno della Memoria.

Signora Bruck, chi era quella donna?
«La mia kapò ad Auschwitz. Lager C, blocco numero 11. I vicini di casa qui a Roma la conoscevano, ma si rifiutarono di dirmi il suo nome. Con l’aiuto di mia sorella, che vive in America, l’ho ritrovato: Lola Heller».

Come si comportò con lei, quando vi ritrovaste?
«Cominciò una tortura reciproca. Lei mi aspettava sotto casa. Mi invitava da lei a prendere il tè, ma io non andai, temevo mi avvelenasse. Lei temeva che la denunciassi. Avevamo paura l’una dell’altra. Insisteva per vendermi il suo appartamento, con una grande terrazza su via Margutta, a metà prezzo. Poi, come era ricomparsa all’improvviso, all’improvviso sparì».

Che ricordo ha di Lola ad Auschwitz?
«Indossava un cappotto di tweed, uno di quelli che avevo visto nel mucchio dei nostri cappotti, quando venimmo spogliati al nostro arrivo. Auschwitz non era un campo di lavoro; era un campo di sterminio. Lei era un ebrea polacca, era stata deportata due anni prima di me. Per sopravvivere, si era messa al servizio dei tedeschi. E aveva dovuto disumanizzarsi. Sempre con il bastone in mano. Ci mettevano in riga, e se il mio piede sporgeva di pochi centimetri, giù bastonate. Ricordo un’altra kapò…».

Come si chiamava?
«Alice. Io piangevo per mia mamma, e lei mi rimproverava: “Smettila, finirai per irritare i tedeschi!”. Ma io volevo la mia mamma. Così un giorno lei, stanca del mio pianto, mi tirò per il braccio e mi disse: “Vieni, ti faccio vedere tua mamma”. Io ero felice perché pensavo davvero di ritrovarla, ma Alice mi mostrò il fumo che usciva dal camino: “Ecco dov’è tua madre: lì dentro. Era un po’ grassa? Allora è servita a fare sapone”».

Quando ha ritrovato la signora dal cappotto verde, per la legge avrebbe potuto denunciarla.
«Mi sono interrogata a lungo se farlo. Poi ho deciso di no. Io non odio nessuno, non so cosa sia l’odio. Quella donna aveva scelto di sopravvivere; e chi sono io per giudicare la sua scelta? Non dico che avesse venduto l’anima ai nazisti; di sicuro si era messa al loro servizio. Eppure era possibile sopravvivere ad Auschwitz anche senza perdere la propria umanità. Io ci sono riuscita».

In che modo?
«Mi avevano proposto di portare i messaggi tra una baracca e l’altra: allarme! Selezione! E fare la messaggera era una garanzia di sopravvivenza, perché i deportati ti pregavano di riferire loro notizie ai parenti negli altri blocchi, e in cambio ti davano un pezzetto di pane. Ma io rifiutai. Non volevo fare nulla per i tedeschi. Preferivo salvarmi l’anima».

Cos’era la selezione?
«Era quando arrivava Mengele».

L’angelo della morte.
«Magro, alto, pallido, severo. Volto sfuggente. Non diceva una parola. Indicava con il dito guantato di bianco le persone da eliminare: tu, tu e tu. Era il dito di Dio».

E voi?
«Eravamo bianchi come cadaveri, e le donne tentavano disperatamente di darsi un po’ di colore alle gote, per superare la selezione. Di solito si mescolava la polvere con un po’ d’acqua: era il nostro fondotinta. Poi qualcuna rubò dalla casa di un tedesco della carta arricciata rossa, di quelle con cui si decorano i mazzi di fiori, e la vendette pezzetto dopo pezzetto. Si strofinava la carta sulle guance, e le si colorava un poco».

Nel suo libro ci sono immagini molto crude.
«Un giorno mia sorella e io dovemmo portare un grande secchio pieno della merda dei prigionieri. Lei era più alta di me, così il secchio pendeva dalla mia parte. Sentivo la merda colarmi addosso, sul fianco, sulla coscia…».

Ad Auschwitz c’era anche Primo Levi.
«Non lo incontrai, ovviamente. Maschi e femmine erano separati. In quel campo sono passati milioni di esseri umani, hanno ucciso un milione di bambini. Ma con Primo Levi siamo rimasti in contatto fino all’ultimo giorno della sua vita, sino al suo suicidio».

Rita Levi Montalcini non credeva che Primo Levi si fosse davvero suicidato. Perché l’ha fatto, secondo lei?
«Perché portava Auschwitz dentro di sé. Passeggiavamo qui in via del Babuino, io gli mostravo le vetrine colorate, le immagini della vita, e lui si voltava a fissare il muro. Non si lasciava abbracciare, rifiutava ogni contatto fisico, anche solo il tocco. E alla fine diceva: “Si stava meglio ad Auschwitz”».

Perché?
«Perché sentiva gente che cominciava a dire che tutto questo non era successo. “Ti rendi conto”, mi ripeteva, “stanno già negando con noi vivi!”. Ora che le ultime voci, come la mia, si stanno spegnendo, lo diranno sempre di più. E sempre più persone lo crederanno».

Lei come si è salvata?
«Perché ero molto povera. Avevo già avuto molti no nella vita. I borghesi, i più favoriti nella vita civile, non reggevano il lager. Noi sì. I borghesi non sapevano come ammazzare i pidocchi, e morivano di tifo petecchiale».

Come si ammazza un pidocchio?
«Prendendolo tra due unghie, e spezzandolo, così. I più fragili erano gli uomini. Una volta, durante le mie peregrinazioni, ricordo che ero a Dachau, mi trovai all’improvviso il blocco di fronte, che era vuoto, pieno di uomini. Erano riversi a terra, non riuscivano più a muoversi, stavano morendo. Uno strazio indicibile. Rubai due patate in cucina e le gettai dall’altra parte, oltre il reticolato. Non riuscivano neppure ad allungare il braccio per afferrarle».

Quali furono le sue peregrinazioni?
«Noi ebrei ungheresi fummo deportati per ultimi, e liberati per ultimi. Man mano che i russi si avvicinavano ad Auschwitz, cominciarono a spostarci verso Ovest. La marcia della morte. Mille chilometri a piedi. Kaufering, Landsberg, Dachau, Christianstadt, Bergen-Belsen».

Dove arrivarono gli americani.
«Quando i russi entrarono ad Auschwitz, aprirono le cucine, e i superstiti vi si riversarono dentro. Ma avevano lo stomaco chiuso, morivano con la faccia dentro la pentola. Gli americani furono scientifici. Graduarono l’alimentazione, dieci grammi di cibo in più al giorno, e ci salvarono. Ci diedero il Ddt. Tutti bianchi, sembravamo fantasmi».

E lei tornò a casa, in Ungheria.
«Ricordo cinque soldati ungheresi fascisti. Si misero nelle nostre mani, per non essere uccisi. E noi li accogliemmo, furono i nostri compagni di viaggio, a bordo di un camion pieno di carbone. Fu allora che rinunciai a qualsiasi proposito di vendetta, a qualsiasi sentimento di odio. Arrivarono con noi sino a Pilsen, in Cecoslovacchia. Poi ci benedissero. E ci lasciarono».

Lei andò in Israele.
«Israele era la favola della mia infanzia. Nel villaggio dove sono cresciuta, Tiszakarád, noi ebrei eravamo odiati e disprezzati. Eravamo gli assassini di Gesù. A Tiszakarád c’era un solo crocefisso, appeso a due fili di ferro, con il corpo proteso in avanti, e io temevo che potesse scendere dalla croce per punirmi. Veniva un prete dalla città a farci lezione, ci pose una domanda, io sapevo la risposta, alzai la mano, e lui mi gelò: “Zitta tu, ebrea, la cosa non ti riguarda”».

La favola.
«Per farmi dormire, mia madre mi raccontava della terra promessa, la terra del latte e del miele, dove avremmo vissuto liberi e felici, senza che nessuno ci odiasse o volesse farci del male».

Invece?
«Invece già prima di approdare ad Haifa i funzionari del nuovo Stato salirono a bordo della nave, e ci chiesero quali valori avessimo con noi. Cosa dovevamo avere? Nulla. Eravamo sopravvissuti ai campi di sterminio».

Era il 1948. Scoppiò la guerra.
«All’inizio ci chiusero in un campo profughi, e usavano il bastone anche lì. Una delusione cocente. Poi ci diedero le case abbandonate dagli arabi, tuguri di fango. Dovevo entrare anch’io nell’esercito, per evitarlo feci un matrimonio di convenienza con un signore che si chiamava Bruck, di cui ho tenuto il cognome. Il mio, quello vero, è Steinschreiber».

E venne qui, in Italia.
«Arrivai a Napoli. Ricordo la luce e il calore delle persone. L’accoglienza. I sorrisi. Ti facevano sentire a casa. Per mantenermi lavoravo in un corpo di ballo, una sera mi invitò a danzare Ugo Tognazzi. Continuava a dirmi: un due tre, Vianello… Non capivo. “Un due tre” era la sua trasmissione».

E poi l’amore: Nelo Risi, uomo di cinema e di letteratura, fratello del regista Dino.
«Era un uomo talmente buono che non avrebbe mai schiacciato una formica o maltrattato un topo. La nostra prima casa era molto piccola, e in bagno trovammo appunto un topo. Nelo rimase due ore a parlare con il topo, gli costruì una torre di stracci, quello ci salì e scappò dalla finestra. Così, in ricordo della bontà d’animo di mio marito, ho questo topolino di pezza».

Lei all’inizio ha parlato di cinque luci che si sono accese nel momento più buio della sua vita. La prima fu il soldato che la mandò a destra anziché a sinistra. Quali furono le altre?
«Le ho raccontate a Papa Francesco, quando è venuto qui. La seconda luce fu il cuoco di Dachau. Al confronto di Auschwitz, Dachau era il paradiso terrestre, c’erano bucce di patata a volontà, e un giorno il cuoco mi chiese: “Wie heisst du?”, come ti chiami? Fu un terremoto. Non ero più il numero 11.152; per un attimo era tornata un essere umano. Poi aggiunse: lo sai che ho una bambina come te? E mi regalò un piccolo pettine».

La terza luce?
«Scavavamo trincee a Landsberg, un lavoro forzato disumano, senza niente da mangiare. Un soldato mi sbatte addosso la gavetta e mi grida: “lavala!”. Quando l’ho raccontata al Papa, lui ha intuito la fine della storia, e mi ha chiesto: cosa c’era nella gavetta?».

Cosa c’era?
«Due dita di marmellata, che mi hanno consentito di non morire di fame».

La quarta luce?
«A Kaufering un soldato mi sbatte addosso un guanto bucato. Qui di nuovo il Papa mi ha chiesto: cosa c’era in quel buco?».

Cosa c’era?
«All’apparenza, niente. In realtà, c’era la vita. Perché con quel guanto ho evitato di congelarmi le mani».

Manca la quinta luce.
«Bergen Belsen. Dobbiamo portare giubbotti per i soldati, a otto chilometri di distanza. Io ho otto giubbotti in mano, sono distrutta, non ce la faccio più, ne lascio cadere quattro nella neve. Le altre fanno lo stesso, si liberano di metà del carico, la neve si copre di giubbotti. I tedeschi gridano: chi ha cominciato? Io faccio un mezzo passo avanti».

E i tedeschi?
«Un soldato comincia a riempirmi di botte, perdo molto sangue, mia sorella d’istinto si getta contro di lui, lo fa cadere nella neve. Quello si alza, si avvicina, estrae la pistola, noi pensiamo: è finita. I nazisti ci uccidevano per molto, ma molto meno. Quello invece grida: “E tu, una lurida, schifosa, puzzolente ebrea, hai osato alzare le tue schifose mani sopra un tedesco?! Hai coraggio. Meriti di sopravvivere”».

Riusciremo mai a liberarci dell’antisemitismo?
«No. L’antisemitismo è sempre esistito ed esisterà sempre; perché l’umanità avrà sempre bisogno di un capro espiatorio. E nei prossimi anni sarà peggio. Quand’ero bambina, ci dicevano: voi ebrei siete avari, sporchi, brutti. Quante volte mi sono sentita dire: sei troppo bella per essere ebrea. E ancora adesso sento dire: voi ebrei. Ma non esiste il voi. Persino Italo Calvino lo diceva».

Non era certo antisemita.
«No. Ma diceva: voi ebrei. E io: “Italo, non siamo tutti uguali, siamo tutti diversi”. Invece, se un ebreo sbaglia, tutti gli ebrei sbagliano. Ma io non sono Netanyahu».

Crede in Dio?
«Dio, come dice il Papa, è una ricerca continua».

E nell’aldilà?
«No. L’anima non esiste».

E il perdono?
«Un ebreo può perdonare solo per se stesso. Io posso perdonare per me; non posso perdonare per gli altri. Per i milioni di esseri umani che hanno affidato la parola a noi, ultimi sopravvissuti».

Per conoscere la storia non si segua Barbero, si visitino i musei, si ammirino le opere d’arte (ilfoglio.it)

di Camillo Langone

Preghiera

Nel Castello Svevo di Trani ho scoperto due opere che valgono due libri, ma che dico due libri, due podcast: un quadro, “Giorno di magro” di Bezzi, e una scultura, “L’onomastico del nonno” di Barbella. 

Questa è l’arte, o l’arte che piace a me: conoscenza e colore, informazione e forma

Per conoscere la storia non si segua Barbero, si vada alle fonti, si visitino i musei, si ammirino le opere d’arte. Io per esempio sono andato a vedere “La collezione della Regina Margherita da Napoli a Trani”, nel Castello Svevo della città pugliese, di fronte al mare e alla celeberrima Cattedrale.

E ho scoperto due opere che valgono due libri, ma che dico due libri, due podcast: un quadro, “Giorno di magro” di Bartolomeo Bezzi (1895), e una scultura, “L’onomastico del nonno” di Costantino Barbella (1901).

Bezzi, pittore trentino di cui ignoravo o non ricordavo l’esistenza, con il suo mercato del pesce richiama il tempo cattolicamente felice in cui il venerdì tutti si astenevano dal mangiare carne (oggi siamo in quattro gatti). Anni migliori anche dal punto di vista estetico: le donne, in questo caso le popolane di Venezia, si proteggevano dall’umidità e dal freddo con grandi scialli colorati.

Barbella, scultore abruzzese a me noto in quanto amico di D’Annunzio, con la sua tenera scenetta di vita famigliare ricorda il tempo (sempre un tempo cattolico) in cui si festeggiava l’onomastico anziché il compleanno (usanza moderna e piuttosto americana).

Questa è l’arte, o l’arte che piace a me: conoscenza e colore, informazione e forma. E perciò quanta bellezza sprecata, se fra Barbella e Barbero si continua a scegliere Barbero.

Eva e Anne, più che sorelle. Bambine braccate dai nazisti (corriere.it)

di Giulia Ziino

1929-2026 Si è spenta Schloss-Geiringer: sua mamma 
aveva sposato Otto Frank dopo la liberazione

La sua vita ha attraversato il Novecento e le ferite più profonde del secolo, intrecciandosi in modi diversi con quella di uno dei simboli dell’orrore della Shoah, Anne Frank.

È morta sabato a Londra a 96 anni Eva Schloss-Geiringer, austriaca, sopravvissuta ad Auschwitz e testimone della ferocia nazista, che di Anne fu amica e sorella acquisita. Sua madre Fritzi, infatti, aveva sposato Otto Frank, il padre di Anne, dopo che entrambi erano riusciti a tornare vivi dal Lager, unici sopravvissuti, insieme a Eva, dei componenti delle loro due famiglie.

La storia di Eva e quella di Anne si erano incrociate per la prima volta nel 1940 quando Eva bambina — era nata a Vienna l’11 maggio 1929 — si era trasferita ad Amsterdam con la famiglia per sfuggire alla persecuzione nazista dopo l’Anschluss. I Geiringer avevano trovato casa in Merwedeplein, di fronte a quella dei Frank: le due bambine, dirimpettaie e coetanee (avevano solo un mese di differenza), erano diventate amiche e giocavano spesso insieme dopo la scuola.

A dividerle, pochi anni più tardi, sarà l’orrore della persecuzione, che rende non più sicura per gli ebrei anche l’Olanda. Quando, nel 1942, la sorella maggiore di Anne, Margot, e il fratello di Eva, Heinz ricevono come migliaia di altri giovani ebrei l’ordine di deportazione, sia i Geiringer che i Frank sono costretti a nascondersi. I Geiringer si separano: Eva e sua madre cambiano rifugio sette volte in un anno, separate dal padre Erich e da Heinz. I Frank restano tutti insieme, nell’alloggio segreto del «retroscala» dove Anne scriverà il suo celebre diario.

Come quella di Anne, anche la famiglia di Eva verrà tradita: a denunciarla, nel 1944, sarà un’infermiera olandese collaborazionista. I Geiringer, sorpresi tutti insieme durante una visita di Eva e Fritzi a Erich ed Heinz, vengono deportati ad Auschwitz. Solo le due donne sopravvivono.

Dopo la liberazione del Lager da parte dell’Armata Rossa, il 27 gennaio 1945, Eva e la sua «Mutti» tornano nei Paesi Bassi e qui ritrovano Otto Frank. Anche lui è rimasto solo: sua moglie Edith, Anne e Margot sono tutte morte. Le due sorelle a Bergen-Belsen, la madre a Birkenau. Di Anne non resta che il diario, ritrovato nel rifugio segreto da alcuni amici dei Frank e messo in salvo: Otto sceglierà di pubblicarlo nel 1947, a testimonianza della barbarie nazista.

La prima volta in cui lo vide con il diario in mano si è fermata nella memoria di Eva Schloss-Geiringer: «Riuscì a leggerne solo un paio di passaggi prima di scoppiare a piangere», ha raccontato. Ma quelle pagine, Eva ne era convinta, furono per Otto «un’ancora di salvezza: era disperato, ma attraverso il diario scoprì che Anne era ancora con lui».

Negli anni il rapporto fra i sopravvissuti Eva e Fritzi e Otto diventa sempre più stretto. Trovata una nuova prospettiva di vita nella fotografia, Eva si trasferisce a Londra dove conosce Zvi Schloss e lo sposa nel 1952. L’anno dopo si sposano Otto e Fritzi e si trasferiscono in Svizzera, a Basilea: staranno insieme fino alla morte di lui, nel 1980.

Rimasta in silenzio per oltre quarant’anni, Eva aveva iniziato a raccontare la propria storia solo nel 1988, in occasione di un’esposizione londinese dedicata ad Anne Frank. Da allora ha viaggiato in tutto il mondo, portando la sua testimonianza in scuole, università e carceri, collaborando con la Fondazione Anne Frank Trust, di cui è stata cofondatrice nel 1990, e partecipando a progetti educativi, lavorando a libri e documentari.

Aveva mantenuto la promessa fatta a suo padre e a suo fratello di recuperare le loro opere d’arte e poesie nascoste durante la prigionia, donando in seguito trenta dipinti di Heinz al Museo della Resistenza olandese di Amsterdam. La Fondazione Anne Frank ieri le ha reso omaggio definendola «educatrice instancabile della memoria della Shoah, devota nel promuovere la comprensione e la pace».

Strade che parlano: toponomastica senza donne (lavoce.info)

di  e 

Sono pochissime le strade e le piazze dei nostri 
comuni intitolate a donne, soprattutto se non si 
considerano sante e beate. 

Ma la toponomastica urbana riflette la memoria collettiva e contribuisce a trasmettere valori culturali alle generazioni future.

A chi sono intitolate le vie italiane

In Italia, solo il 6,6 per cento delle strade dei capoluoghi è intitolato a una figura femminile e, se si escludono sante e beate, la percentuale scende al 3,9 Per cento. A prima vista può sembrare un dato curioso ma marginale. In realtà questi numeri raccontano qualcosa di più profondo: la toponomastica urbana, ovvero il modo in cui vengono scelti i nomi di strade e piazze, riflette la memoria collettiva e contribuisce a trasmettere valori culturali alle generazioni future.

In un nostro recente studio abbiamo indagato proprio questo aspetto: la toponomastica può contribuire alla trasmissione di valori socio-culturali, come l’equità di genere? E in che modo? E in che misura l’ambiente urbano, attraverso simboli e segnali nello spazio pubblico, influenza le percezioni individuali?

Quando il nome di una via diventa un messaggio

Dalle “vie Garibaldi” alle “piazze Cavour”, passando per i “viali della Vittoria” e “corso Roma”, l’intitolazione delle strade ha sempre avuto un significato politico e culturale. Nel corso del tempo, è diventata uno strumento attraverso cui una comunità seleziona e celebra figure e valori, costruendo così una narrazione condivisa. In questo processo, tuttavia, le donne sono rimaste ai margini, relegate a poche figure simboliche, spesso e volentieri di matrice religiosa.

Le decisioni sulla toponomastica non sono spontanee né automatiche: ogni nuovo nome di strada passa attraverso una proposta formale – avanzata da consiglieri comunali, giunte o associazioni – e successivamente vagliata dal consiglio comunale. la procedura è regolata da norme precise, tra cui parere obbligatorio della prefettura e il divieto di intitolare vie a persone decedute da meno di dieci anni, salvo eventuali deroghe.

Di tutto l’iter i cittadini sanno poco, eppure non sono aspetti marginali: dimostrano come la toponomastica sia il risultato di scelte politiche deliberate, e non di inerzia amministrativa, chiarendo come intervenire sui nomi delle vie non sia un mero gesto simbolico, ma un atto deliberato di “pedagogia civica”.

La nostra ricerca parte da questa constatazione e propone una chiave di lettura alternativa: la toponomastica non è solo uno specchio del passato, ma anche un veicolo attraverso cui i valori culturali vengono trasmessi nel presente, con uno sguardo al futuro. In particolare, ci siamo chiesti se vivere in un contesto urbano in cui le donne sono maggiormente rappresentate nei nomi delle strade possa essere associato a una maggiore consapevolezza sull’equità di genere.

Un’analisi empirica su oltre mille comuni italiani

Per verificare la nostra ipotesi, abbiamo incrociato due fonti di dati: Il censimento permanente delle strade di Istat, da cui abbiamo calcolato la percentuale di quelle intitolate a figure femminili in ogni comune; il Rapporto Giovani 2017, condotto da Ipsos per l’Istituto Giuseppe Toniolo, che raccoglie informazioni dettagliate su oltre 3mila giovani italiani tra i 20 e i 35 anni, rappresentativi della popolazione giovanile nazionale.

Abbiamo quindi stimato un modello statistico (probit), controllando per un’ampia serie di fattori individuali (età, istruzione, religiosità) e territoriali (dimensione del comune, reddito medio, capitale sociale, orientamento politico locale). I risultati mostrano una relazione significativa e robusta tra toponomastica e percezioni di genere: in media, un aumento di un punto percentuale nella quota di strade intitolate a figure femminili è associato a un incremento dell’1,4–1,7 per cento nella probabilità che un giovane dichiari di non ritenere gli uomini migliori leader politici delle donne.

Una cultura che si trasmette attraverso lo spazio

L’associazione tra toponomastica al femminile e percezioni di genere persiste anche utilizzando altre misure, come le opinioni sulla leadership femminile in azienda, e si conferma attraverso numerosi test di robustezza. Inoltre, l’effetto risulta essere particolarmente consistente: nei piccoli comuni, dove il legame tra individuo e spazio urbano è più diretto; tra i giovani che risiedono ancora nel comune di nascita e sono quindi più esposti alla cultura locale; tra i giovani con livelli di istruzione più bassi, per i quali il contesto locale pesa maggiormente nella formazione delle opinioni; nelle regioni del Nord, dove il capitale sociale è più elevato.

È vero che i giovani di oggi sono esposti fin da età precoce a contenuti digitali e ai social media, fattori che attenuano il peso del contesto territoriale nel formare valori e opinioni. Ciononostante, troviamo comunque una relazione significativa tra toponomastica e percezioni di genere, un risultato che rafforza ulteriormente la nostra ipotesi. Se l’associazione emerge oggi, quando lo spazio urbano compete con ambienti digitali molto più pervasivi, è plausibile che in passato il ruolo simbolico dei nomi delle strade fosse ancora più rilevante.

In altre parole, questi dati evidenziano come la presenza di nomi femminili nelle strade non sia solo un dato simbolico, ma un elemento concreto della “cultura vissuta” che contribuisce alla trasmissione di valori, in particolare tra le nuove generazioni.

Religione, laicità e rappresentazioni del femminile

Un ulteriore approfondimento ha riguardato la distinzione tra strade intitolate a figure femminili religiose (come sante o beate) e quelle dedicate a donne laiche (scienziate, artiste, politiche). Qui emerge un aspetto interessante: la correlazione positiva tra toponomastica e percezioni di equità è più forte nei comuni dove la maggioranza delle strade femminili è dedicata a figure laiche. Questo suggerisce che non è la presenza femminile in sé a fare la differenza, ma il tipo di modello valoriale rappresentato.

Un messaggio per le politiche locali

Occorre sottolineare che i nostri risultati non implicano un nesso causale diretto: non basta certamente cambiare il nome di una via per modificare le opinioni della cittadinanza. Tuttavia, mostrano chiaramente che la toponomastica riflette e contribuisce alla cultura locale, diventando uno strumento di trasmissione intergenerazionale dei valori.

In questo senso, le scelte delle amministrazioni comunali in materia di intitolazioni non sono mai neutre, ma possono orientare simbolicamente l’identità collettiva. Politiche di riequilibrio nella rappresentanza toponomastica – come quelle adottate da alcuni comuni italiani – non sono soltanto atti simbolici, ma parte di un processo più ampio di trasformazione culturale.

Cambiare i nomi per cambiare il futuro

In un’epoca in cui l’educazione civica è sempre più al centro del dibattito pubblico, guardare alla toponomastica come strumento di trasmissione culturale può offrire spunti preziosi. Le nostre città parlano, e lo fanno anche attraverso i nomi delle strade. Dare voce a più donne nello spazio urbano non significa solo sanare un’ingiustizia storica. Significa proporre modelli diversi, creare nuovi simboli e contribuire concretamente alla sfida, non banale ma necessaria, di costruire una società più equa.