Le spine del greggio «made in Caracas (corriere.it)

di Federico Fubini

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Le spine del greggio «made in Caracas»

La reazione più rumorosa è stata il silenzio dell’Arabia Saudita. Con il Venezuela ha fondato l’Opec nel 1960, il suo uomo forte Mohammed bin Salman, grande amico politico di Donald Trump, aveva continuato a tenere rapporti con Nicolás Maduro fino a poco prima che questi finisse in manette. Due anni e mezzo fa l’autocrate di Caracas aveva visitato Mbs, sei mesi fa gli aveva fatto avere una lettera sull’amicizia fra i due Paesi.

Ma ora per Riad il silenzio è d’oro, perché l’Arabia Saudita aveva beneficiato dell’isolamento del Venezuela conquistandone le quote nel mercato mondiale del greggio. Quindi bin Salman potrebbe non aver fretta di vedere il ritorno di un concorrente, stavolta sotto le insegne di Trump.

Secondo le stime di Bloomberg, il Paese latino-americano nel 1965 garantiva l’11% dell’offerta mondiale di greggio e nel 1999, all’avvento del regime bolivarista di Hugo Chávez e Maduro, era ancora al 4,3% con tre milioni di barili al giorni. Nel 2024 invece il Venezuela era tracollato: controllava meno dell’1% del mercato mondiale del greggio — secondo la World Energy Review dell’Eni — e meno di un milione di barili al giorno (contro i 20 milioni degli Usa e gli 11 dell’Arabia Saudita). Il suo grande cliente era la Cina, che approfittava delle sanzioni americane per ottenere sottocosto da Caracas — grazie alla «flotta ombra» — un ventesimo del suo consumo di greggio.

Nel complesso, tuttavia, era ormai un settore quasi alla paralisi. Perché il Venezuela sarà anche il primo Paese al mondo per riserve di petrolio provate, secondo le dichiarazioni del suo governo. Ma è il 21esimo per produzione. Per questo i sauditi tacciono in attesa di capire meglio le implicazioni industriali dell’operazione americana di sabato.

Le implicazioni di mercato, quelle, sono meno difficili da leggere: il prezzo del petrolio alla riapertura degli scambi di oggi probabilmente non varierà di molto e a un certo punto potrebbe persino calare un po’ rispetto alla chiusura di venerdì a 56,8 dollari a barile di West Texas Intermediate. Gli operatori, in altri termini, potrebbero timidamente iniziare a fare i conti con la prospettiva di un aumento della produzione venezuelana, ora che l’America di Trump in teoria ne ha il controllo.

Chavez ha nazionalizzato nel 2007 le attività in Venezuela di molti gruppi esteri, fra cui le americane Exxon Mobil, ConocoPhillips, Chevron, la norvegese Statoil (ora Equinor), la francese Total e Eni

Molti sono rientrati nel Paese in forma limitata. Exxon e Conoco hanno avuto da un tribunale internazionale diritto a inden-nizzi mai pagati

Ma dare un prezzo a una partita di potere, non di solo mercato, resterà difficilissimo. Perché nell’immediato i luoghi a cui bisogna guardare per capire i flussi di greggio venezuelano non sono i giacimenti o i porti del Paese; sono i corridoi dell’Ofac di Washington, l’«Office of Foreign Assets Control» che gestisce per il Tesoro americano le sanzioni internazionali.

Per ora Pdvsa, la compagnia nazionale di Caracas, ha chiesto ai produttori di frenare l’estrazione perché il petrolio non sta più partendo via mare e presto gli stock in Venezuela saranno pieni. Ma nei prossimi giorni sarà l’Ofac a distribuire le nuove licenze di esportazione e dunque Trump, in ultima istanza, a decidere a quali uomini d’affari distribuire denaro oggi in cambio di favori in vista del voto di midterm per il Congresso fra undici mesi.

Ancor più di potere, non solo di mercato, si presenta poi la partita per un vero rilancio della produzione in Venezuela. La sola certezza è che servono anni e molte decine di miliardi di dollari. Chávez nel 2007 espropriò le attività venezuelane delle americane Exxon Mobil, ConocoPhillips e Chevron, della norvegese Statoil (oggi Equinor), della francese Total e di Eni. Quasi tutte hanno rinegoziato un rientro nel Paese in forma limitata, mentre Exxon e Conoco sono rimaste fuori ma ottenendo da un tribunale internazionale il diritto a indennizzi (ridotti) che Chávez e Maduro non hanno pagato.

Questa vicenda ora diventa centrale. E non solo perché Trump l’ha usata, assieme alle accuse sul narcotraffico, per giustificare l’intervento. C’è anche una ragione legata agli eventuali interventi futuri delle major americane in Venezuela. Poiché Exxon e Conoco non sono mai state indennizzate da Maduro per i suoi espropri, ora in teoria avrebbero diritto a riavere i loro giacimenti (mentre Chevron è già operativa in Venezuela). Eppure tutte sembrano caute, se non fredde.

Decenni di malagestione, corruzione e investimenti bloccati dalle sanzioni hanno infatti ridotto tutto il settore del petrolio in pessimo stato: potrebbero servire 60 miliardi di dollari solo per mantenere gli attuali livelli produttivi, cento miliardi per raddoppiarli.

E il petrolio venezuelano, viscoso e ad alto contenuto di zolfo, è sì adatto alle raffinerie statunitensi del Golfo del Messico, ma ha alti costi di estrazione e trasformazione. Visti gli enormi investimenti necessari, i bassi prezzi attuali del barile e la storia di espropri di Caracas, i colossi del Big Oil non hanno fretta di seguire l’invito di Trump a tornare nel Paese latino-americano. Fra loro e il presidente inizierà una delicata partita di scambi di favori pretesi e concessi.

E alla fine non sarebbe sorprendente se il governo americano intervenisse, facendosi carico di parte degli oneri. Trump l’ha già fatto per i chip (con Intel) e le terre rare (con Mp Materials). Perché non anche per l’oro nero di Caracas?

Lo studio sulla mortalità in Emilia-Romagna (butac.it)

di maicolengel butac

Disinformazione

Una tesi che non ha convinto nemmeno gli autori che hanno firmato lo studio, ma che trova facilmente estimatori tra chi quella tesi vuole sostenerla comunque

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Sul Fatto Quotidiano Blog l’oncologa Patrizia Gentilini ha pubblicato, in data 1 dicembre 2025, un articolo dal titolo:

Vaccini Covid, ecco perché considero convincente la tesi degli errori statistici sulla mortalità

Articolo che si basa in toto su uno studio pubblicato il 3 novembre 2025 dal titolo:

Classification bias and impact of COVID-19 vaccination on all-cause mortality: the case of the Italian region Emilia-Romagna

Studio che tra gli altri porta la firma del dottor Alberto Donzelli, già incontrato in precedenza su queste pagine.

Scrive Gentilini:

Ritengo quanto emerso di grande interesse in quanto per la prima volta – in un lavoro sottoposto a revisione paritaria – si trova un riscontro nel nostro paese di quanto ipotizzato già nel 2021 dai due matematici inglesi Norman Fenton e Martin Neil in un lavoro rimasto preprint (non pubblicato). Si tratterebbe di un grossolano errore di classificazione dei soggetti vaccinati noto come “distorsione della finestra di conteggio dei casi”, che classifica le persone come “non vaccinate” per 14 giorni dopo l’inoculo se si tratta della prima dose, come vaccinati con una dose se si tratta della seconda dose etc.

Peccato che, lo studio, una volta letto, non dimostri quanto sostenuto. O meglio, lo studio evidenzia un problema metodologico reale, ovvero il rischio di “classification bias”, ma nel farlo suggerisce conclusioni che in realtà non vengono mai dimostrate dallo studio stesso.

Cerchiamo di capirci. Lo studio analizza i dati di mortalità generale in Emilia-Romagna nel 2021, e valuta come cambia la distribuzione dei decessi se si applica o meno la “finestra dei 14 giorni” nella definizione di vaccinato. Ma facendo questo non dimostra che i vaccini abbiano aumentato la mortalità, non dimostra che l’eccesso di mortalità del 2021 sia da attribuire ai vaccini.

Lo studio si limita a esporre un potenziale bias statistico, non attribuisce causalità e non indica nessuna correlazione vaccini-morti. I ricercatori difatti non effettuano nessuna analisi sulle cause di morte o altri controlli che possano portare a quel risultato.

Quello che viene evidenziato dallo studio è un problema metodologico che era già noto e che viene normalmente discusso nella letteratura medica sugli immortal time bias. Bias che solitamente vengono discussi e spesso corretti negli studi seri.

Quello che fa Gentilini è prendere il risultato dello studio e sfruttarlo come prova di uno scenario molto più ampio che però nello studio stesso non viene dimostrato in alcun modo. Difatti le conclusioni, tradotte in italiano, riportano:

Nonostante potenziali fonti di errore derivanti dalla raccolta dati da parte di diverse autorità italiane, i risultati di questo studio evidenziano l’esistenza di un “errore di finestra di conteggio dei casi” nei dati reali, già sospettato da autori precedenti sulla base di simulazioni. Questo errore potrebbe aumentare artificialmente la mortalità dei non vaccinati e diminuire quella dei vaccinati, spostando i decessi che si verificano nei primi 14 giorni dopo la vaccinazione allo stato di non vaccinati, sulla base del fatto che questo intervallo di tempo è necessario per la piena espressione della risposta immunitaria. La ripetizione sistematica di questo errore può distorcere i risultati epidemiologici di un evento e portare a decisioni errate di sanità pubblica.

I grassetti sono nostri, ed evidenziano come anche gli autori stessi dello studio sappiano di non aver dimostrato alcunché.

A questo vorremmo aggiungere due considerazioni sul lavoro dei matematici britannici citati da Gentilini.

L’ipotesi di Fenton e Neil

Il preprint di Fenton e Neil del 2021 non fu mai accettato da alcuna rivista di medicina seria: si trattava infatti di un’ipotesi ritenuta completamente speculativa visto che si basava su dati aggregati e non su dati individuali come vorrebbe il metodo scientifico in studi come questi.

Nel loro preprint i due suggerivano che la mortalità dei vaccinati nei primi giorni dopo la dose sarebbe stata erroneamente attribuita ai non vaccinati a causa della definizione statistica dei 14 giorni.

Ma appunto a questo tipo di conclusione è possibile arrivare solo andando a indagare i dati individuali e non quelli aggregati; peccato che i due matematici non l’abbiano mai fatto, esattamente come gli autori dello studio citato da Gentilini.

Se si può comprare la Groenlandia, figurarsi l’informazione pubblica (ilfoglio.it)

di Adriano Sofri

Piccola posta

La crisi dei media e il futuro incerto di radio e giornali raccontano di un servizio pubblico sempre più fragile e a rischio, tra interessi privati e tagli al settore

Caro Andrea Billau, ogni volta che ti sento nominare torno a consultare google sulla differenza fra panteismo e panenteismo, per non sbagliare. Ti ascolto, più o meno puntualmente (in replica, per lo più) a proposito di cose africane e migranti e razzisti, e soprattutto, due volte al mese, quando introduci e cronometri Marilena Umuhoza Delli che dialoga con eccellenti persone di discendenza africana, una ininterrotta rivelazione di voci e pensieri entusiasmanti.

Poco fa era Fred Kuwornu, ho di nuovo imparato parecchie cose. E tante altre su biografie, soprattutto femminili, di moda, cucina, cinema, letteratura, musica, medicina, poesia, imprenditoria, capelli lunghi neri, capelli afro, che altrimenti non mi capiterebbe di incontrare.

Avevo appena letto della ennesima agonia di Radio Radicale, dimenticata – distrazioni – nei provvedimenti legislativi dai quali si era autorizzati ad aspettare il rinnovo di un accordo che dura da decenni. Dura da decennii, ma somiglia a quelle esecuzioni capitali che vengono sospese in extremis, lasciando pendente la sentenza.

Nel 2019 il condannato venne accompagnato fin dentro l’apposito cubicolo e, sdraiato e anestetizzato, riportato fuori quando era più di là. La radio, si dice, non è più quella, ma anche nessuno di noi è più quello. Ti ricordavo, con altre e altri molto rimpianti. Ho appena guardato le tue fotografie in rete, ti sei fatto allungare e imbiancare un po’ la barba. Dunque è toccato a te parlare della situazione della radio a nome della redazione.

E’ evidente che, quanto al servizio pubblico, niente sia cambiato: sedute parlamentari, interviste a parlamentari, registrazioni di processi, dibattiti ed eventi, tutto è come dev’essere. In Italia due quotidiani sui tre maggiori stanno per essere liquidati, venduti o svenduti, in camera caritatis, con superflui appelli al pubblico interesse: cosa da pazzi, a dirla com’è. Ma va così, si compra la Groenlandia, salvo invaderla, figurarsi un giornale di carta italiano e tanto meno piemontese.

La radio, sventata una sua svendita ventilata (va così, suona bene), paventata e non so se effettivamente azzardata, dipende per intero dalla fedeltà di governo e parlamento a una convenzione interamente rispettata. Non c’è un padrone in rieducazione dai salesiani, né un lauto acquirente greco-saudita. C’è gente che si era accordata con una stretta di mano, e non deve far altro che rispettare l’impegno.

Bene, auguri a voi e a me. Non vorrei restare fuori dalle mura della Fortezza Italia.

Giorgia Meloni ha vinto di nuovo la Pagella Cup (pagellapolitica.it)

Giorgia Meloni ha vinto l’edizione 2025 della Pagella Cup, la competizione in cui le nostre lettrici e i nostri lettori scelgono la dichiarazione, sottoposta a fact-checking, con l’errore fattuale peggiore dell’anno.

La presidente del Consiglio si è imposta con la dichiarazione sullo spread, raccogliendo la quota più alta dei voti tra i quattro leader di partito in finale.

A convincere i votanti è stata un’affermazione pronunciata a maggio, durante un question time alla Camera, quando Meloni ha sostenuto che uno spread sotto i 100 punti base significherebbe che «i titoli di Stato italiani sono considerati più sicuri di quelli tedeschi». Come abbiamo spiegato nel nostro fact-checking, è una conclusione sbagliata: lo spread misura una differenza tra rendimenti, non un giudizio assoluto sulla sicurezza dei titoli. Finché resta positivo, indica che i BTP sono ancora considerati più rischiosi dei Bund, anche se meno rispetto al passato.

Con questa vittoria Meloni rafforza la sua presenza nell’albo d’oro della Pagella Cup. Dopo i successi del 2020 e del 2023, quello del 2025 è il terzo titolo conquistato dalla leader di Fratelli d’Italia, che si conferma una delle protagoniste più ricorrenti della competizione di fine anno.

Ecco i risultati completi del voto nella Pagella Cup 2025qui ci sono tutte le dichiarazioni in gara:
• Giorgia Meloni: 53 per cento
• Matteo Salvini: 24,4 per cento
• Elly Schlein: 11,6 per cento
• Giuseppe Conte: 11 per cento

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