Il doppio standard degli Usa nella lotta contro il narcotraffico. Obiettivo: le leve del potere (corriere.it)

di Roberto Saviano

La grazia a Hernández, l’ex presidente 
dell’Honduras anti-migranti che aveva facilitato 
l’arrivo di 400 tonnellate di cocaina negli 
Stati Uniti

La vera forza politica di Donald Trump non è la brutalità, né il populismo, né l’isolazionismo. È l’incoerenza.

La coerenza obbliga la politica a una verifica costante dei fatti, delle promesse, delle conseguenze. L’incoerenza, al contrario, libera il potere da ogni rendicontazione. Non deve dimostrare nulla, perché non chiede consenso razionale ma fiducia personale. Fiducia nel capo, non nelle istituzioni. Fiducia come atto di fede. In questo schema non contano la correttezza delle scelte né il raggiungimento degli obiettivi dichiarati.

Conta la delega. Una delega in bianco, alimentata da una promessa tanto vaga quanto potente: un generico miglioramento della vita e il ritorno della nazione al centro del mondo. È un potere che non si misura sui risultati, ma sulla capacità di occupare il racconto. È qui che Trump è un fuoriclasse.

Dentro questa logica può permettersi di invocare la lotta al narcotraffico contro il Venezuela e, allo stesso tempo, di graziarne uno dei protagonisti politici più compromessi: Juan Orlando Hernández, ex presidente dell’Honduras. Il 26 giugno 2024 viene condannato a 45 anni di carcere in un penitenziario federale americano, riconosciuto colpevole per aver facilitato l’importazione di oltre 400 tonnellate di cocaina negli Stati Uniti e aver ricevuto milioni di dollari in tangenti da organizzazioni criminali, incluse le reti legate al cartello di El Chapo.

Poco più di un anno dopo, il 1° dicembre 2025, Trump gli ha concesso la grazia completa, Hernández è uscito dal carcere. Non è una contraddizione. È il funzionamento del potere trumpiano. Hernández serve perché, in Honduras, può sostenere politiche anti-migratorie e tutelare interessi americani direttamente collegati alla presidenza.

I «narco-nipoti» – L’economia criminale

Cambieranno le facce, il racconto. Non l’economia criminale. Forse si starà meglio che sotto Maduro Ma quanto meglio? La miseria resterà

Per anni il rapporto tra Nicolás Maduro e il narcotraffico è stato negato dall’estrema sinistra internazionale — dall’Italia alla Spagna, fino all’Argentina — come se ogni accusa fosse solo propaganda imperialista. Eppure le prove non sono mai mancate. Ce n’è una che, da sola, basterebbe: l’affare dei narcosobrinos. Nel 2015 vengono arrestati ad Haiti Efraín Antonio Campo Flores e Franqui Francisco Flores de Freitas, nipoti di Cilia Flores, moglie di Maduro. Non figure marginali.

Cresciuti dentro il palazzo del potere, protetti, accreditati, convinti di essere intoccabili. Vengono intercettati mentre organizzano una spedizione di 800 chili di cocaina diretta negli Stati Uniti. Non parlano come piccoli trafficanti. Parlano come funzionari. Promettono accesso a piste militari, coperture istituzionali, protezione politica. Dicono chiaramente che la droga serve a finanziare il potere, a «difendere la rivoluzione», a mantenere in piedi il regime.

L’incoerenza di Trump

L’incoerenza libera il potere da ogni rendicontazione Non chiede consenso razionale ma fiducia personale

Nel processo, celebrato a New York, emerge un metodo di Stato: l’uso delle infrastrutture venezuelane — aeroporti, forze armate, passaporti diplomatici — come strumenti logistici del narcotraffico. I due vengono condannati nel 2017 a 18 anni di carcere ciascuno. Nel dicembre 2022 Maduro ottiene la loro liberazione nell’ambito di uno scambio di prigionieri con gli Stati Uniti: sette cittadini americani in cambio dei nipoti della First Lady. La condanna resta. L’impunità viene ristabilita.

I movimenti armati

La droga è diventata il cuore economico dei movimenti armati. Ma la rivoluzione non ha mai visto quei soldi. Li hanno visti i comandanti

È una storia lunga, strutturale, ricorrente quella che lega una parte dell’estrema sinistra armata al narcotraffico. Scelta strategica, sempre coperta da una giustificazione ideologica: non lo facciamo per arricchirci, lo facciamo per finanziare la rivoluzione. Una formula che ovunque si è rivelata una menzogna funzionale.

Le Farc colombiane hanno finanziato per decenni la propria guerra attraverso la tassazione e poi la gestione diretta della cocaina. Sendero Luminoso ha fatto lo stesso nelle zone di produzione peruviane. L’Eln, pur rivendicando una diversità ideologica, ha gestito traffici di marijuana e sistemi di estorsione con dinamiche analoghe. Il caso cubano è più opaco ma non meno significativo.

Droga e lotta armata

Nel 1989 Arnaldo Ochoa Sánchez, generale simbolo della rivoluzione, viene accusato di traffico di droga in collaborazione con reti legate a Pablo Escobar. Si assume pubblicamente ogni responsabilità, scagionando il vertice politico. Viene fucilato dopo un processo televisivo: un sacrificio rituale per salvare il regime eliminando l’uomo che sa troppo.

La droga è diventata il cuore economico dei movimenti armati. La rivoluzione non ha mai visto quei soldi. Li hanno visti i comandanti, le famiglie, gli apparati. E quando la lotta finisce, resta sempre la stessa eredità: non uno Stato giusto, ma una classe dirigente criminalizzata. Da decenni il potere venezuelano è intrecciato ai cartelli criminali. Non come deviazione, ma come architettura di governo.

Le inchieste più autorevoli in particolare quelle di InSight Crime hanno mostrato come il Venezuela non sia un Paese produttore di cocaina, bensì uno dei principali snodi logistici del narcotraffico globale. Al centro di questo sistema c’è il Cartel de los Soles: struttura militare-statale che garantisce copertura, impunità e infrastrutture al traffico, soprattutto colombiano, usando aeroporti, porti, documenti ufficiali e apparati di sicurezza.

Accanto alla dimensione istituzionale emerge una figura chiave: Wilmer Varela, detto Vilmito. Non un semplice narco, ma un broker politico-criminale. Gestisce le spedizioni verso Honduras e Caraibi, coordina le rotte, mantiene rapporti con l’apparato militare e controlla segmenti decisivi del sistema carcerario. È il punto di contatto tra cartelli, Stato e repressione.

Uno dei grandi fallimenti della politica estera di Barack Obama è stato proprio il Venezuela. Non per ingenuità, ma per scelta strategica. Obama comprese che Maduro non sarebbe caduto sotto la pressione di un’opposizione democratica fragile e divisa. Trump, invece, non ragiona in termini di transizione democratica, ma in termini di controllo.

Un’insurrezione popolare o una transizione elettorale autentica non permetterebbero a Washington di controllare direttamente il nuovo Stato venezuelano. Un cambio di potere gestito dall’alto invece sì. Per questo il narcotraffico diventa lo strumento perfetto: delegittima Maduro, giustifica l’intervento, consente una selezione mirata delle élite da sacrificare. Cambieranno le facce, il racconto.

Non l’economia criminale. Forse si starà meglio che sotto Maduro. Ma quanto meglio? La miseria resterà. Il controllo criminale, nella prima fase, aumenterà. La libertà di espressione si allargherà, le vecchie corruzioni petrolifere verranno smantellate e sostituite da altre.

E ancora una volta il Venezuela verrà «liberato» senza essere davvero restituito ai suoi cittadini.

(Il sequestro – Pacchi di cocaina sequestrata nel 2020 nella base aerea di Tegucigalpa (Honduras). Erano a bordo di un aereo proveniente dal Venezuela)

2025, l’anno in cui le carceri hanno toccato il fondo (ildubbio.news)

di Damiano Aliprandi

Da Papa Francesco a Rebibbia alla Consulta che 
boccia il Governo: un Paese diviso tra chi cerca 
dignità in cella e chi le riempie

Il 2025 si è chiuso come era iniziato, anzi peggio. I numeri che arrivano dalle nostre carceri non sono solo statistiche, ma i rintocchi di un’emergenza che non trova pace. 

Al 15 dicembre, l’Italia conta 63.689 detenuti stipati in posti che, nella realtà dei fatti, sono poco più di 45.000. È una matematica dell’orrore quella che ci consegna il Garante campano Samuele Ciambriello: oltre 17.000 persone in più rispetto alla capienza reale. Significa celle pensate per due dove si aggiunge la terza o quarta branda, significa ambienti che diventano momenti di tensione compressa, significa un sistema che ha smesso di essere rieducativo per diventare una “discarica sociale“.

In questo anno del Giubileo, le speranze accese da Papa Francesco e dagli appelli del Presidente Mattarella sono state schiacciate sotto il peso di una visione “carcerocentrica” che non vuole vedere quello che succede oltre i cancelli. Lo abbiamo visto negli 80 suicidi che, nell’anno appena passato, hanno strappato la vita a uomini e donne che lo Stato aveva in custodia e che non ha saputo proteggere.

Una strage silenziosa che non ha risparmiato nessuno: si sono tolti la vita anche un educatore e tre agenti di polizia penitenziaria, di cui uno di Secondigliano e un ragioniere del carcere di Parma. Il carcere mangia tutti, chi sta dentro e chi ci lavora, perché l’aria lì dentro è diventata irrespirabile.

A San Vittore sovraffollamento del 240%

Guardando dentro queste mura, troviamo una realtà che umilia la dignità umana ogni singolo giorno. Ci sono carceri come San Vittore dove il sovraffollamento tocca punte del 240%. A Roma, Regina Coeli è al 184%. In queste condizioni, anche i gesti più semplici diventano una tortura. Roberto Giachetti di Italia Viva lo ha denunciato con forza: ci sono detenuti che con 40 gradi all’ombra sono costretti a urinare nelle bottiglie di plastica perché in cella non c’è spazio o non funzionano i servizi, e poi devono consegnarle agli agenti per farle svuotare.

È questo il volto del sistema penitenziario nel 2025. Non sono incidenti isolati, è la quotidianità di un Paese che ha smesso di guardare in faccia la sofferenza. La sofferenza è palpabile soprattutto nei primi giorni di detenzione, dove il “trauma da ingresso” vince sulla speranza, o alla fine, quando il deserto che attende fuori fa più paura delle sbarre.

Metà delle persone che tentano il suicidio sono recluse da pochi giorni, l’altra metà lo fa quando manca poco alla libertà. È il segno di un fallimento totale: il carcere non riabilita, terrorizza o annienta. E chi ne esce, spesso, porta con sé solo i segni della sconfitta, alimentando una recidiva che sfiora il 70% per chi non ha avuto accesso alle misure alternative.

Il fallimento del “Decreto Carceri” 2024

Il governo ha provato a rispondere con i decreti, con i commissari straordinari all’edilizia, con le promesse di nuovi padiglioni. Ma il “Decreto Carceri” del 2024 è stato un fallimento evidente.

Le case di accoglienza per i detenuti senza fissa dimora sono rimaste in gran parte un miraggio sulla carta, l’elenco delle strutture idonee non è stato adottato nei tempi previsti e i rimpatri dei detenuti stranieri – altra vecchia ricetta fallimentare – sono rimasti bloccati per la mancanza di accordi reali con gli Stati di provenienza. Intanto la popolazione detenuta è cresciuta al ritmo di 400 unità ogni mese.

In Campania la situazione è al limite della civiltà. Ciambriello ha lanciato un allarme che nessuno sembra voler ascoltare: il diritto alla salute è negato. Nelle carceri di Poggioreale e Secondigliano, ogni settimana, per 50 o 60 volte manca la scorta di polizia per portare i detenuti alle visite specialistiche o ai ricoveri già prenotati.

Persone che soffrono, malati oncologici, padri e figli che attendono cure e che restano chiusi in cella perché non c’è personale per accompagnarli. È una “discarica sociale” dove mancano medici, psichiatri e dove l’unica risposta che viene data con facilità è la somministrazione di psicofarmaci. Il lavoro dei magistrati di sorveglianza è sepolto da migliaia di istanze arretrate.

A Poggioreale c’è un educatore ogni 92 detenuti, a Verona uno ogni 153. È umanamente impossibile fare “rieducazione” in queste condizioni. Gli agenti di polizia penitenziaria si ritrovano a fare da psicologi, infermieri e mediatori, spesso dovendo gestire da soli interi reparti con centinaia di persone durante i turni notturni. È un sistema che sta in piedi solo per l’abnegazione di chi ci lavora, ma che è sull’orlo del tracollo.

La Porta Santa a Rebibbia: un gesto storico

Proprio mentre il Papa apriva la Porta Santa a Rebibbia il 26 dicembre 2024 – un gesto storico, la prima volta di una porta del Giubileo aperta in un carcere – la politica si girava dall’altra parte. Roberto Giachetti e Rita Bernardini hanno provato a scuotere il Parlamento con la proposta di legge AC 552 sulla liberazione anticipata speciale.

Una proposta semplice: aumentare lo sconto di pena per chi si comporta bene, portandolo a 60 o 75 giorni a semestre. Sarebbe stata una boccata d’ossigeno immediata per svuotare le celle senza costi per lo Stato. Rita Bernardini ha messo ancora una volta il suo corpo a disposizione della causa con lunghi scioperi della fame, parlando di un “Grande Satyagraha” per la dignità. Eppure, la maggioranza ha frenato, nonostante l’interessamento del presidente del Senato Ignazio La Russa di Fratelli d’Italia. Senza parlare l’attivismo del deputato Riccardo Magi di + Europa e Fabrizio Benzoni di Azione.

Ma se la politica tentenna, la magistratura superiore ha iniziato a tracciare una rotta diversa. Tre sentenze nel 2025 hanno segnato un punto di non ritorno. La più importante è la n. 201, depositata il 29 dicembre dalla Corte Costituzionale. I giudici della Consulta hanno bocciato quella parte del decreto del governo che voleva rendere lo sconto di pena un automatismo da valutare solo alla fine della detenzione o in caso di richiesta di benefici.

No, ha detto la Corte: il detenuto ha il diritto di avere una risposta dal magistrato semestre dopo semestre. Sapere che il proprio buon comportamento viene riconosciuto subito è uno stimolo fondamentale per cambiare vita. Togliere questo dialogo significa togliere la speranza di riscatto. Non è stata l’unica vittoria del diritto.

La Consulta ha anche abbattuto il muro delle due ore d’aria per i detenuti al 41-bis, stabilendo che limitare così tanto la permanenza all’aperto lede la salute e la dignità senza aggiungere nulla alla sicurezza. E ancora, con la sentenza numero 24, ha cancellato gli automatismi che impedivano i permessi premio a chi aveva subito sanzioni disciplinari anni prima, ridando al magistrato il potere di valutare il percorso reale della persona. È la Costituzione che riprende i suoi spazi, centimetro dopo centimetro.

Serve il coraggio di una misura deflattiva

Ora però siamo nel 2026 e non possiamo più permetterci di aspettare solo le sentenze dei giudici. Il sistema è talmente saturo che persino le corti estere stanno iniziando a dubitare di noi. In Germania e in Olanda ci sono stati giudici che hanno sospeso la consegna di detenuti all’Italia perché le nostre carceri sono state giudicate “inumane” e degradanti.

È un’umiliazione per un Paese che si vanta di essere la culla del diritto. Il Presidente Mattarella, nel suo messaggio di fine anno, ha definito i suicidi “una ferita alla dignità umana” e il sovraffollamento un contrasto aperto con la nostra Carta fondamentale. Papa Francesco, durante il Giubileo dei Detenuti in San Pietro, ha chiesto atti di clemenza perché “nessuno vada perduto”.

Giorgia Meloni ha dimostrato in politica estera di avere il coraggio di fare scelte difficili, anche se non piacciono a tutto il suo elettorato. Lo faccia anche per le carceri. Non serve populismo penale, non serve inventare nuovi reati ogni volta che c’è un fatto di cronaca. Serve il coraggio riformista di una misura deflattiva vera, di un investimento massiccio sulla salute mentale e non solo sulle manette.

Serve rendere il carcere l’ultima spiaggia e non la prima risposta a ogni disagio sociale. Il 2026 deve essere l’anno del cambiamento, o il “silenzio che grida” diventerà un boato che nessuno potrà più ignorare.

SIDS e vaccinazioni: no, anche in questo caso nessuna correlazione (butac.it)

di maicolengel butac

Bufala

Dopo cinquant’anni ancora si cercano di correlare fatti non correlati, ignorando però le reali correlazioni

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Su alcune pagine social vicine ai movimenti antivaccinisti ha fatto la sua comparsa questo post che vedete qui sopra, che recita:

Il termine SIDS, Sindrome della morte improvvisa del lattante, è apparso per la prima volta nel 1969.

La campagna nazionale di vaccinazione contro il morbillo, laparotomia e il morbillo (MMR) è iniziata nel … 1969.

Strana coincidenza

Chi fa circolare questo genere di disinformazione ha interessi ben precisi nell’affossare le campagne vaccinali. Ma ben si guarda dal raccontare le cose nella loro interezza.

Prima di tutto però vorrei che notaste con me che nel post – che troviamo circolare su alcune bacheche Telegram vicine al mondo degli antivaccinisti – si parla di morbillo, laparotomia e ancora morbillo, ma è ovviamente un errore: la laparotomia infatti è un’apertura chirurgica dell’addome tramite un’incisione sulla parete addominale, che permette al chirurgo di accedere agli organi interni per eseguire interventi vari, e ovviamente non ha nulla a che fare col morbillo e i vaccini.

Ma poco conta, se non per confermare quanto poco interesse ci sia nel dare informazioni accurate in contenuti di questo tipo. Post simili circolano in tutto il mondo, come questo, in inglese, postato su X da tal Sarah Fields:

SIDS and vaccines “In the United States, national immunization campaigns were initiated in the 1960s when several new vaccines were introduced and actively recommended. For the first time in history, most US infants were required to receive several doses of DPT, polio, measles, mumps, and rubella vaccines.14 Shortly thereafter, in 1969, medical certifiers presented a new medical term—sudden infant death syndrome.”

Cos’è la SIDS?

L’acronimo SIDS sta per Sudden Infant Death Syndrome, in italiano appunto Sindrome della morte improvvisa del lattante. L’acronimo viene introdotto nel 1969, perlomeno questa informazione è corretta. Ma questo non significa che tale sindrome sia stata scoperta quell’anno.

Prima la si chiamava morte in culla, morte bianca, morte inspiegata, e chi più ne ha più ne metta. I pediatri da tempo cercavano un nome che sotto cui descrivere appunto tutte le morti di lattanti che non avessero altre patologie già descritte da precedenti nomi. Tutto qui.

E i vaccini cosa c’entrano?

Assolutamente nulla. Secondo chi diffonde quel post, invece, la SIDS sarebbe una conseguenza delle vaccinazioni obbligatorie. Peccato che basti una verifica minima per capire che l’intera teoria non regge.

Il vaccino MMR negli Stati Uniti non arriva nel 1969 ma nel 1971. Nel 1969 esistono singoli vaccini, ma non il combinato MMR. Inoltre negli USA i vaccini non erano obbligatori: venivano raccomandati, e solo dopo l’introduzione dell’MMR alcuni stati hanno iniziato a richiederlo per l’iscrizione scolastica.

Correlazione? Nessuna!

Se i vaccini avessero anche solo lontanamente aumentato i casi di SIDS, questo si sarebbe visto subito nelle statistiche annuali post 1971, e invece nulla. Non c’è stata nessuna impennata dei casi. In compenso la SIDS, che è stata una costante per svariati anni, ha cominciato a calare solo a partire dagli anni Novanta, dopo che è stata introdotta negli Stati Uniti la campagna “Back to sleep” che raccomandava di far dormire i neonati supini.

Un cambiamento comportamentale, non vaccinale. Se i vaccini fossero stati i veri colpevoli della SIDS allora questo calo improvviso non sarebbe stato possibile.

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