Il ministro israeliano Itamar Ben-Gvir prega a al-Aqsa: una provocazione per l’intero mondo musulmano (euronews.com)

di Malek Fouda

Almeno 119 palestinesi sono stati uccisi 
negli attacchi israeliani in tutta 
l'enclave domenica: 

il bilancio complessivo delle vittime ha superato quota 60.800, secondo il ministero della Sanità di Gaza, gestito da Hamas

Il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir ha visitato e pregato, domenica 3 agosto, nel luogo sacro più sensibile di Gerusalemme, il complesso di al-Aqsa, scatenando un’ondata di condanne a livello regionale e facendo temere un’ulteriore escalation.

La decisione di Ben-Gvir rischia di minare gli sforzi diplomatici per un cessate il fuoco

La scelta provocatoria del membro del governo di estrema destra di Benjamin Netanyahu è avvenuta mentre continuano gli attacchi israeliani nella Striscia di Gaza, con almeno 33 palestinesi uccisi domenica mentre si recavano ai punti di distribuzione degli aiuti, mentre crescono le accuse a livello globale sul fatto che Israele stia creando di proposito condizioni di carestia nell’enclave assediata.

La visita di Ben-Gvir al complesso collinare rischia di far vacillare ulteriormente gli sforzi dei mediatori internazionali, come il Qatar e l’Egitto, per porre fine all’offensiva militare di Israele su Gaza che dura da quasi due anni.

L’area, che gli ebrei chiamano “Monte del Tempio”, rappresenta infatti il sito più sacro dell’ebraismo e si ritiene che sorga dove un tempo esistevano antichi templi biblici. I musulmani invece chiamano il sito “Nobile Santuario”, che oggi ospita la moschea di Al-Aqsa, il terzo luogo più sacro dell’Islam.

Le visite da parte di funzionari israeliani alla prima Qibla islamica – ovvero la direzione verso cui pregano i musulmani di tutto il mondo – sono considerate una provocazione in tutto il mondo arabo. Pregare apertamente sul posto viola un accordo di lunga data.

Per il mondo arabo la visita a al-Aqsa è una provocazione

Agli ebrei è stato permesso infatti di visitare e visitare il complesso sacro, ma è vietato utilizzarlo per pregare, con le truppe e la polizia israeliane che hanno il compito di garantire la protezione del luogo. L’ufficio del primo ministro Netanyahu ha dichiarato che Israele non cambierà le norme che regolano l’uso sito in seguito alla visita di Ben-Gvir.

Il ministro di estrema destra ha visitato il sito in seguito alla pubblicazione da parte di Hamas di un video che mostra un ostaggio israeliano a Gaza magro e indebolito. Il filmato ha scatenato un putiferio in Israele e ha fatto crescere la pressione sul governo di Netanyahu affinché si trovi un accordo per la liberazione di tutti gli ostaggi.

Sono circa 50 gli ostaggi sono ancora sotto la prigionia di Hamas a Gaza, 20 dei quali si ritiene siano ancora vivi. Tutti furono durante gli attacchi del 7 ottobre 2023, che provocarono la morte di 1.200 persone. La missione israeliana presso le Nazioni Unite ha dichiarato di aver richiesto una riunione d’urgenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sugli ostaggi, che si terrà martedì.

Israele chiede cibo e medicine per gli ostaggi. Hamas: sì, a patto che arrivino anche ai palestinesi

“Non vogliono un accordo”, ha detto Netanyahu riferendosi a Hamas. “Vogliono dividerci usando questi video dell’orrore”. Il suo ufficio ha dichiarato di aver parlato con la Croce Rossa per cercare aiuto nel fornire agli ostaggi cibo e cure mediche. Il Comitato internazionale si è detto da parte sua “sconvolto dai video strazianti” e ha chiesto l’accesso agli ostaggi.

L’ala militare di Hamas si è detta pronta a rispondere positivamente alle richieste della Croce Rossa di consegnare cibo agli ostaggi, a patto che a Gaza verranno aperti corridoi umanitari in modo “regolare e permanente” per fornire aiuti anche alla popolazione palestinese.

Ben-Gvir ha chiesto che Israele annetta formalmente la Striscia di Gaza e ha rinnovato il desiderio di un’espulsione dei palestinesi dal territorio, ravvivando ulteriormente la retorica che ha complicato l’accordo sugli ostaggi e i negoziati per il cessate il fuoco. Ha aggiunto poi che il video che mostra il 24enne Evyatar David in un tunnel poco illuminato è un tentativo di fare pressione su Israele. Secondo il ministro è invece necessario proseguire con la politica degli attacchi a Gaza.

La visita è stata condannata dai leader palestinesi, oltre che dalla Giordania – custode della moschea di al-Aqsa – dall’Arabia Saudita e dalla Turchia. I ribelli Houthi in Yemen hanno lanciato tre droni contro Israele poco dopo, che secondo Israele sono stati intercettati.

Già in passato le visite di Ben-Gvir al luogo sacro avevano causato un’esplosione di violenza all’interno e nei dintorni del sito, provocando una guerra di undici giorni con Hamas nel 2021.

Continuano le violenze intorno ai punti di distribuzione di cibo a Gaza

Funzionari sanitari di Gaza affermano che le forze israeliane hanno ucciso intanto altri 33 palestinesi domenica mentre si recavano ai punti di distribuzione degli aiuti. Testimoni oculari raccontano che le forze israeliane hanno aperto il fuoco mentre la folla affamata cercava disperatamente cibo.

Un testimone, Yousef Abed, ha raccontato di essere finito sotto il fuoco indiscriminato e di aver visto almeno tre persone sanguinanti a terra. “Non mi sono potuto fermare per aiutarli a causa dei proiettili”, ha affermato.

Due ospedali nel sud e nel centro di Gaza hanno dichiarato di aver ricevuto corpi in arrivo dalle zone dove sono situati i percorsi che portano ai siti di distribuzione di aiuti della Gaza Humanitarian Foundation (GHF), organizzazione statunitense sostenuta da Israele. Undici persone sono state uccise nell’area di Teina mentre cercavano di raggiungere l’hub di Khan Younis.

Altri tre testimoni oculari palestinesi, tra cui uno che viaggiava attraverso Teina, hanno riferito di aver visto i soldati aprire il fuoco sui percorsi, che si trovano in zone militari. L’esercito israeliano ha risposto di non essere a conoscenza di vittime causate dagli spari vicino ai siti di assistenza. L’ufficio stampa del GHF ha da parte sua affermato che non ci sarebbero stati spari “vicino o presso i nostri siti”.

Le Nazioni Unite affermano che 859 persone sono state uccise nei pressi dei siti della GHF dal 27 maggio al 31 luglio e centinaia di altre lungo i percorsi dei convogli alimentari guidati dalle Nazioni Unite.

La GHF ha precisato che i suoi appaltatori armati hanno usato solo spray al peperoncino o sparato colpi di avvertimento per evitare un assembramento mortale. L’IDF ha allo stesso modo dichiarato di aver sparato solo colpi non diretti ai civili. Entrambi sostengono che il numero di morti è esagerato.

Quasi 61mila morti per gli attacchi di Israele nella Striscia di Gaza

Il ministero della Sanità di Gaza, gestito da Hamas, afferma poi che finora sono morti 93 bambini e 82 adulti per cause legate alla malnutrizione. Le Nazioni Unite hanno confermato che sono necessari 500-600 camion di aiuti al giorno per soddisfare i bisogni dei due milioni di abitanti di Gaza, ma solo una frazione di questi entra nell’enclave in quella che ha descritto come una catastrofe umanitaria.

I decessi dovuti alla malnutrizione non sono inclusi nel conteggio delle vittime di guerra del ministero, secondo il quale il bilancio degli attacchi israeliani a Gaza si sta avvicinando a 61mila morti. Le cifre non distinguono tra civili e combattenti, ma le Nazioni Unite affermano che più di due terzi delle vittime sono rappresentati da donne e bambini.

Un patto precario (corriere.it)

di Federico Fubini

I dazi ci sono, l’accordo invece no. 

Donald Trump definisce la stretta di mano con Ursula von der Leyen «il più grande deal mai concluso», ma con lui niente è mai davvero «concluso» e in particolare non il costrutto uscito domenica dalla Scozia.

Già l’affidabilità del tycoon ha un problema in sé: al primo mandato, per esempio, Trump fece saltare l’accordo commerciale con Canada e Messico, per sostituirlo con un altro; poi, al suo ritorno alla Casa Bianca, ha fatto saltare anche l’altro.

E con i Paesi del Nordamerica gli Stati Uniti avevano stretto un trattato formale. Con l’Unione europea invece Trump per ora ha qualche dichiarazione pubblica non particolarmente in linea con quelle della stessa von der Leyen e già questo rischia di diventare un problema per l’economia: se le imprese italiane, francesi o tedesche si convincono che l’accordo scozzese è scritto sull’acqua e può saltare in ogni momento — con minacce di altri dazi a seguire — proseguiremo nell’incertezza che il «deal» di domenica avrebbe dovuto risolvere; dunque le stesse imprese europee continueranno a investire di meno.

E purtroppo un’occhiata al poco che per ora si sa non rafforza la credibilità dell’intesa. In cambio della concessione di dazi appena al 15% anziché al 30% su gran parte dell’export verso l’America — contro dazi di Bruxelles quasi a zero — l’Unione europea si impegna a comprare prodotti energetici statunitensi per 750 miliardi di dollari. In tre anni. Ha senso?

L’analista GaveKal Research calcola che l’intero export mondiale di gas e petrolio degli Stati Uniti vale 141 miliardi di dollari l’anno ai prezzi attuali; l’Europa non arriverebbe a spendere neppure duecento miliardi anche se comprasse dagli Stati Uniti reattori modulari e combustibile nucleare, mentre il campione americano del settore Westinghouse già fatica a tener dietro agli ordini nel proprio Paese.

Ma vediamo la stessa «promessa» di von der Leyen dall’Italia: per fare la propria parte nel «deal», il Paese dovrebbe spendere 30 miliardi di euro l’anno per comprare il gas solo dall’America e solo in forma liquefatta; tuttavia abbiamo già vari contratti pluriennali o pluridecennali aperti Algeria, l’Azerbaigian e Norvegia, quindi dovremmo comunque pagare i fornitori di quei Paesi anche se non ritirassimo il loro prodotto.

In sostanza, questa parte dell’accordo fra Trump e von der Leyen non sta in piedi. Quanto agli investimenti discussi per 600 miliardi di dollari delle imprese europee negli Stati Uniti, in proporzione già l’Italia dovrebbe raddoppiare il ritmo annuo degli investimenti esteri per concentrarli tutti in un solo Paese. Neanche questo sta in piedi. Il presidente degli Stati Uniti così ha già in mano gli argomenti per sostenere che l’Europa non fa la propria parte e tornare a minacciare ritorsioni, non appena lo trovi utile.

I mercati finanziari invece ieri sono parsi credere all’altro impegno di von der Leyen sul campo da golf di Trump a Turnberry, quello di un aumento di commesse della difesa a imprese americane.

Quasi tutti gruppi europei del settore — l’italiana Leonardo, la francese Thalès, la tedesca Rheinmetall, il consorzio Airbus — sono caduti bruscamente in borsa perché gli investitori ora pensano che quelle aziende avranno meno ordinativi dai loro governi; invece nelle stesse ore sono saliti bene i titoli dei loro concorrenti americani — Lockheed Martin, Raytheon-Rtx, Northrop Grumman, Boeing — per ragioni uguali e contrarie: ci si aspetta che i soldi dei contribuenti europei alimenteranno più ricerca, più tecnologie e più lavoro specializzato in America e meno in Europa.

Ma quel che vale per la difesa, vale in generale per gran parte dei settori più strategici in Europa. Il farmaceutico, per l’Italia una decina di miliardi di euro all’anno di export negli Stati Uniti, resta avvolto nella nebbia quanto ai dazi che subirà. E le borse di Francoforte e Parigi ieri sono scivolate — dopo il sollievo iniziale per l’«accordo» — non appena una seconda occhiata al patto di von der Leyen con Trump ne ha rivelato la fragilità.

Particolarmente male quasi tutto l’intero settore dell’auto, che pure dovrebbe beneficiare di tariffe ridotte dal 25% al 15%. Ma soprattutto ieri l’euro è venuto giù: meno 1,27% sul dollaro, uno spostamento enorme in un giorno per essere fra le due più grandi monete del mondo.

Significa che molti mettono in conto l’effetto reale delle precarie intese di Turnberry: una nuova frenata dell’economia europea. Gilles Moec di Axa stima mezzo punto di prodotto di meno e per l’Italia comporterebbe il ritorno a una crescita zero; Nicola Mai di Pimco pensa che la perdita di reddito sarà di un punto e per l’Italia comporterebbe recessione, non il massimo per un’economia tornata solo nel 2023 ai livelli del 2007.

Forse è tempo di chiedersi come scuoterci di dosso questa debolezza cronica, piuttosto di sperare ancora nella saggezza di Trump.

Veronica e l’inferno delle carceri: quando la dignità si perde dietro le sbarre (ildubbio.news)

di Damiano Aliprandi

PENITENZIARI ROMANI

Dalla relazione della garante di Roma emergono sovraffollamento, suicidi, sanità allo stremo. E la storia di una donna trans isolata per mesi, simbolo di un dramma che viola ogni umanità

Arrestata a Fiumicino nell’agosto 2024, Veronica finisce a Regina Coeli in isolamento. È una donna trans costretta a interrompere la terapia ormonale che seguiva da mesi, abbandonata in una cella senza supporto psicologico, con alle spalle indicazioni di tratta e la paura di essere rimpatriata e subire violenze in patria.

Solo a dicembre la garante dei detenuti Valentina Calderone scopre la sua storia: quattro mesi di abbandono totale in un sistema che parla di protezione ma spesso tradisce il diritto di ogni persona a sentirsi rispettata e al sicuro.

È grazie all’intervento della garante di Roma che scatta finalmente una visita endocrinologica in carcere, due colloqui con l’associazione BeFree e la richiesta di arresti domiciliari che il tribunale accoglie. Dopo quasi un anno di isolamento, Veronica torna libera per riprendere il suo percorso di transizione. La sua vicenda illumina il buco nero di un sistema carcerario che la relazione annuale di Calderone, presentata di recente, descrive senza mezzi termini: non più un’emergenza passeggera, ma una condizione strutturale.

I diritti si scontrano con la realtà

I dati parlano chiaro e sono spietati. Le carceri italiane ospitano 62.722 detenuti contro 46.706 posti effettivamente disponibili al 30 maggio 2025: un tasso di occupazione del 134,29%. A Roma la situazione è ancora più drammatica. Regina Coeli supera il doppio della capienza regolamentare con un 191,96% di sovraffollamento, mentre Rebibbia Nuovo Complesso conta 1.571 presenze contro 1.057 posti disponibili.

Le proposte di indulto e amnistia per alleggerire questa pressione insostenibile sono cadute nel vuoto. Il governo preferisce puntare sulla costruzione di nuovi blocchi detentivi: 32 milioni di euro per soli 384 posti, un progetto già contestato per la qualità degli spazi e la vivibilità che offrirebbe.

Nel 2024 gli istituti penitenziari di Roma hanno registrato 1.824 eventi critici – il triplo dell’anno precedente – tra tentativi di autolesionismo, aggressioni e ogni fatto che mette a rischio la sicurezza interna. Ma è sui suicidi che emergono le contraddizioni più inquietanti: il Provveditorato indica 37 tentativi a Regina Coeli, il Garante nazionale ne conta 63. A livello nazionale, il ministero della Giustizia accredita 83 suicidi nel 2024, mentre il dossier “Morire di carcere” ne segnala 90.

Differenze dovute a morti classificate “da accertare” e mai aggiornate dopo le indagini. Come si legge nel rapporto, a Roma, quattro persone si sono tolte la vita nel 2024 – tre a Regina Coeli, una a Rebibbia – e altre due nei primi mesi del 2025.

La maggior parte dei suicidi avviene nella VII sezione di Regina Coeli, dove finiscono i nuovi arrivati e le persone con fragilità psichiche. Un dettaglio che fa riflettere: il 94% delle strutture in cui qualcuno si è suicidato è sovraffollato oltre il 100%, il 40% oltre il 150%.

Chi sceglie di togliersi la vita ha spesso un profilo ricorrente: uomo tra i 26 e i 39 anni, detenuto da meno di sei mesi, con alto tasso di disoccupazione, senza fissa dimora e disturbi psichici non diagnosticati. Nel 2024 sono cresciuti anche i tentativi di suicidio (+177, arrivati a 2.078), gli atti di autolesionismo (+517, fino a 12.896), le aggressioni (+411, per un totale di 5.707) e le proteste collettive (+437, che raggiungono quota 1.459).

Quando curarsi diventa un privilegio

Il sistema sanitario penitenziario mostra fratture profonde che rischiano di diventare voragini. A Rebibbia Nuovo Complesso, le prestazioni specialistiche all’esterno – risonanze magnetiche, Pet-Tac, esami di secondo e terzo livello – vengono effettuate solo nel 53% dei casi richiesti. A ostacolarle sono la carenza di scorte, la mancanza di mezzi e le procedure burocratiche infinite.

Al pronto soccorso i ricoveri d’urgenza sono cresciuti fino a 179 nel 2024, mentre sui medici di guardia pesano migliaia di visite intermedie: 7.708 in un anno, il segno inequivocabile di un’assistenza non più sostenibile. Nel Cpr di Ponte Galeria le condizioni strutturali sono definite senza giri di parole “scadenti”: materassi logori, bagni guasti, carenza di luce e privacy, mensa interna chiusa da anni e totale assenza di attività ricreative o sportive.

E l’intimità resta una speranza

La Corte costituzionale aveva dato una speranza. Con la sentenza numero 10 del gennaio 2024 ha stabilito che l’articolo 18 dell’Ordinamento Penitenziario viola i principi di uguaglianza, rieducazione e il diritto alla vita privata e familiare imponendo automaticamente il controllo a vista durante i colloqui con coniugi e conviventi.

Nei diciotto mesi successivi, però, pochissimi istituti hanno applicato la decisione: solo alcuni magistrati di sorveglianza a Parma, Terni e Verona hanno accolto reclami specifici concedendo incontri senza guardie.

L’11 aprile 2025, dopo un lungo stallo, il ministero della Giustizia ha finalmente diramato le “Prime linee guida” per dare attuazione alla sentenza. Il documento riconosce il diritto a colloqui intimi non controllati in spazi riservati e fino a due ore, ma introduce paletti pesantissimi: esclusione per i detenuti in regime 41-bis o 14-bis, autorizzazione preventiva per chi è imputato in attesa di giudizio, ampio margine di valutazione alle direzioni che possono porre veti per precedenti disciplinari o motivi di sicurezza.

Così – come evidenzia Valentina Calderone – l’affettività in carcere rischia di essere vista come un privilegio da “concedere”, non come un diritto da garantire. Si stima che circa 17.000 detenuti potrebbero accedere ai colloqui intimi, ma mancano locali attrezzati, i fondi per l’edilizia penitenziaria non coprono questa esigenza e il sovraffollamento cronico rende vane le buone intenzioni.

E poi ci sono gli invisibili

Come la storia di Veronica, le persone LGBTIQA+ vivono in uno stato di costante allerta tra ostilità, minacce e spazi che non riconoscono la loro identità. In un sistema organizzato per categorie rigide – maschile, femminile, “protetti” – chi sfugge a questi schemi rischia l’isolamento o trattamenti che negano l’accesso alle attività comuni e compromettono il reinserimento.

La legge prescrive che la destinazione in sezioni omogenee sia solo su richiesta del detenuto, garantendo la partecipazione a laboratori e momenti ricreativi. Nei fatti – evidenzia la relazione annuale – la scelta è spesso simbolica: mancano locali adatti, i fondi non coprono l’esigenza e il personale non è formato per gestire le fragilità specifiche. Il risultato sono assistenza medica incompleta, terapie ormonali interrotte e un senso di abbandono che si somma al sovraffollamento.

Altri punti oscuri riguardano i minorenni: a Casal del Marmo, per la prima volta, il sovraffollamento coinvolge anche i giovani detenuti, compromettendo percorsi di istruzione e formazione essenziali. Resta carente il controllo giudiziario nei Cpr, dove manca un vero magistrato di sorveglianza per chi è trattenuto in via amministrativa, con gravi falle nel diritto di difesa.

La relazione di Valentina Calderone disegna il quadro drammatico di un sistema sotto pressione, dove “la gestione ordinaria diventa emergenza e la sofferenza si acuisce costantemente”. Regina Coeli e Rebibbia restano teatri di tensione quotidiana in cui il sovraffollamento, l’emergenza suicidi e i servizi sanitari al limite si intrecciano in una spirale che sembra non avere fine.

Serve una risposta politica immediata che non si limiti a costruire nuove gabbie, ma punti a misure deflative concrete, a un vero presidio sanitario continuo e a un controllo giudiziario effettivo. Perché se vogliamo davvero tutelare la dignità di ogni persona dietro le sbarre, servono più che protocolli sulla carta: servono spazio, soldi e formazione, ma soprattutto la volontà di guardare oltre l’architettura delle celle.

Come ha dimostrato la storia di Veronica, a volte basta l’intervento di una persona che non dimentica che dietro ogni numero c’è una vita umana.

L\\'esterno del carcere di Rebibbia , IMAGOECONOMICA

(L’esterno del carcere di Rebibbia – IMAGOECONOMICA)

Come i Matvienko continuano a operare in Italia, nonostante le sanzioni (linkiesta.it)

di

Eludere, proteggere, prosperare

Villa sul mare, fondazione inattiva, residenza stabile e nessuna attività economica reale tra le Marche e San Marino: così la famiglia dell’oligarca russo ha costruito un sistema formalmente legale, ma opaco

Nel cuore delle Marche, in una villa con vista sull’Adriatico, si nasconde un pezzo d’élite russa che l’Europa ha formalmente sanzionato ma che, nei fatti, continua a prosperare indisturbata. È il rifugio della famiglia Matvienko, dinastia politica e finanziaria del potere russo che da anni si muove sotto traccia tra Mosca, Roma e le giurisdizioni grigie d’Europa.

Il sistema funziona, perché è fatto per aggirare le sanzioni, usare società schermate, fondazioni di comodo e prestanome ben radicati sul territorio. E l’Italia – in particolare la provincia di Pesaro e Urbino – è uno degli snodi principali.

Valentina Matvienko, presidente del Consiglio della Federazione Russa, è sanzionata dagli Stati Uniti fin dal 2014, per il suo ruolo nell’invasione della Crimea, e dall’Unione europea dal 2022, per aver sostenuto pubblicamente l’aggressione all’Ucraina. Ma la sua rete patrimoniale è rimasta intatta. In parte perché, formalmente, non possiede nulla. E in parte perché il figlio, Sergey Matvienko, funge da prestanome strategico del Cremlino sul suolo europeo.

A Pesaro, la famiglia dispone di Villa M. residenza di lusso acquistata direttamente da Valentina Matvienko nel 2009, poi intestata formalmente alla Fondazione Dominanta, una struttura giuridica italiana che – come documentato da Marco Fattorini su Linkiesta – non ha alcuna attività culturale, sociale o pubblica. Nessuna attività culturale documentata, nessuna donazione, nessun bilancio accessibile.

La Fondazione Dominanta appare come un’entità formalmente attiva ma priva di operatività concreta, utilizzata esclusivamente per detenere e amministrare l’immobile. Un modello giuridico che, di fatto, garantisce la protezione del bene senza attirare attenzione e senza alcun intervento da parte delle autorità italiane

Sergey Matvienko risulta oggi titolare di una partita Iva italiana, formalmente attiva nel settore della comunicazione e dell’Ict ma che secondo fonti documentali in nostro possesso è meramente simbolica. Nessuna attività registrata, nessun dipendente, nessuna commessa attiva. La partita Iva serve solo a coprire una presenza operativa utile per mantenere diritti di soggiorno, conti bancari e accesso a servizi locali. Dietro l’apparenza, Sergey svolge il ruolo di interfaccia fiduciaria per asset e investimenti schermati del Cremlino in Italia.

Intanto, la provincia di Pesaro e Urbino continua a registrare un numero anomalo di presenze russe rispetto alla media nazionale: imprenditori, professionisti, società satellite che operano nel commercio, nell’edilizia, nella consulenza.

Una rete silenziosa, ma estesa, che trova protezione in cariche come quella di console onorario della Federazione Russa ad Ancona, oggi ricoperta dall’avvocato Marco Ginesi, erede della rete costruita dal padre Armando Ginesi, scomparso nel 2022, colui che ha suggerito l’acquisto della villa ai Matvienko e che ha facilitato l’ingresso del giovane Sergey nei circuiti locali.

Ma il vero nodo strategico del patrimonio Matvienko non è in Italia. È a San Marino. Poco prima dell’attivazione delle sanzioni europee, Sergey Matvienko ha trasferito parte significativa degli asset familiari sul Monte Titano.

Secondo fonti bancarie e documentazione in nostro possesso, alcuni fondi, investimenti assicurativi e conti correnti sono stati ricollocati presso istituti sammarinesi, sfruttando la lentezza dell’aggiornamento normativo locale e la tradizionale opacità bancaria della Repubblica. San Marino è diventato così il nuovo caveau del tesoro Matvienko in Europa, mentre l’Italia resta il punto d’appoggio residenziale e logistico.

Nel 1994, quando la madre era ambasciatrice a Malta, Sergey fu arrestato in Russia per furto e lesioni. Tentò, insieme a un complice, di recuperare un prestito di ottantamila rubli con un’irruzione in casa di un conoscente. Finì in un istituto penale minorile e gli venne ritirato il passaporto.

Negli anni successivi, il suo nome ricompare più volte nei registri di polizia di San Pietroburgo. Per allontanarlo dal degrado e per proteggerlo da pezzi della criminalità russa, Valentina lo mandò all’estero, rendendolo un terminale operativo per gli interessi familiari e, per alcune fonti, anche per quelli di Stato.

Nel 2013, Sergey Matvienko effettuò personalmente una donazione per il restauro della casa natale di San Francesco ad Assisi, su iniziativa dell’allora console onorario Armando Ginesi. L’intervento venne formalizzato a suo nome, senza l’intermediazione della Fondazione Dominanta. Fu un atto pubblico, ben visibile, utile a ripulire la sua immagine e a stabilire una prima forma di legittimazione culturale sul territorio italiano. Da allora, la presenza patrimoniale si è consolidata, ma nessuna altra attività filantropica è mai stata registrata.

Oggi, Sergey soggiorna stabilmente a Pesaro insieme alla moglie Julia Matvienko, imprenditrice e stilista del marchio di lusso JM, in una proprietà mai colpita da misure restrittive. Intorno a lui, un intero dispositivo legale e consolare costruito per mantenere operativa una rete economica formalmente legale ma strutturalmente concepita per proteggere capitali di provenienza oligarchica.

Il caso Matvienko riporta l’attenzione sull’effettiva efficacia delle sanzioni internazionali: strumenti oggi largamente elusi da un’élite che si è strutturata in modo da rendere la tracciabilità dei capitali una missione quasi impossibile.

Non basta congelare beni visibili: serve disarticolare le architetture patrimoniali ibride, spesso dissimulate da fondazioni, veicoli fiduciari e partnership internazionali. In questa fase del conflitto, continuare a tollerare la protezione sostanziale degli oligarchi nei sistemi europei vuol dire vanificare ogni sforzo di pressione geopolitica.

L’Europa è in una condizione mai sperimentata dal ’45 (ilfoglio.it)

di Adriano Sofri

Piccola Posta

Putin interpreta a modo suo l’ultimatum annunciato da Trump (di 50 giorni e poi aggiornato sui dieci-dodici). Zelensky è in un angolo da cui ora cerca di uscire.

Resta la constatazione di un grande paese invaso, vincolato agli assetti politici degli stati europei e ai capricci americani

Il bilancio di morti ammazzati e feriti in Ucraina si avvicina a quello di Gaza: 31 solo a Kyiv la notte tra giovedì e venerdì, cinque bambini. E sedici bambini sui 169 feriti. Putin sta ragionevolmente interpretando così il penultimatum di 50 giorni annunciato da Trump, e aggiornato sui “dieci-dodici giorni”, poi all’8 agosto, poi chissà.

Il tempo è tesoro per i bombardamenti russi. La sciocchezza di Zelensky, e di chi gli ha suggerito o imposto la misura contro le agenzie anticorruzione – ritirata pressoché all’unanimità dal parlamento che pressoché all’unanimità l’aveva votata in fretta e furia – e le voci sempre più chiassose sulle manovre di fuori e di dentro per sostituire Zelensky, servono anche loro a prolungare le cose e a promettere a Putin una soddisfazione personale cui massimamente tiene.

Zelensky ha vantato la propria capacità di ascoltare la voce del popolo, che in effetti gli aveva fatto fischiare forte le orecchie. Resta la domanda su come abbia potuto equivocare così platealmente i sentimenti di quel popolo e la sua prontezza alla mobilitazione. Il vero entusiasmo alla mobilitazione.

Il segno che molta gente, e ragazze e ragazzi soprattutto, non aspettavano che un’occasione per prendere la piazza, una goccia che facesse traboccare il vaso.

Un errore simile può spiegarsi solo con l’accecamento derivante dal potere, e dalla presunzione che lo stato di guerra continuasse a legare mani e voci della gente. Non le ha legate, e nemmeno quelle dell’Europa, che si è fatta sentire anche lei oltre le omissioni e le reticenze abituali.

Giovedì, votato alla rovescia il ripristino dell’autorità delle agenzie anticorruzione, Zelensky è tornato a menzionare il cambio di regime in Russia come condizione per la pace, al di là della guerra all’Ucraina. Anche questa una mossa almeno ingenua per uscire dall’angolo in cui si è messo. Ed è stato messo. Dai suoi stessi uomini di fiducia, i più interessati all’impunità di loro sodali, e i più persuasi forse di contare più di lui.

Anche loro forse indotti all’errore di poter ormai venir fuori dalle quinte. Ora sono tutti un po’ in bilico. L’opposizione che è venuta in strada con tanta sicurezza e spontaneità, e felicità, quasi, imparerà che una cosa è fermare il governo, altra cosa correggerne e guidarne l’evoluzione. E Zelensky non si persuade a farsene garante chiamandosi fuori dalla mischia quanto alle future, e non più così remote, elezioni.

Resta la constatazione di una condizione mai registrata nell’Europa del dopo ‘45. Un grande paese invaso, svuotato di milioni di suoi abitanti, devastato falcidiato e saccheggiato, sottoposto alle vicende alterne degli assetti politici negli stati europei alleati e ai capricci prepotenti degli Stati Uniti dal vero cambio di regime: la sua resistenza è un fatto sbalorditivo.

Verrà il momento di accorgersene.