Nell’ultima scena del più bel film che Robert Redford abbia mai interpretato, che incidentalmente è anche il più bel film che Paul Newman abbia mai interpretato, i due escono da un posto sapendo che fuori ci sono troppi nemici armati per sopravvivere, escono di corsa sparando e il film finisce prima che li vediamo morire, ma come altro potrebbe andare? (Era prima che dei film si facessero ventisette séguiti: in “Mission: Impossible” magari li avrebbero fatti sopravvivere).
Chissà se Stephen Colbert si sentiva più Redford o più Newman lunedì, quando noialtri ancora non sapevamo che non avrebbe condotto il “Late show” sulla Cbs ancora a lungo, ma lui forse sì. Chissà che gusto dirsi sapete che c’è, ora vado in onda e dico che i miei editori sono dei piscialetto che se la fanno sotto davanti a Trump.
Quindi lunedì Colbert – conduttore del più di successo tra i programmi di mezzanotte, quello che fu di David Letterman – va in onda e riassume così il fatto che Paramount (proprietaria di Cbs) abbia dato sedici milioni di dollari a Trump per non andare in giudizio (erano in causa perché Trump sosteneva che “60 Minutes” avesse, a mezzo montaggio, aiutato Kamala Harris a sembrare meno lessa): «Una grande, grossa bustarella». E anche «La nostra dignità è in vendita per sedici milioni».
Quel che già sapevamo anche noi, lunedì, è che Trump deve approvare la fusione (da otto miliardi di dollari) tra Paramount e Skydance. Quel che scrivevano alcuni, prontamente sbeffeggiati da Colbert, era che, una volta editore di Colbert, Skydance gli avrebbe chiesto di andarci piano con Trump, non volendo attirarne le antipatie. La risposta di Colbert è stata, appunto, uscire con le pistole spianate.
Come nel film, gli altri erano più armati, e quindi venerdì Colbert a fine puntata chiede al pubblico di rimanere perché devono registrare un nuovo cappello (nessun late show va in diretta). E nel nuovo cappello dice che il prossimo è l’ultimo anno non solo per lui, ma proprio per il “Late show”: a maggio 2026 lo chiudono. Chissà come si dice in inglese “editto bulgaro”.
Alcune notazioni tecniche: i programmi di mezzanotte sono storicamente la cosa più importante dei network americani. Quando all’inizio degli anni Novanta c’era da decidere se il programma di Carson (quello della Nbc denominato “Tonight show”) andasse a Jay Leno o a David Letterman, ci fu una diatriba a colpi di miliardi che Pippo Baudo che va in Fininvest era niente in confronto. Però era un altro mondo.
Un mondo in cui la tv si guardava quando andava in onda, non a pezzettini sui social, e quindi potevi vendere la pubblicità a cifre stratosferiche. Produrre un programma del genere nel 2025 non ha nessun senso (forse giusto nel formato ridotto – con meno elementi di varietà e una puntata a settimana e su una rete a pagamento – con cui lo fa Bill Maher su Hbo).
Colbert va in onda dall’Ed Sullivan Theater, dal quale prima di lui andava in onda Letterman. Quello studio televisivo si chiama così perché c’era un signore che faceva la tv, si chiamava Ed Sullivan: fu quello, per dire, dal quale andarono ospiti i Beatles quando andarono in America; fu quello dietro le quinte del cui programma Elvis Presley si vaccinò per la polio.
Ed Sullivan è morto nel 1974, e io vorrei sapere quanti giovani, il pubblico che disperatamente inseguono le multinazionali perché l’unico ancora abbastanza fesso da farsi suggestionare dalla pubblicità, sappiano chi era.
Andare in onda da un teatro storico è sicuramente una bella cosa, ma vale qualcosa se nessuno se ne accorge? Il New York Times ha mandato una giornalista in studio da Colbert, a raccogliere le reazioni del pubblico che assisteva alla registrazione.
La mia preferita (con “preferita” intendo: incarnazione perfettissima dello spirito del tempo che mi fa venir voglia di dare delle testate al muro) è una ventinovenne che dice che lei il programma non lo guarda, ma è andata in studio «per l’esperienza».
E quindi, se la Paramount dice che lo chiude per ragioni finanziarie, dice la verità, ma dire la verità non basta per dire qualcosa di vero: Bill Carter, che sulla contesa Leno/Letterman scrisse il notevole “The late shift”, ha detto sì, certo, le ragioni finanziarie ci sono, ma non vi aspettate che non vi chiediamo conto del fatto che state compiacendo Trump.
Poi certo, mi pare che quello che deve preoccuparsi di più sia Jimmy Fallon, scarsissimo conduttore sulla Nbc del “Tonight show” (quello che fu inventato da Johnny Carson e poi passò a Leno invece che a Letterman). Certo, ha un contratto fino al 2028, ma anche Conan O’Brien aveva un contratto.
Senza addentrarci in tecnicismi, cui immagino non siate interessatissimi: nel 2009 diedero il “Tonight show” a Conan O’Brien, sei mesi dopo dissero scusate tanto è stato un errore, e ci rimisero Leno. È una doppia lezione, non solo sul fatto che i contratti non bastano, ma anche su quel modulo che all’ultima stagione di “Succession” una mia amica chiamò “L’anno dei Tom”: sul medio periodo, gli scarsi vincono sempre, e nessuno è scarso quanto Leno.
Se la regola non fosse che ogni anno è l’anno dei Tom, Fallon dovrebbe preoccuparsi: se prevalgono i capaci, vuoi che la Nbc non ne approfitti per prendersi Colbert? Oltretutto indispettire Trump è di certo un problema per le multinazionali dello spettacolo che è meglio non s’inimichino i governi, ma è un vantaggio per gli ascolti: come sanno tutti, da Michele Santoro a Ezio Mauro, in tv e sui giornali è solo all’opposizione che si prospera.
Al cui proposito: l’editto americano non è stato pronunciato, e questo è un bel problema. Come fa la chiusura di Colbert a diventare storia senza una bella registrazione di Trump che dice che questo signor Colbert non lo fa ridere proprio mai? Il Donald non ha un’Europa dell’est da visitare e dalla quale avviare il martirologio di Colbert? Va bene anche il paese della moglie.
Infine, ma non secondario: la chiusura annunciata con dieci mesi di anticipo. Come funziona quando lo spettacolo è un’industria, e non una roba arraffazzonata all’italiana, che intanto cominci e poi vediamo quante puntate duri. Letterman annunciò il 3 aprile 2014 che il suo “Late show” sarebbe finito il 20 maggio 2015: la pianificazione è un lusso che ci si può permettere nei posti in cui si sa che tutto è studiato, mica affidato all’estro (l’estro creativo e la pasta al dente: il nostro carattere nazionale).
Tutto questo mentre il Wall Street Journal tiene ben saldo in apertura dell’homepage l’articolo in cui dice che nel 2003, per il cinquantesimo compleanno di Jeffrey Epstein, Trump collaborò a una raccolta di bigliettini amicali che organizzò Ghislaine Maxwell. Secondo il WSJ il bigliettino di Trump sarebbe bawdy (intraducibile aggettivo in cui all’oscenità s’interseca il grottesco), col disegnino di una donna nuda, la firma del Donald che le fa da pelo pubico, e scritto nel disegno un dialogo tra di loro in cui si dice che hanno molto in comune. Naturalmente il Donald nega, e dice che denuncerà Rupert Murdoch (proprietario del WSJ). Certe puntate di Colbert si scrivono da sole.
In una puntata di “The West Wing”, si cita una scena del film che dicevo all’inizio. Il presidente ha la sclerosi multipla, non l’hanno detto agli elettori né alla stampa, ora – quando è presidente da ormai tre anni – si sono decisi a dirlo, ma per sicurezza vogliono fare un sondaggio per sapere come la prenderà l’elettorato. Un consigliere del presidente dice alla portavoce che il capo però teme che si venga a sapere del sondaggio, e non ci facciano bella figura. La portavoce si mette a ridere: il sondaggio?
«Siete come Butch e Sundance che guardano giù dalla scogliera le acque vorticose cento metri più sotto, pensando che forse fareste meglio a non saltare perché c’è la possibilità che affoghiate. Il presidente ha questa malattia e ha mentito, e voialtri pensate che sarà il sondaggio a farci sfigurare? È la caduta che vi ammazza».
Decidano i lettori se la scena della scogliera sia monito per Trump o per Colbert o per i democratici o per i repubblicani o per quelli che credono che la forza di gravità sia una messinscena come lo sbarco sulla Luna.
E decidano anche cosa significhi il dettaglio che la portavoce del Presidente della finzione sarà pure suggestiva, e in effetti a logica ad ammazzarti è l’impatto della caduta e non l’affogamento, ma quella della scogliera mica è l’ultima scena: Butch e Sundance, la caduta non li ammazza.