L’Ucraina tra le ambiguità di Trump e l’inazione della NATO (valigiablu.it)

di 

All’inizio dello scorso fine settimana il 
presidente degli Stati Uniti Donald Trump 
aveva promesso un “grosso annuncio” in relazione 
alla guerra in Ucraina per lunedì 14 luglio. 

Durante l’incontro alla Casa Bianca con il segretario della NATO Mark Rutte, il presidente statunitense ha dichiarato di aver raggiunto un accordo con alcuni paesi dell’alleanza, affinché quest’ultimi acquistino armi americane e le trasferiscano a Kyiv a proprie spese.

Tra questi paesi ‘volenterosi’ Rutte ha nominato Germania, Canada, Paesi Bassi e i quattro paesi scandinavi.

Trump ha inoltre avvertito il Cremlino che imporrà ai russi dazi del 100% qualora non si raggiunga un accordo di pace nei prossimi 50 giorni. Una decisione, oltre che ipotetica, assai più morbida rispetto al ventaglio di scelte disponibili per il tycoon, dopo che il Senato aveva approvato una proposta bipartisan sull’imposizione di tariffe secondarie fino al 500% ai paesi che acquistano combustibili fossili da Mosca, su tutti i più importanti Cina e India.

Senza considerare che il volume degli scambi fra Russia e Stati Uniti è decisamente basso, circa 3,5 miliardi di dollari nel 2024 e in costante discesa negli ultimi anni. Così basso da rendere la minaccia di Trump sostanzialmente vuota, dal punto di vista economico, agli occhi del Cremlino, nonostante il rischio di recessione.

Le dichiarazioni di lunedì hanno però confermato la tendenza delle ultime settimane, per cui Trump ha, almeno a parole, irrigidito la retorica verso il presidente russo Vladimir Putin. Dopo anni di lodi sperticate, il leader repubblicano comincia a dimostrare sempre più frustrazione per il sabotaggio dei suoi tentativi di mediazione del conflitto russo-ucraino, uno dei principali proclami in politica estera della sua campagna elettorale.

Un peculiare e inedito ruolo di lobbying nel cambiamento trumpiano sembra averlo avuto sua moglie Melania. “Le mie conversazioni con lui [Vladimir Putin, ndr] sono sempre molto piacevoli. Mi dico: non è forse una conversazione deliziosa? E poi quella notte partono i missili”, ha dichiarato Trump. “Torno a casa, dico alla First Lady: ho parlato con Vladimir oggi. Abbiamo avuto una conversazione meravigliosa. E lei: davvero? Un’altra città è appena stata colpita”.

“Hanno combattuto con un coraggio tremendo, e continuano a combattere con un coraggio tremendo”, ha invece detto Trump a proposito degli ucraini. A Kyiv, gli annunci di Trump sono stati accolti con tiepido ottimismo.

Sebbene estremamente vaghi in merito a cifre, inventario e tempistiche, la conferenza stampa di Rutte e Trump ha confermato il trasferimento di alcuni sistemi di difesa antiaerea Patriot dai depositi europei a Kyiv, che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky aveva già preannunciato durante la Conferenza sulla Ricostruzione dell’Ucraina lo scorso 10 luglio a Roma.

Secondo gli analisti, nelle dotazioni di Kyiv sono rimasti solamente 6 sistemi Patriot funzionanti, fondamentali per respingere i crescenti attacchi di missili e droni russi che ormai superano quotidianamente le cinquecento unità. Trump ha parlato, senza nominarlo, di “un paese pronto a trasferire 17 sistemi Patriot” dai suoi depositi. Probabilmente la Germania, dove il cancelliere Friedrich Merz ha annunciato l’acquisto di sistemi Patriot aggiuntivi negli scorsi giorni.

Sebbene con estremo ritardo, le “carte” dell’Ucraina sembrano essere migliorate come nessuno poteva sperare dopo l’agguato di Trump e JD Vance al presidente ucraino lo scorso 28 febbraio.

Gradualmente, la tattica diplomatica di Zelensky dopo il grave incidente dello Studio Ovale ha funzionato: mostrandosi accondiscendente e volenteroso di fronte a ogni trovata, anche la più stravagante, di Trump sul processo di pace (e sul resto), ha dimostrato a quest’ultimo come sia Putin a sabotare le trattative cercando il successo sul campo.

Recentemente il presidente russo in una telefonata all’omologo americano ha annunciato una nuova offensiva nell’est ucraino durante i prossimi due mesi. Considerando che la conversazione è avvenuta qualche giorno prima dell’incontro con Rutte, i due mesi di offensiva russa coincidono con i cinquanta giorni concessi da Trump ai russi per sedersi al tavolo delle trattative prima di inasprire le sanzioni economiche.

Da una parte, ciò può significare che nuove conquiste territoriali e attacchi verso i civili da parte di Mosca diventeranno sostanzialmente un dato di fatto prima ancora che la punizione di Washington possa avere luogo. L’alta rappresentante per gli affari esteri dell’Unione Europea Kaja Kallas ha infatti definito questi cinquanta giorni come “un arco di tempo molto lungo”.

Dall’altra, che l’inizio dell’autunno possa essere il momento giusto per una ripresa delle trattative tra Kyiv e Mosca, e che il flusso di armi dai paesi ‘volenterosi’ europei possa essere un tentativo di riequilibrare le posizioni sul tavolo diplomatico: la ‘pace attraverso la forza’ più volte invocata da Zelensky negli ultimi mesi.

Tuttavia, l’incertezza continua a prevalere sull’ottimismo, non solo per l’ormai crescente imprevedibilità di Trump sui temi di politica estera. Come scrive l’analista Dan Sabbagh sul Guardian, “Per chi cercava dettagli, la confusa conferenza stampa di mezz’ora tenuta da Donald Trump nello Studio Ovale insieme al segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha offerto solo pochi indizi. […] Non sono state menzionate cifre – rendendo difficile valutare quanto possa incidere davvero la fornitura proposta di armi a favore di Kyiv. I dettagli su quali munizioni saranno fornite erano vaghi, anche se Trump ha parlato di interi sistemi missilistici Patriot, mentre Rutte ha aggiunto che ci sarebbero anche ‘missili e munizioni’.

È difficile stabilire con precisione quale entità di forniture militari potrebbe fare davvero la differenza e magari spingere Vladimir Putin a considerare un cessate il fuoco”.

Alcuni media statunitensi, tra cui fonti del Washington Post, hanno fornito ulteriori dettagli su possibili trasferimenti di missili da crociera Tomahawk ai paesi europei e poi a Kyiv, che permetterebbero di colpire non solo Mosca ma anche San Pietroburgo. Secondo il giornalista del WP David Ignatius, Trump avrebbe persino suggerito a Zelensky di colpire con più frequenza le grandi città russe, in una conversazione della settimana scorsa.

Al di là delle voci e delle giravolte di Trump, per l’Europa quello attuale rimane il momento più buio dal 1945, come descritto dal presidente francese Emmanuel Macron, nel tradizionale discorso alle Forze armate alla vigilia della Festa nazionale del 14 luglio. Una caduta di Kyiv equivarrebbe a un fallimento della politica occidentale con conseguenze ancor più nefaste della ritirata in Afghanistan, poiché colpirebbero in maniera ancor più diretta i paesi europei.

“L’Europa ha molto entusiasmo per questa guerra” ha detto Trump di fronte a un compiaciuto e compiacente Rutte, lasciando intendere di essere rimasto sorpreso dal livello di impegno dimostrato dagli alleati europei al vertice Nato dell’Aia del mese scorso. “Il livello di spirito di corpo, di coesione, che hanno è incredibile”, ha aggiunto. “Avere un’Europa forte è una cosa molto positiva. È una cosa molto positiva. Quindi per me va bene”, ha concluso. Resta da vedere se i paesi europei e l’Ucraina possano fidarsi del nuovo approccio trumpiano, ma sul breve termine rimangono poche altre scelte.

In ogni caso, come scrive Simon Tisdall, “non tutto è perduto. Con o senza Trump, la NATO potrebbe adottare una linea più dura, imponendo zone di esclusione aerea sull’Ucraina non occupata e colpendo missili e droni in arrivo. La posizione militare è chiara, e le ragioni legali e umanitarie sono inoppugnabili”. Ma prima, bisogna identificare “il principale artefice di quest’orrore, l’autore primario della disgrazia della Russia, [che] deve essere neutralizzato, deposto e consegnato alla giustizia internazionale”.

È Putin, non l’Ucraina, che deve cadere, conclude Tisdall.

Immagine in anteprima via YouTube

L'incontro tra Trump e il segretario della NATO Ruppe sugli aiuti militari all'Ucraina

Strage di Cutro, 6 militari a processo: negligenza e ritardi nei soccorsi. Salvini contro i giudici (lastampa.it)

Compariranno il prossimo 14 gennaio davanti ai giudici del Tribunale di Crotone i sei militari italiani, quattro della Guardia di finanza e due della Guardia costiera, accusati di naufragio colposo e omicidio colposo plurimo nel secondo troncone di indagine sul naufragio dei caicco Summer Love avvenuto il 26 febbraio 2023 davanti alla spiaggia di Steccato di Cutro, nel crotonese, che ha provocato 94 vittime, tra cui 35 minori, e un numero imprecisato di dispersi.

Il giudice dell’udienza preliminare Elisa Marchetto ha accolto la richiesta del sostituto procuratore della repubblica di Crotone Pasquale Festa e ha disposto il rinvio a giudizio per tutti e sei gli indagati. Si tratta di Giuseppe Grillo (56 anni), capo turno della sala operativa del Reparto operativo aeronavale della Guardia di Finanza di Vibo Valentia; Alberto Lippolis (50), comandante del Roan di Vibo Valentia; Antonino Lopresti (51), ufficiale in comando tattico della Guardia di Finanza; Nicolino Vardaro (52), comandante del Gruppo aeronavale di Taranto; Francesca Perfido (40), ufficiale della Guardia Costiera in servizio presso l’Imrcc di Roma e Nicola Nania (51), in servizio alla Capitaneria di porto di Reggio Calabria nella notte del naufragio.

Il rinvio a giudizio non è piaciuto al vicepremier leghista, Matteo Salvini che sui social ha scritto: «Una sola parola: vergogna. Processare sei militari, che ogni giorno rischiano la vita per salvare altre vite. Vergogna».

Dalle indagini sarebbe emersa una catena di negligenze e sottovalutazioni, aggravata da carenze strumentali e inefficienze operative. Fondamentale, secondo gli inquirenti, è stata anche la mancanza di coordinamento tra Guardia di finanza e Guardia costiera.

Secondo la tesi accusatoria, le autorità si sarebbero attenute rigorosamente alla distinzione tra intervento di polizia e intervento di soccorso non attivando tempestivamente nessuna delle due azioni, violando così l’obbligo primario di tutelare la vita umana in mare, anche in presenza di condotte imprudenti da parte degli scafisti. Il sostituto procuratore Pasquale Festa ha parlato di «gravi negligenze» che avrebbero violato anche le linee guida stabilite nel tavolo tecnico del 2022.

I ministeri dell’Interno e delle Infrastrutture sono stati chiamati come responsabili civili, in quanto datori di lavoro degli imputati, insieme a Consap e Sara Assicurazioni. Sarà il Tribunale di Crotone a stabilire in sentenza se saranno tenuti a risarcire le parti civili. Il giudice Marchetto ha ammesso tutte le costituzioni di parte civile presentate da superstiti e familiari delle vittime del naufragio, affermando che eventuali contestazioni «attengono al merito» e saranno valutate in dibattimento.

Accolta anche la costituzione di parte civile per alcune delle principali Ong attive nel soccorso in mare. Secondo il giudice, queste organizzazioni «sono immedesimate nella tutela della vita e dell’incolumità individuale in mare».

Sono state invece rigettate 27 richieste provenienti da associazioni per i diritti dei migranti e da due cittadini pakistani già condannati come scafisti del caicco Summer Love.

Carcere, i suicidi salgono a 43. I garanti scendono in piazza (ildubbio.news)

di

Un detenuto di 26 anni si toglie la vita a 
Massa: è strage senza fine.

 Il 30 luglio la mobilitazione dei Garanti territoriali che chiedono misure urgenti

Mentre il dibattito politico e mediatico si sposta sui problemi di sicurezza in carcere (traffico dei telefonini e droga) che ancora una volta dà linfa vitale a nuove misure inutilmente repressive, i detenuti continuano a morire. Quando l’alba irrompe, in molti istituti penitenziari riaffiorano altre vite spezzate. Dal primo gennaio 2025 a oggi, 43 detenuti hanno scelto di porre fine ai propri giorni impiccandosi. Una strage silenziosa, consumata tra muri che dovrebbero garantire sicurezza ma che, troppo spesso, si trasformano in prigioni dell’anima.

L’ultima tragedia arriva oggi da Massa, dove un detenuto tunisino di 26 anni, in cella dal 16 luglio per una revoca dei domiciliari, si è tolto la vita dopo un primo tentativo di suicidio fallito il giorno prima. È il 43esimo suicidio del 2025. «Una strage senza fine, nella sostanziale indifferenza del Guardasigilli e dell’esecutivo», ha denunciato Gennarino De Fazio, segretario della Uilpa, segnalando che a Massa ci sono 270 detenuti in una struttura da 102 posti, con appena 112 agenti a fronte di un fabbisogno stimato in 204.

Mentre Valentina Calderone, Garante dei detenuti del Comune di Roma, sul suo profilo Facebook ha denunciato: «Sabato notte, a Rebibbia Nuovo Complesso, si è tolto la vita un uomo di 54 anni, il 42esimo suicidio dell’anno e il terzo in un istituto romano» ha proseguito spiegando che «era rinchiuso in cella singola, svolgeva regolarmente un lavoro interno e aveva ancora molti anni di pena da scontare».

Calderone confessa: «Sono due giorni che continuo a pensare alle parole del ministro della Giustizia Nordio, a come un’istituzione possa arrivare a dire che il sovraffollamento ha anche effetti positivi, perché un sacco di persone in carcere sarebbero state salvate dai compagni di cella». E conclude, rivolgendo un ultimo sguardo alle porte sbattute dei penitenziari: «A tutto quel dolore e a quella disperazione che vedo ogni volta che entro in un istituto, non servirebbe davvero aggiungere parole così sbagliate, irrispettose e prive di ogni minimo senso di responsabilità».

Il garante nazionale: carcere sia extrema ratio

dati analizzati dal Garante nazionale fino al 7 luglio parlano di 37 suicidi e 130 decessi complessivi in carcere: 63 per cause naturali, 29 ancora da chiarire e 1 incidente mortale. Nei primi sette mesi del 2024 i suicidi erano stati 50, a dimostrazione di un’emergenza che non conosce tregua. Le vittime hanno un’età media di 42 anni, con 16 suicidi tra i 18 e i 39 anni e 21 tra i 40 e i 55. Il recluso più giovane aveva 22 anni, quello più anziano 70; molti erano prossimi alla fine pena: 14 avevano meno di tre anni da scontare, 14 erano ancora in attesa del primo giudizio.

Rilevante è il dato sulle condizioni di vulnerabilità, delle 37 persone che si sono suicidate ben 12 risultano senza fissa dimora. Dalla lettura della tabella, si legge nel report, è ipotizzabile che sono tre le condizioni sociali che possono influire: senza fissa dimora, disoccupazione e grado di istruzione. Dall’8 al 21 luglio si sono registrati altri cinque suicidi, portando il totale annuo a 42. Ogni storia è diversa, ogni fine una ferita aperta.

Ma un’osservazione, nonostante sia debole e solo con un piccolo inciso, il Garante nazionale la fa: «Il Paese ha l’urgenza di adoperarsi per rendere l’esecuzione della pena non solo efficiente ed efficace sul piano della prevenzione, ma anche e non secondariamente compatibile con il suo volto costituzionale, improntato ai principi di umanità, finalismo rieducativo ed extrema ratio della detenzione».

Mentre i dati aggiornati descrivono una crisi nuda e crudele, il ministro Nordio parla di «10.000 nuovi posti detentivi». Ma, come osserva Rita Bernardini di Nessuno Tocchi Caino, basta una semplice somma per smontare l’annuncio: «Se vai a leggere il Messaggero, facendo la somma, i nuovi posti sarebbero 2.332. Ci vorrebbe Totò a dirgli “È sempre la somma che fa il totale”».

E aggiunge: «Comunque, di posti ne mancano oltre 15.000. Ma non finisce qui. Nordio si annette anche i 400 posti del padiglione di Rebibbia che da almeno un paio d’anni sta lì lì per essere aperto. Di certo lui e il suo governo non c’entrano alcunché con la costruzione di questo e altri padiglioni». Anche ammesso che quei 2.332 posti siano di imminente apertura, «con quale personale li fa funzionare se già oggi gli agenti non ci sono? Ne mancano 6.000 dalla pianta organica».

Eppure, l’attuale governo, che su questo tema ha affinità con il Movimento Cinque Stelle, scambia “la certezza della pena” con il carcere a tutti i costi. Non sono bastate nemmeno le lettere da Rebibbia dell’ex sindaco di Roma, Gianni Alemanno, notoriamente di destra. Così come non è bastata nemmeno la sensibilità del presidente del Senato Ignazio La Russa di Fratelli D’Italia, che ha dimostrato una apertura alla proposta di legge Giacchetti – Bernardini sulla liberazione anticipata speciale.

La mobilitazione dei garanti per mercoledì 30 luglio

Con un gesto che suona ormai come una sfida, i garanti territoriali hanno lanciato l’appuntamento per il 30 luglio, chiamando piazze e istituzioni a farsi testimoni di un’urgenza che non può più aspettare. Samuele Ciambriello, portavoce di questa ondata, ha levato lo sguardo oltre i cancelli: «Dobbiamo fermare la strage di vite e di diritti delle carceri italiane!» ha tuonato, mentre alle sue spalle si immaginava la folla invisibile di 62.000 uomini e donne costretti a vivere in un limbo quotidiano.

Tra loro, quasi 8.000 persone con meno di un anno di pena residua — pronte a uscire, eppure intrappolate — e, per i 46.000 definitivi, soltanto 250 magistrati di Sorveglianza a garantire che la legge resti viva. Le parole di Ciambriello si sono fuse con le richieste che da troppo tempo aspettano risposta: «Riduzione immediata del sovraffollamento, misure deflattive e la liberazione anticipata speciale come propone Giacchetti; potenziamento dei Tribunali di Sorveglianza; investimenti nell’esecuzione penale esterna e percorsi di reinserimento».

Non un elenco di buone intenzioni, ma un piano preciso, da portare in Parlamento e soprattutto dentro le carceri, per mostrare a chi governa il volto vero di una crisi ormai dilagante. E quel volto si chiama Foggia, con il suo sovraffollamento al 214%; San Vittore, dove ogni corridoio sembra risuonare di passi affollati; Santa Maria Capua Vetere, «spina nel fianco» di un sistema che fatica a reggere.

Sono 29 gli istituti in sofferenza — 25 case circondariali, 3 case di reclusione, 1 casa lavoro — dove il soffocamento delle celle a regime chiuso lascia spazio solo al dramma più estremo: l’impiccamento, spesso avvenuto senza che nessuno potesse intervenire in tempo, in corridoi senza psicologi, in reparti senza spazi di socialità.

Manca, in queste mura, ogni spiraglio di normalità. Manca un progetto di rinascita, quel dettaglio di umanità che la Costituzione immagina ma che nella pratica resta un miraggio. Per questo, la manifestazione del 30 luglio non è un corteo simbolico: è un atto di denuncia, un ingresso collettivo dentro i cancelli per riportare alla luce le storie sommerse dal silenzio.

Perché dietro ogni numero c’è un volto, un nome, una speranza che merita di riaccendersi. E soltanto smettendo di voltare lo sguardo potremo trasformare questo presente in un punto di svolta: spegnere il silenzio delle celle e riaccendere la Costituzione, restituendo dignità a chi ha già perso troppo.

Mattinata senza incidenti dopo le tensioni della notte al carcere di Regina Coeli a Roma, Luned\\u00EC 19 Agosto 2024 (foto Mauro Scrobogna /LaPresse) Morning without incident after the tensions of the night at the Regina Coeli prison in Rome, Monday August, 19 2024 (Photo by Mauro Scrobogna / LaPresse) , LAPRESSE

Mattinata senza incidenti dopo le tensioni della notte al carcere di Regina Coeli a Roma, Lunedì 19 Agosto 2024 (foto Mauro Scrobogna /LaPresse) Morning without incident after the tensions of the night at the Regina Coeli prison in Rome, Monday August, 19 2024 (Photo by Mauro Scrobogna / LaPresse)
LAPRESSE

Il rischio del populismo nel dibattito su Milano (huffingtonpost.it)

Come in Italia succede quasi sempre, ci vuole un’indagine della magistratura (o una sentenza) per svegliare la politica dal suo torpore e portare alla ribalta dell’opinione pubblica un problema sociale o etico di cui noi tutti conosciamo l’esistenza, ma col quale per mille ragioni non abbiamo il coraggio di fare i conti.
L’esempio più positivo è rappresentato dalle sentenze della Corte costituzionale sul tema del fine vita, o, per meglio dire, sul suicidio assistito, ma anche su tanti altri temi legati ai diritti individuali: in questi casi la politica è chiamata o costretta a rincorrere, ad adeguare la legislazione per prendere atto di un pronunciamento del massimo livello.
L’esempio, invece, più controverso potrebbe essere l’inchiesta milanese sull’ “incontrollata espansione edilizia” che da qualche giorno occupa le prime pagine dei giornali: non già perché sia un’inchiesta fondata su teoremi giudiziari (non spetta a me dirlo), quanto perché è un’indagine che ha subito travalicato l’aspetto penale per caratterizzarsi come atto pubblico di accusa sociale e politica contro l’attuale governo della città lombarda.
Chiunque legga o scriva di Milano oggi, non guarda alla presunta corruzione degli indagati, ma a come la metropoli si sia trasformata negli ultimi quindici anni, già a partire dal finire della giunta Moratti, passando per la giunta Pisapia negli anni dell’Expo, arrivando all’attuale amministrazione Sala, dall’immediato post Expo all’odierno secondo mandato.
Quindici anni: un arco di tempo tutto sommato breve per un cambiamento urbanistico così rapido e impetuoso, ma anche sufficientemente lungo per far emergere l’ipocrisia di chi si sveglia soltanto adesso, appunto perché c’è un’indagine in corso.
Al bar Milano, di certo, in tanti potranno vantarsi di avere previsto, con anticipo e tempestivamente, tutto quanto di negativo il pullulare dei grattacieli abbia portato alla città: l’espulsione della classe media, il caro affitti che colpisce studenti e lavoratori, l’impazzimento dei valori immobiliari, la progressiva e inarrestabile avanzata della rendita come strumento prediletto di guadagno, al posto del lavoro.
Gli studenti accampati davanti alle università in forma di protesta meritavano il massimo rispetto e ascolto, e forse già un paio di anni fa sarebbe servita la magistratura, con qualche indagine più o meno mediatica, per dare maggiore forza a quella che, purtroppo, è rimasta una manifestazione sacrosanta ma sterile, incapace di andare oltre i confini dei social.
Tutto vero e drammaticamente attuale. Però, non va persa la prospettiva storica dei fatti. La politica è davvero stata assente, o silente, in questi quindici anni a Milano? O non è forse la politica che piace a noi, quella del giorno dopo, che non riesce a vedere in anticipo ma vede i problemi soltanto in ritardo (o per convenienza)? In quindici anni si è votato tre volte alle elezioni comunali, con risultati sempre a favore del centrosinistra, e la riconferma di Beppe Sala nel 2021 con una percentuale del 58% contro il 32% del suo principale avversario.
Soltanto un paio di settimane fa venivano pubblicati gli indici di gradimento dei sindaci delle città capoluogo di provincia, elaborati dal Sole 24 Ore: Sala ha guadagnato dieci posizioni, arrivando al nono posto, con un consenso del 59%, quindi in crescita, pur minima, rispetto al 2021.
Per carità, sono numeri che non vogliono dire nulla di più di quanto mostrino, e cioè che il sindaco piace abbastanza ai suoi concittadini, e forse che anche questa Milano – che espelle i più poveri e cuoce a fuoco lento, sempre di più, anche i meno poveri, come rane bollite – questa Milano globale e diseguale ai milanesi, almeno quelli che votano, non dispiace affatto.
Così sembra dai numeri, soprattutto quelli ufficiali. Le occasioni di un giudizio politico democratico con cui eventualmente bocciare l’operato dell’amministrazione non sono mancate: è sempre mancata la bocciatura.
Si potrebbe dire che sono proprio i nuovi residenti, i più benestanti che ce la fanno a permettersi prezzi delle case o degli affitti alle stelle, ad approvare la trasformazione della città in una Londra mediopadana, mentre quelli che si sono trasferiti nell’hinterland perché non ce la facevano più a mantenersi ormai non possono votare contro chi li ha espulsi. Sarebbe il circolo vizioso perfetto. Tuttavia, almeno fino alle prossime elezioni comunali nessuno può saperlo.
E allora, se c’è un merito politico di questa inchiesta-che-farà-il-suo-corso, è quello di riproporre con forza il problema di quale idea di città – Milano ma potrebbe essere anche Roma, Napoli o tutte quelle metropoli che stanno vivendo rinascite o riqualificazioni profonde – noi cittadini preferiamo, e di come questa idea possa essere veicolata a, e valorizzata da, chi ogni giorno governa le cose cittadine. Il problema di come assicurare nel modo più efficace possibile che i bisogni e le istanze dal basso si trasformino in scelte e decisioni dall’alto.
Parliamone in tutti i modi possibili, al bar, in ufficio, a casa (almeno chi ce l’ha). Con lo sguardo in avanti, però, non indietro. Quindici anni di incredibile sviluppo, pur con tutte le sue contraddizioni, non si possono rinnegare d’un colpo alla prima inchiesta. Un conto è indagare su precise ipotesi di reato, un altro è fare politica, rafforzando il suo controllo democratico, un altro ancora è il solito populismo.
Milano non lo merita, l’Italia ne soffre già abbastanza.

La sottile differenza tra populisti di destra e di sinistra sui vaccini (linkiesta.it)

di

Regressione civile

Fratelli d’Italia plaude alla linea anti-Oms del ministro e attacca Conte e Speranza per avere imposto «obblighi» e «restrizioni»

Venerdì scorso il ministro della Salute Orazio Schillaci ha inviato una lettera all’Organizzazione mondiale della sanità per comunicare il rifiuto degli emendamenti 2024 al Regolamento sanitario internazionale, che introducevano il concetto di «emergenza pandemica» e prevedevano «maggiore solidarietà ed equità» all’interno dell’Oms.

Il governo si è allineato così alla posizione dell’Amministrazione Trump, che peraltro ha già annunciato la decisione di abbandonare l’organizzazione.

La scelta conferma peraltro una tendenza emersa già a maggio, quando l’Italia era stata tra gli undici astenuti (a fronte di 124 favorevoli e nessun contrario) sul nuovo accordo pandemico globale, in compagnia, tra gli altri, di Russia e Iran.

Ma l’aspetto più interessante della questione per me sta negli argomenti e direi anche nel lessico con cui, nel fine settimana, il deputato di Fratelli d’Italia Francesco Filini ha difeso la mossa di Schillaci: «I nostalgici dei lockdown, degli obblighi sanitari, del green pass e del duo Conte-Speranza, sbraitano per la sacrosanta decisione del Governo Meloni».

Dichiarazioni rilanciate dal profilo social ufficiale del partito, che ci ha aggiunto queste parole: «Se ad opporsi sono gli stessi che hanno imposto restrizioni, obblighi e green pass, vuol dire che siamo dalla parte giusta».

Dunque, anche di fronte a un’epidemia devastante come quella che colpì l’Italia nel marzo del 2020, con i camion militari usati per trasportare i cadaveri fuori dalla città di Bergamo, per Fratelli d’Italia fu un errore imperdonabile, per non dire di peggio, imporre «restrizioni» e «obblighi sanitari». Nel caso doppiamente malaugurato in cui una nuova epidemia dovesse colpire il nostro paese e loro fossero ancora (o di nuovo) al potere, possiamo dunque contare sul fatto che le iniziative del governo si limiteranno a saggi consigli e gentili preghiere.

Basta andare su google per verificare quante critiche io abbia rivolto a Giuseppe Conte sin dal 2020, a cominciare dalla scelta di approfittare della tragedia per imporre a un paese smarrito comizi di durata sudamericana dalla sua personale pagina facebook, e come abbia contestato con tutte le mie forze la favola sulla sua grandiosa gestione della pandemia.

Ma se l’alternativa è il populismo no vax di Fratelli d’Italia (e della Lega), mi tengo stretti gli sproloqui sugli affetti stabili e meno stabili, l’app Immuni e pure i banchi a rotelle.