Nel decreto flussi numeri ambiziosi e problemi irrisolti (lavoce.info)

di 

Immigrazione

Il decreto flussi 2026-2028, appena approvato dal governo, prevede l’ingresso di circa 500mila lavoratori non comunitari.

Non risolve però le problematiche di un meccanismo datato e farraginoso. È sempre più necessaria una revisione complessiva della legge.

Il contesto demografico

Le dinamiche demografiche in corso in Italia portano alla necessità di ripensare il sistema produttivo nel suo complesso, con un occhio di riguardo alle politiche migratorie. Infatti, il decreto flussi 2026-2028 prevede l’ingresso di circa 500mila lavoratori non comunitari, ma non risolve le criticità di un meccanismo datato e farraginoso.

Nel report sugli indicatori demografici 2024, pubblicato lo scorso 31 marzo, l’Istat evidenzia la sempre più evidente crisi della natalità, con il record minimo di 1,18 figli per donna registrato nel 2024. I decessi sono il 75 per cento in più delle nascite, con un saldo naturale negativo di quasi 300mila unità all’anno. L’Italia del prossimo futuro avrà quindi più anziani e meno giovani, con conseguenze per il sistema produttivo, assistenziale e di welfare.

Ad esempio, il rapporto Unioncamere-Excelsior del 2024 prevedeva, per il quinquennio 2024-2028, un fabbisogno di manodopera di 3,8 milioni di nuovi lavoratori, di cui quasi l’80 per cento solo per sostituire chi andrà in pensione. Dei 3 milioni previsti nel settore privato, ben 640mila (21,3 per cento) sarebbero lavoratori immigrati.

Il vice capo del Dipartimento economia e statistica della Banca d’Italia, Andrea Brandolini, nell’audizione alla Camera del 15 aprile, affermava che “L’immigrazione è stata finora cruciale per colmare i vuoti creati nel mercato del lavoro dal declino della popolazione autoctona” e che “Sono necessarie politiche che garantiscano flussi migratori regolari che incontrino le necessità delle imprese e assicurino un’integrazione completa per chi arriva nel paese”.

Il decreto flussi 2026-2028

Il Consiglio dei ministri del 30 giugno ha dato il via libera al decreto flussi per il prossimo triennio, prevedendo l’ingresso di circa 500mila lavoratrici e lavoratori provenienti da paesi non Ue. Tra questi, il 54 per cento sarebbe comunque rappresentato da lavoratori stagionali nei settori agricolo e turistico.

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Le quote, determinate tenendo conto dei fabbisogni espressi dalle parti sociali e delle domande di nulla osta al lavoro effettivamente presentate negli anni scorsi, vanno nella direzione già tracciata nel triennio precedente, che aveva previsto 452mila ingressi.

Prosegue, poi, il progressivo e graduale ridimensionamento del meccanismo del “click day”. Da un lato, le finestre temporali saranno spalmate durante l’anno, consentendo un monitoraggio più puntuale; dall’altro lato, si continuerà a incentivare gli ingressi fuori quota per lavoratori formati nei paesi di origine.

I limiti del decreto

Rimangono irrisolti alcuni limiti strutturali di un meccanismo che ha più di venticinque anni, essendo stato introdotto in Italia dalla legge Turco-Napolitano (1998) e poi consolidato dalla Bossi-Fini (2002).

Il principale riguarda il nesso tra “ingresso” e “lavoro”. Infatti, la domanda d’ingresso viene fatta dal datore di lavoro, che quindi si impegna ad assumere qualcuno che non ha mai visto né conosciuto. Per questo, vari analisti sostengono che in realtà molti beneficiari siano già presenti in Italia, rendendo questa procedura una “sanatoria” de facto.

Un altro limite riguarda il famigerato “click day”, ovvero il fatto che l’unico criterio di selezione è quello cronologico di presentazione delle domande, senza alcuna valutazione nel merito dei profili e delle competenze. È un meccanismo che nel corso ha generato anomalie e sospetti di truffa, come quelli denunciati dalla stessa presidente Meloni all’Antimafia nel 2024.

Nel comunicato stampa del governo si afferma la «volontà di ridimensionare gradualmente il meccanismo del “click day”». Per il momento, però, i progetti di formazione in patria sono ancora in fase sperimentale, avviati solo in alcuni paesi (ad esempio Marocco e Tunisia) e in pochi settori legati alla grande industria. Pare difficile, in effetti, estendere il modello alle piccole imprese e a un più largo numero di paesi.

Infine, rimane il problema della procedura amministrativa. Nonostante le diverse misure di snellimento adottate negli ultimi due anni, il meccanismo rimane complesso e non sempre in linea con le esigenze delle aziende, soprattutto per le tempistiche di arrivo dei lavoratori (basti pensare agli stagionali).

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Peraltro, storicamente l’Italia ha sempre attratto prevalentemente manodopera poco qualificata, o comunque ha concentrato i lavoratori immigrati in mansioni di basso livello.

Ma nei prossimi anni non sarà solo la manodopera poco qualificata a scarseggiare: secondo le già citate previsioni Unioncamere-Excelsior, quasi il 40 per cento del fabbisogno sarà costituito da professioni specializzate (18,2 per cento) e professioni tecniche (18,9 per cento). Gli strumenti che attualmente consentono di attrarre queste competenze, come la Blue Card o la Global Skill Partnership, sono ancora poco utilizzati, almeno in Italia.

La somma di queste criticità porta ai numeri, impietosi, pubblicati da Ero Straniero: nel 2024, quindi dopo gli “aggiustamenti” apportati alla procedura, solo il 7,8 per cento delle quote di ingresso stabilite dal governo si è trasformato in richieste di permessi di soggiorno e impieghi stabili e regolari. Una percentuale perfino inferiore a quella del 2023, che era del 13 per cento.

Le ipotesi di riforma

Negli ultimi anni sono state avanzate diverse proposte di riforma, alcune delle quali raccolte da Ero Straniero. Ad esempio, si potrebbe sperimentare il permesso di soggiorno per ricerca lavoro, magari con una cauzione da versare in anticipo come garanzia. Oppure reintrodurre la figura del garante o “sponsor”, sul modello anglosassone, in vigore in Italia solo tra il 1998 e il 2002. Si potrebbero poi avviare meccanismi di regolarizzazione puntuali e specifici, ben diversi dalle emersioni di massa sperimentate negli ultimi trent’anni.

Indipendentemente dalla strada che verrà scelta, appare evidente la necessità di rivedere un impianto datato e farraginoso, anziché continuare a proporre piccoli correttivi.

La bufala del cancro curabile senza farmaci «dimostrato da tre premi Nobel» (open.online)

di Redazione FC

FACT-CHECKING

Non risultano evidenze scientifiche a sostegno della narrazione

Ci segnalano diverse condivisioni Facebook dove si dimostrerebbe citando tre premi Nobel, la tesi del cancro curabile senza farmaci. Inutile dilungarsi sulla pericolosità di queste medicine alternative per i lettori affetti da tumori curabili con le terapie “ufficiali”, ovvero che si sono dimostrate realmente efficaci. Vediamo perché sono oltretutto infondati.

Analisi

Le condivisioni sul cancro curabile senza farmaci si presentano con la seguente didascalia:

Qualsiasi stadio del cancro può essere curato senza farmaci
dimostrato da 3 premi Nobel

Dott. Otto Warburg, vincitore del premio Nobel nel 1931
Dott. Ferid Murad, vincitore del premio Nobel 1998
Dott. Yoshinori Ohsumi, vincitore del premio Nobel 2016

1. Le cellule cancerose non possono sopravvivere in un ambiente ricco di ossigeno – Dott. Otto Quindi, aumentate l’apporto di ossigeno nel corpo attraverso l’esercizio fisico.
2. I blocchi nelle arterie possono essere rimossi con l’ossido nitrico mangiando frutta e verdura crude – Dott. Murad Quindi mangiate molta frutta e verdura cruda per dilatare e rimuovere le ostruzioni dalle arterie, garantendo così un corretto apporto di sangue alle cellule sane.
3. Il Dott. Yoshinori Ohsumi ha scoperto l’Autofagia (un corpo affamato mangia le cellule danneggiate e cancerose) Quindi il digiuno rafforza il sistema immunitario e uccide le cellule cancerose. Digiunate almeno una volta a settimana per rafforzare il sistema immunitario.

Cancro curabile senza farmaci?

Del caso si era già occupato il collega Michelangelo Coltelli per Butac. A parte il fatto che il principio di autorità non conta. Per tanto non basta citare dei premi Nobel. Occorre dimostrare la tesi con degli studi rigorosi. Sono tanti i premi Nobel che hanno fatto affermazioni, che definire “pseudoscientifiche” sarebbe un eufemismo. Per approfondire trovate la nostra analisi qui.

Delle tesi basate sulle affermazioni di Otto Warburg avevamo trattato qui. Qui ricordiamo brevemente che Warburg non ha vinto il Nobel per la scoperta della causa primaria del cancro. Queste narrazioni si basano su aneddoti. L’idea dello Scienziato sarebbe stata grosso modo la seguente:

Poiché sia con uno stile anti-fisiologico nutrizionale (dieta basata su cibi acidificanti) e l’inattività fisica, il corpo crea un ambiente acido (nel caso di inattività, per una cattiva ossigenazione delle cellule). L’acidosi cellulare causa l’espulsione dell’ossigeno. La mancanza di ossigeno nelle cellule crea un ambiente acido. Egli ha detto: “La mancanza di ossigeno e l’acidità sono due facce della stessa medaglia: Se una persona ha uno, ha anche l’altro”.

Ma non risulta che l’ambiente acido generi i tumori, mentre è noto che si tratti di una conseguenza del tumore stesso. La cosiddetta “dieta alcalina” per prevenire i tumori non risulta avere fondamento scientifico.

Per quanto riguarda le tesi attribuite a Ferid Murad riportiamo quanto già spiegato da Coltelli su Butac:

«Il Dottor Murad ha realmente vinto il Nobel nel 1998 per le sue ricerche sul monossido di azoto come molecola di segnalazione nel sistema cardiovascolare. Ma mangiare frutta e verdura non “rimuove i blocchi arteriosi” come se ci fosse un’idropulitrice in azione. L’aterosclerosi è una condizione complessa, cronica e progressiva, se bastasse mangiare frutta e verdura l’avremmo sconfitta da tempo. È vero che alcuni vegetali possono favorire la produzione di monossido di azoto, ma questo non significa che sciolgono le placche. Il monossido di azoto viene prodotto dal corpo, non ingerito; la dieta aiuta nella prevenzione, non nella rimozione. Dare a intendere diversamente è grave».

Sulla tesi dell’autofagia di Yoshinori Ohsumi segnaliamo una precedente analisi di Noemi Jr per Butac, dove potete recuperare tutte le fonti. In sintesi, nessuno nega che l’autofagia possa avere un ruolo in diversi processi dell’organismo, dall’invecchiamento alle malattie neurodegenerative, oltre al cancro.

Non di meno, «in alcuni casi l’autofagia può favorire la sopravvivenza delle cellule tumorali, aiutandole ad adattarsi». Alcuni studi hanno stilato appositi protocolli di restrizione calorica controllata, ma non sostituiscono mai le terapie standard. Il digiuno settimanale non ha mai dimostrato di essere un valido antitumorale, anche se effettivamente morire di fame uccide sicuramente anche eventuali tumori.

Conclusioni

Considerare il cancro curabile senza farmaci e diffondere tale idea facendola sembrare autorevole menzionando dei premi Nobel oltre a non avere alcun fondamento è anche pericoloso, perché rischia di allontanare i pazienti dalle cure reali.

I dati smentiscono Valditara sui giovani che non vogliono lavorare (pagellapolitica.it)

di Carlo Canepa

La dichiarazione
«Il numero dei NEET è in continua crescita»
Fonte: Libero | 30 giugno 2025

Il 30 giugno, in un’intervista con Libero, il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha difeso la sua proposta di reintrodurre il nome “esame di maturità” al posto dell’esame di Stato, cioè quello che conclude il percorso scolastico delle scuole superiori.

«È importante rimettere al centro il concetto di maturità abolito 25 anni fa dalla sinistra», ha detto Valditara, facendo riferimento alla riforma che ha introdotto l’attuale denominazione di “esame di Stato”. «Secondo rilevazioni demoscopiche il lavoro non è fra le priorità dei giovani», ha aggiunto il ministro, che a sostegno della sua tesi ha dichiarato: «Il numero dei NEET è in continua crescita».

L’acronimo NEET deriva dall’espressione inglese Not in Education, Employment or Training e indica i giovani che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione. Ma numeri alla mano, non è corretto affermare – come fa Valditara – che questa parte della popolazione sia in aumento.

Quanti NEET ci sono in Italia

Secondo i dati più recenti di Eurostat, aggiornati ai primi tre mesi del 2025, in Italia ci sono 1,3 milioni di NEET nella fascia d’età compresa tra i 15 e i 29 anni. Come mostra il grafico, dalla fine della fase più acuta della pandemia di COVID-19, il numero dei NEET è in costante calo. Dal 2009, il picco è stato raggiunto nel 2013, durante la crisi economica, con quasi 2,5 milioni di giovani in questa condizione.
Si potrebbe obiettare che, sebbene i NEET siano diminuiti in termini assoluti, sia aumentata la loro incidenza sulla popolazione tra i 15 e i 29 anni. Ma anche questa ipotesi è smentita dai dati. In Italia, il 14,8 per cento dei giovani in quella fascia d’età non studia né lavora. Questa percentuale – pur essendo la seconda più alta dell’Unione europea, dopo quella della Romania – è in diminuzione costante da diversi anni.

La stessa Eurostat ha evidenziato che tra il 2014 e il 2024 l’Italia è stata tra i Paesi europei con la maggiore riduzione del tasso di NEET (-11 punti percentuali), insieme a Grecia (-12,5 punti), Bulgaria (-11,3) e Croazia (-11,1).

Anche l’ISTAT, nel suo ultimo rapporto annuale, ha confermato che negli ultimi cinque anni il fenomeno dei NEET è in calo nel nostro Paese, pur restando una «quota importante di giovani tra i 15 e 29 anni non più inseriti in percorsi scolastici o formativi né tantomeno impegnati in un’attività lavorativa». I NEET risultano più diffusi nel Mezzogiorno, tra le donne e tra i cittadini stranieri.

«Circa un terzo dei NEET è disoccupato, un altro terzo è disponibile a lavorare ma non cerca attivamente un’occupazione oppure non è disponibile a lavorare immediatamente e, infine, un ultimo terzo non cerca lavoro né tantomeno è immediatamente disponibile a lavorare», ha spiegato l’Istituto nazionale di statistica.

Il verdetto

Secondo Valditara, in Italia «il numero dei NEET è in continua crescita».

I dati smentiscono questa affermazione: negli ultimi anni, infatti, il numero dei giovani che non studiano e non lavorano è in calo costante.

Non parlateci solo di Bibbiano, ma anche di Putin e di vaccini (linkiesta.it)

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L’era del populismo reversibile

Il punto non è la coerenza. Non si tratta di rivangare il passato, ma di vigilare sul presente

Dopo l’ennesima raffica di assoluzioni del caso Bibbiano arrivata ieri dal tribunale di Reggio Emilia – dopo quelle dello psicoterapeuta e del sindaco del Pd – ci sarà un intervistatore che chiederà conto alla presidente del Consiglio della vergognosa speculazione politica da lei condotta su una vicenda tanto delicata e dolorosa come l’inchiesta sugli affidi di minori in Emilia Romagna?

Qualcuno, prima o poi, lo farà senz’altro, perché c’è sempre uno che vuol fare l’originale o il bastian contrario, ma resterà, appunto, l’eccezione.

Del resto in quanti, negli ultimi tre anni, dinanzi ai roboanti discorsi di Giorgia Meloni in difesa dell’Ucraina, le hanno domandato perché mai dopo l’invasione della Crimea, nel 2014, non solo non avesse detto nulla di simile, ma avesse anzi chiesto ripetutamente di rimuovere le sanzioni alla Russia?

Sono tre anni che sogno un programma televisivo, una trasmissione radio, una diretta instagram in cui qualcuno le domandi a bruciapelo: mi scusi, ma che le ha fatto di male la Crimea? Non si tratta di rivangare il passato, ma di vigilare sul presente.

In tanti si entusiasmano per la presunta evoluzione politica di Meloni (neanche i fan più sfegatati hanno il coraggio di estendere il giudizio al suo partito), da ultimo per la scelta di votare contro la mozione di sfiducia a Ursula Von der Leyen, presentata dal vicepresidente dello stesso partito europeo di cui fa parte Fratelli d’Italia (Ecr), nonché esponente di quell’estrema destra rumena antieuropea, no vax e filo russa per cui pure Meloni non ha esitato a fare campagna da Palazzo Chigi, in occasione delle ultime presidenziali a Bucarest (per fortuna senza successo).

Questa diffusa idea di una evoluzione meloniana in direzione di un conservatorismo europeo, liberale e moderato è, nel migliore dei casi, una pia illusione.

Consiglierei di studiare al riguardo il precedente di Giuseppe Conte e del Movimento 5 stelle, non per niente anche loro tra i più accaniti propalatori delle bufale su Bibbiano e sul Pd che «toglieva alle famiglie i bambini con l’elettroshock per venderseli» (parola di Luigi Di Maio), ma soprattutto i primi a importare in Italia quel miscuglio di complottismo no vax, antieuropeismo e filoputinismo che sarebbe stato preso a modello e seguito passo passo prima da Matteo Salvini e poi da Giorgia Meloni.

Anche per l’Avvocato del popolo, dopo il suo incredibile passaggio da capo del governo M5s-Lega a capo del governo M5s-Pd, si sprecarono le analisi sulla sua presunta evoluzione europeista e democratica. Anche allora gran parte della stampa, per non parlare dei suoi nuovi alleati, decise di abbuonargli praticamente tutto quello che aveva fatto e detto fino a un minuto prima. Anche allora a segnalare il problema c’era praticamente soltanto Linkiesta.

Tra le rare eccezioni devo citare quella di Corrado Formigli, non foss’altro perché riuscì a ottenere dall’intervistato, nel 2021, questa sublime risposta: «Guardi, se lei legge i discorsi che ho fatto nel Conte uno e quelli del Conte due sono in assoluta continuità; predicavo un nuovo umanesimo nel Conte uno e l’ho predicato anche nel Conte due, e continuerò a predicarlo».

Nuovo umanesimo a parte, il problema non è insomma la coerenza, ma la reversibilità delle scelte politiche. Come si è visto con il Movimento 5 stelle, e si vedrebbe sin d’ora, se solo si volesse guardare, con Meloni e Fratelli d’Italia.

(Unsplash)

Adriano Sofri: oggi chiedo solo di sapere il nome di quella “fonte non ostensibile” (repubblica.it)

Adriano Sofri: oggi chiedo solo di sapere il nome di quella “fonte non ostensibile”
Caro Merlo,

ho letto dell’ultimo incarico accettato da Luciano Violante, il quale spiegherà la Costituzione nel programma di Diaco per Raidue BellaMa. Quando fui coimputato dell’omicidio di Luigi Calabresi, e si sollevarono dubbi sull’imputazione e sulla conduzione dell’indagine, Violante si dichiarò convinto della mia colpevolezza perché c’era a provarla «una fonte non ostensibile». Interrogato su quale fosse questa “fonte”, disse di non saperlo.

Ora, siccome si fa tardi, chiederei a Violante di dire, se non chi fosse la “fonte”, almeno chi lo avesse detto a lui, così autorevolmente da persuaderlo della mia colpa. Al di là della mia antica curiosità, non crede che la questione abbia a che fare col proposito di spiegare la Costituzione?

Non ho alcuna intenzione di “riaprire” il caso Calabresi, né mi spinge a farlo questa piccola posta che pure chiede risposta. E neppure credo che Luciano Violante, il quale da vessillo dell’antico Pci è ora raccontato come simpatizzante di Giorgia Meloni, sia uno dei tanti omuncoli del trasformismo italiano. Rimane infatti il protagonista, più temuto che amato, del lungo e intricato rapporto tra giustizia e politica e tra morale e faziosità, custode opaco e sottile di mille misteri italiani e dunque anche del sapere e non dire, del rivelare nascondendo.

Al di là della sua comprensibile “curiosità”, caro Sofri, diventata struggente “siccome si fa tardi” (Violante è del 25 settembre 1941 e lei del primo agosto 1942), penso che avere accreditato — il processo era ancora aperto — il proprio pre-giudizio, quale che esso fosse, con l’autorevolezza di una fonte segreta, “non ostensibile”, non abbia offeso la Costituzione, ma eticamente non è oggi un titolo per insegnarla e illuminarla, tanto più sulla cattedra di Diaco, popolare e di garbo, ma pur sempre compagno di liceo di Meloni.

Francesco Merlo

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