Non ho intenzione di creare una rubrica
intitolata "Le sciocchezze diffuse dal
professor Barbero",

Non ho intenzione di creare una rubrica
intitolata "Le sciocchezze diffuse dal
professor Barbero",

di David Puente

“Roshchyna, V.V.” è il nome scritto su un’etichetta attaccata a una gamba. Poi, il test del DNA. Così che è stato riconosciuto il corpo di Viktoria Roshchyna, giornalista freelance ucraina di 27 anni scomparsa nell’agosto 2023 nelle zone occupate dall’invasore russo.
Inaspettatamente, è stata ritrovata tra gli oltre 750 corpi restituiti da Mosca nel più grande scambio umanitario avvenuto dall’inizio dell’invasione su vasta scala iniziata nel 2022, contenuta dentro un sacco bianco, etichettato “NM SPAS 757”.
La scomparsa, la detenzione e il decesso
Scomparsa nell’agosto del 2023, per oltre un anno è stata smistata tra almeno due centri di detenzione non ufficiali e una prigione russa, prima dell’annuncio della sua morte nell’ottobre del 2024. Dopo mesi di ricerche e appelli, il suo nome è riemerso tra i cadaveri restituiti a febbraio 2025 in uno scambio tra Russia e Ucraina.
Un corpo identificato inizialmente come maschile, con ferite multiple, abrasioni, emorragie in varie parti del corpo, segni di tortura compatibili con scariche elettriche, una costola rotta e lesioni al collo. Secondo l’autopsia ucraina, erano presenti anche segni di una precedente autopsia effettuata in Russia e l’assenza di alcuni organi interni.
Il reportage
La reporter, nel 2023, ha tentato di documentare i cosiddetti “ghost detainees”, ossia i migliaia di civili ucraini detenuti arbitrariamente dall’esercito russo e nascosti in carceri e centri di detenzione non ufficiali, sia nell’Ucraina occupata che in Russia.
Tra le vittime dell’esercito russo risulterebbero circa 16.000-20.000 civili, tra questi anche attivisti e parenti di militari ucraini, torturati, deportati o costretti a “confessare”, fornendo false dichiarazioni utili alla propaganda russa come era avvenuto alla stessa Roshchyna nel 2022.
Il gruppo internazionale di giornalismo investigativo Forbidden Stories, con il contributo di 13 testate e 45 giornalisti, ha ripercorso il lavoro svolto da Viktoria.
Secondo quanto riportato dal Guardian, le strutture di detenzione individuate sarebbero circa 180.
di Gian Antonio Stella
Tuttifrutti
«Perché dovremmo essere deportati? È molto, molto difficile per una famiglia. Cosa penseranno i nostri concittadini se dei cittadini onesti si troveranno di fronte a un simile decreto, per non parlare delle ingenti perdite materiali?».
Grondava lacrime, il povero e derelitto Friedrich Trump nell’accorata supplica del 1905 a sua Maestà il «Serenissimo, Potentissimo Principe Reggente, Grazioso Reggente e Signore» Leopoldo che da vent’anni governava la Baviera al posto del sovrano Ottone I affetto da gravi problemi mentali.
E spiegava d’essere nato nel 1869 nel paesino collinare di Kallstadt, nel Palatinato, da «vignaioli onesti, semplici e pii» che lo avevano cresciuto coi sani principi: «Diligenza e pietà, frequenza regolare a scuola e in chiesa, obbedienza assoluta all’alta autorità». Fatta la cresima e l’apprendistato da barbiere, a sedici anni era emigrato in America a tentar fortuna e c’era riuscito: «La benedizione di Dio era con me e divenni ricco».
L’istanza, certo, sorvolava su dettagli come l’essersene andato clandestinamente violando la legge senza fare la naja obbligatoria e senza il permesso d’espatrio, ma non l’avevano fatto forse tanti altri tedeschi se negli ultimi due decenni dell’800 erano emigrati negli States in due milioni? Il guaio è che, fatti i soldi e rientrato a Kallstadt per trovare una sposa locale con cui aveva fatto a New York quello che per i repubblicani di oggi è l’odiato «ricongiungimento familiare», aveva poi deciso di tornare con lei e il figlioletto (futuro padre di Donald) a vivere nell’amato paesello.
Macché: «Come un fulmine a ciel sereno», scriverà, aveva ricevuto il 27 febbraio 1905 un ordine d’espulsione per esser prima espatriato «senza il necessario permesso d’emigrazione, per sottrarsi agli obblighi militari», perdendo la cittadinanza tedesca, e poi «esser tornato in patria senza autorizzazione».
Aveva quindi «8 settimane dalla ricezione di questo decreto» per filar via prima d’essere «soggetto a espulsione coatta». Povero Trump! «Mi è impossibile abbandonare questo bello e amato luogo poiché la mia amata madre, i miei cari parenti e gli amici della mia infanzia vivono ancora qui». Colmo d’angoscia implorò l’autorità: «Non ho altra risorsa che rivolgermi al nostro adorato, nobile, saggio e giusto sovrano signore…».
Inutile, espulsi lui, la moglie, il bambino: fuori! O se volete, per dirla col nipote Donald nello show Apprentice: «You’re fired!».
